Archivio mensile:novembre 2016

Balcani, l’autoritratto con guerra: quell’umorismo nero tra libri e cinema

 

balcanibalcani1

 

 

Il mio articolo sulle guerre balcaniche tra film e libri uscito il 19 novembre su “Il piacere della Lettura”, il settimanale culturale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno). 

ALL’EPOCA le ferite erano ancora fresche e l’orrore ancora vivo negli occhi. Non era passato nemmeno un decennio dalla fine dell’ultima guerra dei Balcani e Danis Tanovic, regista bosniaco (ma con doppia cittadinanza, ha anche quella serba), disse: «La lingua parlata dai Serbi, dai Croati e dai Bosniaci è di fatto la stessa. Oggi i Serbi la chiamano serbo, i Bosniaci bosniaco e i Croati croato. Ma quando parlano si capiscono perfettamente tra loro». Il suo film “No man’s land”, la terra di nessuno, nella primavera del 2002 aveva appena vinto il premio Oscar come miglior opera straniera, ed era la rappresentazione plastica dell’incomunicabilità.

UN BOSNIACO e un serbo si ritrovano a condividere gli stessi metri quadri col serio rischio che una mina, su cui è adagiato il corpo di un soldato ferito, possa esplodere. «Chi ha iniziato la guerra?». Voi, esplode il bosniaco Ciki e il serbo Nino replica: «Voi». Che si possa raccontare la più grande tragedia umana in Europa e la più grande guerra dopo la Seconda guerra mondiale, con una commedia amara, in cui il grottesco prende il sopravvento, in cui si gioca e si scherza sulle vite e sul loro scarso, scarsissimo valore, sembrava un’impresa impossibile allora. Eppure quelle ferite a più di vent’anni di distanza dall’assedio di Sarajevo, dal genocidio di Srebenica, rimangono ancora aperte. Pochi mesi fa i serbo-bosniaci sono andati a votare per un referendum che chiedeva il riconoscimento del 9 gennaio come festa nazionale e quel 9 gennaio è una data che ancora fa tremare le vene: ventiquattro anni fa ci fu la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza della repubblica serbo-bosniaca dalla Bosnia. Quella repubblica che qualche mese dopo sarebbe stata presieduta da Radovan Karadzic, condannato all’inizio dell’anno dal tribunale dell’Aja per genocidio. Sono passati più di vent’anni dalle guerre balcaniche, eppure la narrazione, che non passa necessariamente solo per i libri di storia, non si è mai interrotta. Una narrazione coi toni spesso del tragicomico come i registri di un’opera letteraria o cinematografica prevedono.

DOPO Tanovic, qualche anno più tardi Emir Kusturica nel presentare il suo “La vita è un miracolo”, disse «non cominciamo a parlare di dimensione politica del film (lì c’era una storia di amore molto shakesperiana, come lo stesso Kusturica osò definirla, tra un serbo e una bosniaca prigioniera). Ho realizzato questo film dodici anni dopo la fine di tutto perché era necessaria una certa distanza estetica». Ma perché quelle guerre suscitano ancora così tanto interesse? Non è solo una questione di vicinanza chilometrica su quello che accadde dall’altra parte dell’Adriatico. Più probabile invece che sia un fatto generazionale per i trentenni e quarantenni di adesso. Tanto che lo stesso premier italiano, Matteo Renzi, ogni volta che vuole criticare l’Unione Europea, ricorda l’immobilismo dell’Europa di fronte a Srebenica. Allora la percezione della guerra fu reale – non plastificata e cotonata come la prima guerra del Golfo – perché vedere aerei che da Aviano passavano sopra le teste, da adolescenti, fa il suo bell’effetto.

COSÌ a vent’anni di distanza si prova ancora a raccontare da una parte l’immane tragedia umana, quel tanto sangue versato, una folle carneficina e dall’altra si mette in evidenza anche l’immobilismo di chi poteva provare a fermare quelle guerra ma non ci riuscì. In molti casi facendo la figura dei convitati di pietra. E due film, il già citato “No man’s land” e il più recente “A perfect day” (uscito lo scorso anno con un cast stellare da Benicio Del Toro a Tim Robbins), hanno messo in evidenza con un tono grottesco, ma necessario, proprio l’imbarazzo dell’Onu (il bosniaco di Tanovic chiama i caschi blu “puffi”) di fronte a quelle guerre. In particolare nel film con Del Toro, a guerra praticamente finita, gli operatori umanitari devono rimuovere un cadavere che rischia di contaminare le falde acquifere e trovare una corda nei paesaggi martoriati è un’impresa più difficile del previsto e viene fuori tutto l’impaccio dell’Onu, la sua difficoltà nell’agire e dare risposte. Come i lunghi negoziati post bellici avrebbero poi ampiamente dimostrato. Lo stesso impaccio che si registra a ogni checkpoint anche in “Amore, sesso e altre questioni di politica estera”, libro da poco uscito dell’inglese Jesse Armstrong (Fazi editore, 430 pagine). Qui un gruppo di giovani su un pulmino da hippy, si mette in viaggio per Sarajevo, dove vuole rappresentare uno spettacolo per la pace.

