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Giulia, la suffragetta italiana

La mia recensione sul libro di Marco Severini, edito Marsilio, “Giulia, la prima donna”, uscita sull’edizione di domenica 14 gennaio de Il Piacere, inserto culturale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno)

 

 

 

 

QUESTA è la storia di
Giulia. Ma è anche la
storia di altre nove
maestre marchigiane:
Carolina, Palmira,
Adele, Giuseppina,
Iginia, Emilia, Enrica, Dina e Luigia.
Ed è, infine, la storia di un giurista coraggioso
che sfidò la legge, facendo
l’unica cosa che un uomo di legge può
fare: interpretarla. Ludovico Mortara,
lombardo, nel 1906 era il presidente
della Corte d’Appello di Ancona e
disse che Giulia e le altre nove maestre
avevano diritto al voto. Il suffragio
universale, almeno in Italia, era
ancora lontano dall’arrivare. Le donne
italiane avrebbero dovuto attendere
altri quarant’anni. Un’eternità cadenzata
da due Guerre, soprattutto la
seconda, che avrebbero irrimediabilmente
spaccato il Paese. Ma agli inizi
del Novecento anche l’Italia aveva le
sue suffragette: AnnaMariaMozzoni,
Teresa Labriola e Maria Montessori.
Avevano studiato lo Statuto Albertino
e avevano colto che non c’era scritto
da nessuna parte, o almeno non
c’era evidenza, che le donne dovessero
essere escluse dal voto. E così in
quel 1906 le commissioni elettorali
dalla Lombardia alle Marche, appunto,
ammisero al voto le donne che ne
fecero richiesta. Giulia e le altre nove
erano propriomarchigiane. E in particolare
della città dell’ultimo Papa re,
Pio IX: Senigallia. Città di mare, dai
mille contrasti, papalina (non solo
perché città natale del Conte Giovanni
Maria Mastai Ferretti salito al soglio
pontificio) e anche sovversiva:
anarchica e repubblicana nelle sue declinazioni
antimonarchiche e anticlericali.
Marco Severini, senigalliese,
professore di Storia Contemporanea
all’università di Macerata, racconta
Giulia Berna, una delle dieci maestre
senigalliesi che sfidarono legge e Giolitti
fino a ottenere quello che volevano:
avere gli stessi diritti dell’uomo in
cabina elettorale. Perché votare non
poteva essere solo appannaggio maschile.
Severini nel suo libro le definisce
le protoelettrici d’Italia e d’Europa,
perché nel Vecchio Continente solo
sette anni dopo quel fatidico 1906,
la Norvegia concesse il voto alle donne.
Le dieci maestre ebbero la sfortuna,
nonostante quella non fosse ancora
la prima repubblica soggetta ai governi
balneari, che le fibrillazioni politiche,
piuttosto abituali anche allora,
non buttarono giù mai dalla sedia
Giolitti e che, quindi, l’Italia non andò
al voto in quell’anno successivo alla
sentenza della Corte d’Appello di
Ancona. Perché poi la Cassazione e infine
la Corte d’Appello di Roma sconfessarono
la decisione del giudice
Mortara. È una storia di dieci donne,
di una in particolare Giulia Berna,
ma anche di un uomo questo libro
Giulia,la prima donnadiMarco Severini
che esce il 18 gennaio per Marsilio.
Perché aLudovicoMortara nonmancò
il coraggio di concedere quel diritto
alle dieci donne senigalliesi. Mentre
i suoi colleghi delle altre Corti
d’Appello d’Italia invece, ribaltarono
la decisione delle commissioni elettorali.
MA SE quell’evocativo «vogliamo
il pane e anche le rose», pronunciato
del 1911, da Rose Schneiderman, leader
femminista e socialista della
Wtul – durante un discorso che rivendicava il diritto di voto femminile di
fronte ad una platea di suffragette benestanti
a Cleveland – ha un senso; a
dare senso a quella frase, senza saperlo
e in qualche maniera precedendo
le battaglie negli Stati Uniti e nel Regno
Unito, fu proprio la signora Giulia
Berna in Storani. Maestra di campagna,
coniugata con un veterinario.
Una donna forte, tenace, in anticipo
sui tempi del femminismo e quant’altro.
Che aveva scelto di diventare
maestra, perché diventare maestra
all’epoca rappresentava una delle poche
soluzioni per rivendicare
un’emancipazione femminile considerata
all’epoca uno spauracchio perfino
da uomini di provata fede di sinistra.
Lei maestra, figlia di due bidelli
che non hannomai rinunciato a chiedere
un compenso adeguato per il loro
lavoro, ha sfidato il Comune, quando
era l’unico responsabile del settore
scuola, proprio sul terreno
dell’identico trattamento economico
per uomini e donne sul lavoro. Con
quel numero, così ripetitivo nelle cifre
– 333,33 lire all’anno – che rischiava
di diventare una condanna alla disuguaglianza
salariale tra maschi e
femmine.
IL CORAGGIO di Giulia in una
terra, le Marche, che – come ricorda
Severini – aveva già i suoi bei primati.
Perché, quando nel novembre del
1860 c’era da votare per plebiscito
sull’annessione allamonarchia sabauda,
Maria Alinda Bonacci, poetessa
nella terra di Giacomo Leopardi (Recanati)
fu l’unica donna a votare per
passare coi Savoia. O ancora la storia
di Elisa Contani che si trasferì da Ravenna
nelle Marche e che diventò il
primo avvocato donna in Italia. Riconoscimento
avvenuto per mano di
Ludovico Mortara, lo stesso che
avrebbe ammesso al voto le diecimaestre
senigalliesi. Da questa terra al
plurale, non solo nel nome, un esempio
di femminismo ante litteram. E
se davvero la città delle suffragette,
cantata da David Bowie, avesse potutomaimaterializzarsi,
quella città sarebbe
stata lì, sul Mare Adriatico, al
centro di un Paese che ora come allora
rimane in cerca di se stesso.
UNA CITTÀ però – ed è questo il
rammarico dello stesso Severini nel finale
del libro – che non ha saputo rendere
omaggio fino in fondo alle sue
dieci coraggiose cittadine. Alle protoelettrici.
Solo l’anno scorso, ma nella
frazione sbagliata dove Giulia non
ha mai insegnato, è stata dedicata
una via alla Berna. La toponomastica
quasi mai riesce a rendere giustizia a
chi ha portato avanti battaglie alte,
nobili, in anticipo sui tempi. E gli
esempi in negativo, spesso, si sprecano.Ma
in un sempre più virtuale pantheon
democratico la storia dellamaestra
Giulia e delle sue altre nove colleghe
non può essere dimenticata. Anzi,
andrebbe raccontata a chi ancora
non la conosce. Soprattutto nel suo finale
beffardo,ma comunque compensativo
per una vita di lotte per i propri
diritti. Giulia riuscì a entrare, finalmente,
nella cabina elettorale. Ma
questo accadde solo quarant’anni dopo
la sua battaglia. Era il 2 giugno
1946 e lei mise una croce su quel quesito
refendario che avrebbe dato una
nuova vita all’Italia.Nonmeno sofferta
di quella che l’aveva (appena) preceduta.