IL VIAGGIO dall’Inghilterra alla Bosnia sarà ricco di situazioni strampalate, comiche, mentre intorno i colpi di mortaio non si arrestano e i buchi nelle pareti delle case sono diventati crateri. Ma perché la commedia nera per raccontare quelle guerre balcaniche? Se sul genere – e in maniera più specifica sull’umorismo nero – si sono concentrate le riflessioni di intellettuali come André Breton e di scrittori come Thomas Pynchon, forse significa che il reale è così folle da spiegare e totalmente irrazionale (anche se ormai sono passati dei lustri) che solo con una dose massiccia di follia (necessariamente irriverente) nei personaggi di un romanzo, di un film o di una piece teatrale, si può raccontarlo.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Libri/69 Il Paese dimenticato

unknown

“Italian game”. Non mi ricordo come mi sono imbattuto per la prima volta nel blog di Ivan Carozzi, ma ricordo che nel giro di qualche giorno è diventata una droga. In “Italian game” Carozzi ha raccolto con certosina pazienza ritagli di giornale degli anni settanta e ottanta, pieni di vicende di cronaca nera. Dalle più grandi ed eclatanti, il caso Moro o il delitto Pasolini, a quelle più ordinarie, ma non meno significative (purtroppo), le innumerevoli morti di eroina. Raccontarle su qualsiasi dispositivo digitale provoca un certo effetto, tutt’altro effetto si prova quando si vede la materialità di quelle storie che, in quel periodo, poteva essere rappresentata solo dalla carta di giornale. Così quando è uscito per Einaudi “Teneri violenti”, il romanzo di Carozzi, l’ho comprato a scatola chiusa. Ho letto le note di copertina per capire immediatamente che quel lavoro fatto negli ultimi anni da Carozzi diventava ora un romanzo. E che quella distanza, siderale e di conseguenza significativa, tra materialità e immaterialità del Paese reale, il nostro, sarebbe stata ulteriormente amplificata. Il protagonista del romanzo – anche se il nome viene citato solo in un’occasione e neanche a farlo apposta, si chiama Ivan – è un precario che si ritrova a lavorare come redattore per un quiz televisivo. Redattore costretto a immergersi in un sconfinato archivio per cercare notizie uscite tra il 1970 e il 1985, da utilizzare per il quiz.

Per il protagonista quell’immergersi nell’archivio diventa un’ossessione, magnifica nella sua azione. Ma non c’è un’alienazione e nemmeno una risposta alla Bianciardi. Perché quando si parla di Milano, d’industria culturale, d’immersione lavorativa da sprofondare quasi nell’alienazione, il rischio è perdersi nei paragoni con Bianciardi (sia detto per inciso Carozzi ha fatto l’identico viaggio: dalla Toscana a Milano). Ma il protagonista non cerca di fuggire dal presente, cercando di scappare nel passato. Però descrive in maniera quasi perfetta l’immaterialità della Milano in cui vive e lavora, dove WhatsApp sembra l’unica via alla socializzazione e, anche, al sesso. Non c’è nessun effetto nostalgia. Perché non è vero che l’Italia di allora fosse migliore e meno violenta. Forse, vista l’età precoce (se si prende per buono il Dopoguerra come nuovo inizio), sicuramente era più innocente. Quanto meno compromessa. Però è altrettanto vero che i rapporti personali, senza nessun fine giustificatorio, erano diversi: costruiti su un’intimità cercata e difficile da conquistare, ma una volta conquistata, sacra. E l’ora senza pari, per dirla col celebre slogan del Campari, per capire quanto rimangono distanti (e perfino inconciliabili) le due Italie, rimane sempre la stessa: le 19. L’ora dell’aperitivo.