 

 

 

Marco Severini

Giulia, la prima donna

176 pagine, Marsilio editore

 12,50 euro

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Salvate il compagno Ulivieri

Ulivieri non si candida con “Potere al popolo”.  Sospiro di sollievo o notizia? Nessuna delle due. Sarebbe stato un sospiro di sollievo se, raccontando come mai abbia rinunciato a candidarsi  a queste elezioni, fosse uscito per una volta (e definitivamente) dal cliché allenatore di sinistra. Che inizialmente può anche risultare simpatico, avvincente e perfino letterario come cliché, ma alla fine se uno non riesce a uscirne ed è costretto a ostentarlo sempre, diventa ostaggio di quel cliché. Come il suo dito medio davanti alle Trump Tower, ricordate? Gesto sovversivo, punk? No bischerata, come direbbe uno di San Miniato come lui. A 14 anni uno può anche riderci sopra ma se diventa routine, finisce anche l’effetto divertimento. Quindi, che Ulivieri si candidi o non si candidi poco importa. Non sarà certo lui a risollevare le sorti della decadente sinistra. Anche se dovesse girare strade e frazioni per attaccare i manifesti di “Potere al popolo”, come dice che farà. Contento lui. Dopodiché tutta questa ostentazione nel dirsi sempre sono così di sinistra assomiglia quasi a fare la gara a chi, perdonate il francesismo, ce l’ha più lungo. Senza dimenticare che lo stesso Ulivieri, da una posizione di vertice (presidente dell’associazione allenatori) – non solo per l’appoggio incondizionato all’insostenibile vetero democristiano Carlo Tavecchio – ha lasciato che il pallone mantenesse quel suo status quo. Per cui non c’è proprio da vantarsi. Certo, quando ricorda il suo cappottone di cammello anche con trenta gradi, il busto di Lenin in casa e mille altri aneddoti di militante di parasinistra, strappa sempre qualche attenzione. Ma ormai anche i suoi racconti sono datati e sono più o meno sempre gli stessi. Come quelli dei vecchi nonni, cui non si può non volere bene. E proprio per una questione di affetto: salvate il compagno Ulivieri dal diventare la caricatura di se stesso.

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Perché non tutti possono fare politica

Forse ma forse la sbornia è passata. E ce ne stiamo rendendo conto. Ma forse, perché dal 1992 in poi abbiamo creduto (un po’ tutti, chi più chi meno) che bastasse un po’ di civismo,un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e un po’ di personaggi con la patente di integerrimi servitori dello Stato per sostituire la vecchia classe dirigente che era andata allo scatafascio con Tangentopoli. Abbiamo sbagliato. Perché non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Perché non basta avere le mani pulite – per citare Don Milani – se poi quelle mani si tengono in tasca. Perché l’onestà – o presunta tale – è un valore e non una categoria politica. Perché non basta guardarsi allo specchio, ripetere a memoria il proprio discorsetto e non essere poi capaci di sostenere un contraddittorio. Pensavamo di avere chiuso – con quel clima infame del 1992 – una stagione nera, ne abbiamo inaugurata una forse peggiore. Che non ha lasciato vittime sul campo come la precedente ma ha perseverato nel provocare danni a questo Paese. Soprattutto da parte di chi lo amministra. Il nuovismo, a esempio, l’abbiamo visto con l’appendice finale (per ora) dell’esperienza governativa di Matteo Renzi, non può essere una categoria politica. Nuovo non significa per forza di cose migliore del vecchio. Nuovo non significa nemmeno capace. Renzi e i suoi seguaci, guarda caso, hanno vacillato nei dibattiti televisivi solo quando si sono trovati sulla propria strada i vecchi. I residuati bellici della famigerata Prima Repubblica. Ciriaco De Mita ha conciato per le feste, nonostante la veneranda età, prima la deputata Pd Alessia Morani, poi lo stesso premier. Lungi dall’essere questo post un’apologia della Prima Repubblica. Se è vero però che  la prima repubblica era il male assoluto e se di quel male scontiamo ancora gli effetti, è altrettanto vero che in venti anni e passa non siamo riusciti a dare una svolta a questo paese. Anzi, abbiamo creato a ripetizione delle false illusioni. Abbiamo creduto che bastasse un colpo di spugna, nel solco della legalità, per avere una politica migliore. E invece, eccoci qui a riflettere su una disaffezione alla politica sempre più grande. Ci facevano schifo prima i maneggioni e il consociativismo. Ci fa ancora più schifo ora il solo pensiero di entrare in una cabina elettorale e non sapere chi scegliere. Oppure l’essere costretti a optare per il meno peggio. Che attenzione non è il turarsi il naso di quarant’anni e oltre fa, votando Dc. E’ davvero molto peggio. Perché il concetto di rappresentanza si è ormai definitivamente deteriorato. Chi ci rappresenta? A questa domanda abbiamo provato a dare negli anni risposte che si sono rivelate assolutamente sbagliate. Ci ha rappresentato forse chi da magistrato ha combattuto il malaffare e poi si è dato alla politica? Assolutamente no, perché, restando solo sull’aspetto comunicativo, i discorsi si sono rivelati monotoni. Perché non si può ripetere come un mantra legalità e onestà. E sull’onestà, a esempio, stiamo vedendo come l’abuso di questa parola che diventa programma politico (ma solo quella parola senza altri contenuti) finisca, proprio in questi giorni, col ritorcersi contro ai dilettanti della politica. Che siano i Cinque Stelle a Roma o il Sala di turno a Milano, poco importa. La realtà è che nell’ultimo ventennio – e non certo solo per colpa di Berlusconi – abbiamo assistito a una dialettica politica di basso, bassissimo livello. A un confronto politico da sprofondarsi. Idee pochine, personalizzazioni e scontri tanti, tantissimi. A volte anche senza senso. E tornando a Renzi: la strategia suicida di chi aveva dimostrato un machiavellico uso dell’arte politica (mancata elezione di Prodi al Quirinale e presa dell’intero potere: segreteria Pd e governo) messa in piedi per il referendum ne è una dimostrazione. O con me o contro di me. Ecco, di fronte allo scenario di bassa lega cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, ci dobbiamo forse chiedere in che cosa abbiamo sbagliato. Perché in qualcosa abbiamo sbagliato. Perché mandare al macero un’intera classe politica – poiché buona parte era finita nelle inchieste giudiziarie – è stato forse un azzardo troppo grande. Anche perché quelli lì – che dopo averli osannati o dopo aver loro chiesto un favore – erano diventati degli innominabili, abbiamo preferito sostituirli nemmeno con le riserve ma con chi stava addirittura in tribuna (d’altronde il ventennio berlusconiano, non solo per Forza Italia che ha raccattato elementi di quarta e quinta fila dal vecchio pentapartito ma anche dall’altra parte, ne è un esempio plastico di tutto questo). E nel frattempo abbiamo perso anche le buone e vecchie abitudini: scuole politiche. Non ci si improvvisa. I parvenu, purtroppo, sono assolutamente deleteri quando devono ricoprire incarichi importanti. Proprio perché sono dei parvenu e non dei fenomeni. E di fenomeni in giro non ce ne sono. Un tempo per arrivare in Parlamento si faceva un percorso, si conquistava il seggio sul campo, si costruiva quel vincolo di fiducia con l’elettore che poi magari veniva comunque disatteso, ma almeno un po’ di fiducia (seppure solo iniziale) c’era. Non si facevano le liste inserendo, appunto, un po’ di civismo, un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e via andare. Per quanto possa sembrare paradossale – e allo stesso tempo contestabile – l’era cui rinfacciamo con più forza l’assenza totale di meritocrazia, aveva la meritocrazia proprio in chi veniva chiamato, col voto, a fare politica. Ora, lauree presunte tali o contestate a parte, anche il lessico dei politici è più povero. E non è certamente familiare. Nel senso che non scalda più. Non abbraccia più. E’ una performance comunicativa che non ha nulla a che vedere con l’oratoria e che non tocca il senso d’appartenenza. Proprio perché non c’è più un senso d’appartenenza. E tutto questo che stiamo vedendo però, ce lo meritiamo. Questo clima infame 2.0 – e non per le inchieste giudiziarie, quelle dopo Mani Pulite, sembrano quasi routine – abbiamo contribuito anche a noi a crearlo.