Ivan Carozzi

Teneri violenti

Einaudi editore, 160 pagine, 17 euro

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Perché il meno peggio non è (più) la soluzione

Ha vinto Trump. Game over. L’Europa si risveglia pensando che sia un incubo e invece è la realtà: lo spettro demonizzato per mesi è il nuovo presidente degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti si ritrovano il presidente che non avrebbero mai voluto. Più rassicurante di certo la Clinton. Ma la candidatura dell’ex first lady non ha sfondato e non è bastato nemmeno Obama a nobilitarla, anzi probabilmente Barack nella chiusura dei suoi otto anni ha commesso il più grave errore: pensare o solamente autoconvincersi che Hillary avrebbe potuto diventare presidente e raccogliere l’eredità. La realtà, purtroppo, è stringente nella sua evidenza: l’elettorato, sfiancato dalla crisi e da una lontananza sempre più siderale dalla politica (quella che quanto meno dovrebbe prendere le decisioni che cambiano la vita di milioni di persone), o non va alle urne o non si accontenta di scegliere il meno peggio. Perché scegliere il meno peggio significa autocondannarsi, quando va bene, a ulteriori sacrifici per garantirsi sopravvivenza e, quando va male, significa vedere in frantumi tutte le proprie aspettative. Che Trump fosse il peggio(re) e Hillary la meno peggio, su questo non sembrano esserci dubbi di sorta. E’ pacifico, evidente. Ma Hillary paradossalmente, pur presentandosi sotto le insegne del partito democratico per chiamarlo con un termine ormai vetusto, sul fronte progressista; rappresentava già in partenza la conservazione. Una conservazione, tra l’altro, fine a se stessa: la signora Clinton è stata prima (non vuole essere una colpa) first lady per otto anni, poi segretario di Stato (con politiche sui paesi arabi e Medio Oriente per le quali paghiamo ancora le conseguenze) e infine candidata forte o presunta tale sul fronte democratico, perché dall’altra parte si ritrovava come avversario il semisconosciuto (ma in grado comunque nonostante l’età di infiammare la platea dei millennials) senatore del Vermont, Bernie Sanders. E’ andata a finire come nel peggiore degli incubi: con Trump che andrà alla Casa Bianca e almeno per quattro anni sarà il presidente degli Stati Uniti. E proprio sulle candidature, allora, che la sinistra (o presunta tale) deve interrogarsi. E’ evidente che la Clinton fosse meno peggio di Trump, ma è altrettanto evidente che fosse la candidata meno adatta per contrastare le disuguaglianze di un Paese, in cui il ceto medio risulta sempre di più schiacciato dagli effetti a lungo termine della crisi. Disuguaglianze resta la parola chiave, non solo negli Stati Uniti, ma nel dizionario di una politica che dovrebbe essere in grado di incidere in quel rapporto di rappresentanza con l’elettorato (così come si auspicherebbe) e che invece si deteriora elezioni dopo elezioni, da qualsiasi latitudine lo si guardi e in qualsiasi parte del mondo si vada al voto. Ovviamente, la sfida è anche italiana. Ove si continua, soprattutto a sinistra, a spaccare il capello in quattro. E ove non è pensabile che l’ormai ex macropartito di centrosinistra, il Pd diventato ormai altro, possa dare qualche tipo di risposta sul tema delle disuguaglianze.

Contrassegnato da tag , , ,

Libri/68 Marcobi, un poliziotto a Napoli

La recensione sul libro di Massimo Galluppi “Occhio per occhio” (Marsilio editore), il secondo caso del vicequestore Marcobi, uscita sul settimanale di Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) “Il piacere della lettura” lo scorso 30 ottobre.

 

galluppi1

Dove eravamo rimasti? Raul Marcobi, commissario di stanza a Napoli con le passioni del sax e del cibo a farlo sopravvivere al mutare della città, aveva risolto il caso di omicidio di un sinologo di fama mondiale ne “Il cerchio dell’odio”, il debutto noir di Massimo Galluppi. Marcobi torna in strada e anche stavolta la scena del crimine è Napoli. E anche la vittima di “Occhio per occhio” (il titolo della seconda prova letteraria di Galluppi) è eccellente: si tratta di Giorgio Cobau, giornalista triestino, che ha appena presentato il suo ultimo libro. Cobau è un esperto di Balcani, ha raccontato la guerra, ma chi l’ha ucciso? Le strade che portano alla soluzione del delitto sono molteplici: dalla mafia slava fino a rivalità tra serbi e croati. Come ne “Il cerchio dell’odio” è il passato che si ripresenta, consegnando il suo conto. Non senza conseguenze.

 

 

Massimo Galluppi

Occhio per occhio

Marsilio editore, 414 pagine, 18,50 euro

 

 

galluppi2

 

 

Contrassegnato da tag , , , , ,