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Un viaggio e la storia di un no

Scrivo ora, mentre preparo le ultime cose. Tra poco salirò in auto e da Bologna tornerò a casa, nella mia città. Centottanta chilometri in un paio d’ore e poi il ritorno di nuovo a Bologna nel pomeriggio. Una sfacchinata. Una sfacchinata necessaria. Ognuno ha la propria storia. E anch’io ho la mia. L’ammetto e credo che nessuno si scandalizzerà, l’ultima volta, un anno e mezzo fa, c’erano le Comunali a Senigallia e non scesi per votare. Ma stavolta è diverso e riguarda la mia storia. Ho cominciato a fare il giornalista, anche se ero ancora minorenne (allora), in un radio comunitaria di Senigallia (Radio Duomo). E ricordo ancora “Sentinella, quanto resta della notte?”. Lo scrisse Giuseppe Dossetti, il “monaco obbediente” della Linea Gotica dei Csi, nostro padre costituente, dopo che aveva scritto una accorata lettera all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, sulla necessità di difendere la Costituzione. Era il 1994 e la notte, quella notte era quella della democrazia, ove lui (Dossetti) prima degli altri aveva capito come si fosse trasformata irrimediabilmente la nostra politica in un’improvvisa quanto mai (leggendola ora) definitiva accelerazione verso la personalizzazione. E d’altronde questo referendum che andremo votare oggi ne è solo una macroscopica dimostrazione. Non è un referendum su Renzi. Non mi interessa dare spallate al governo Renzi attraverso il voto referendario. Non faccio il politico. Faccio – diciamo (e non mi si taccia, ora per l’intercalare, di essere un dalemiano: mai stato) – l’osservatore magari un po’ più privilegiato di altri. E di fronte alla guerra tra bande di queste ultime settimane lo sconforto sale sempre di più, perché fondamentalmente sono state raccontate tante baggianate. Dovrei essere un vecchio io che ho 37 anni (e vabbè non sarò più un giovanotto) e che esercito un mio diritto ed è quello di dire no a questa riforma costituzionale. Questa è una riforma che è stata scritta con i piedi (come direbbe qualsiasi prof di italiano), confusa nei contenuti, ove i conflitti d’attribuzione tra Regioni e Senato, sono destinati ad aumentare. E che non sembra avere nemmeno un filo logico: perché se da una parte si sostiene che il Senato debba essere una Camera che in qualche maniera rappresenti gli enti locali, dall’altra dà vita a una centralizzazione del potere che sconfessa, in alcuni casi, lo stesso potere degli enti sul territorio, mantenendoli comunque in vita. Dov’è la logica? Ecco, tornando alla propria storia personale e a quella radio comunitaria. Dopo l’appello di Dossetti, ebbi la fortuna d’incrociare un professore, scomparso da poco, di Filosofia del Diritto, si chiama(va) Enrico Moroni. E con lui facemmo una serie di trasmissioni alla radio sulla Costituzione e sulla sua necessaria difesa. Sono trascorsi più di vent’anni ci sono stati altri tentativi sghembi di modificarla e in qualche maniera di minarne le proprie fondamenta, ma questo paradossalmente sembra il più subdolo. Perché le modifiche costituzionali nascono direttamente dal governo (il famoso decreto Boschi-Renzi) e non invece da una base più condivisa e aperta e sono passate in un Parlamento che ha perso la sua autorevolezza negli anni, in cui continuamente è stato svuotato del suo potere legislativo, e di fatto subito dopo le ultime elezioni (quelle del 2013), quando è stato eletto con una legge il Porcellum, considerata dalla Corte Costituzionale, come “anticostituzionale”, in virtù dello spropositato premio di maggioranza. Ed ecco l’altro concetto fondamentale che affonda comunque nella mia storia: si chiama rappresentanza. Via via, un po’ per l’evidente sfiducia nei confronti dei partiti, tutti noi abbiamo perso quel vincolo di fiducia nei confronti di chi avrebbe dovuto rappresentarci e invece molto spesso non lo fa. Quest’oggi, con il referendum (strumento tutt’altro che antiquato), abbiamo la possibilità di autorappresentarci. E in questa autorappresentazione uno non può tenere conto della propria storia personale, diciamo anche del proprio pantheon (visto che va ancora di moda usare questo termine) e allora se riguardo indietro e vedo tutto quello che ho fatto in questi ventidue anni, ecco che convintamente mi farò questa sfacchinata di 180 chilometri in autostrada per andare e scrivere no.

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Perché il meno peggio non è (più) la soluzione

Ha vinto Trump. Game over. L’Europa si risveglia pensando che sia un incubo e invece è la realtà: lo spettro demonizzato per mesi è il nuovo presidente degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti si ritrovano il presidente che non avrebbero mai voluto. Più rassicurante di certo la Clinton. Ma la candidatura dell’ex first lady non ha sfondato e non è bastato nemmeno Obama a nobilitarla, anzi probabilmente Barack nella chiusura dei suoi otto anni ha commesso il più grave errore: pensare o solamente autoconvincersi che Hillary avrebbe potuto diventare presidente e raccogliere l’eredità. La realtà, purtroppo, è stringente nella sua evidenza: l’elettorato, sfiancato dalla crisi e da una lontananza sempre più siderale dalla politica (quella che quanto meno dovrebbe prendere le decisioni che cambiano la vita di milioni di persone), o non va alle urne o non si accontenta di scegliere il meno peggio. Perché scegliere il meno peggio significa autocondannarsi, quando va bene, a ulteriori sacrifici per garantirsi sopravvivenza e, quando va male, significa vedere in frantumi tutte le proprie aspettative. Che Trump fosse il peggio(re) e Hillary la meno peggio, su questo non sembrano esserci dubbi di sorta. E’ pacifico, evidente. Ma Hillary paradossalmente, pur presentandosi sotto le insegne del partito democratico per chiamarlo con un termine ormai vetusto, sul fronte progressista; rappresentava già in partenza la conservazione. Una conservazione, tra l’altro, fine a se stessa: la signora Clinton è stata prima (non vuole essere una colpa) first lady per otto anni, poi segretario di Stato (con politiche sui paesi arabi e Medio Oriente per le quali paghiamo ancora le conseguenze) e infine candidata forte o presunta tale sul fronte democratico, perché dall’altra parte si ritrovava come avversario il semisconosciuto (ma in grado comunque nonostante l’età di infiammare la platea dei millennials) senatore del Vermont, Bernie Sanders. E’ andata a finire come nel peggiore degli incubi: con Trump che andrà alla Casa Bianca e almeno per quattro anni sarà il presidente degli Stati Uniti. E proprio sulle candidature, allora, che la sinistra (o presunta tale) deve interrogarsi. E’ evidente che la Clinton fosse meno peggio di Trump, ma è altrettanto evidente che fosse la candidata meno adatta per contrastare le disuguaglianze di un Paese, in cui il ceto medio risulta sempre di più schiacciato dagli effetti a lungo termine della crisi. Disuguaglianze resta la parola chiave, non solo negli Stati Uniti, ma nel dizionario di una politica che dovrebbe essere in grado di incidere in quel rapporto di rappresentanza con l’elettorato (così come si auspicherebbe) e che invece si deteriora elezioni dopo elezioni, da qualsiasi latitudine lo si guardi e in qualsiasi parte del mondo si vada al voto. Ovviamente, la sfida è anche italiana. Ove si continua, soprattutto a sinistra, a spaccare il capello in quattro. E ove non è pensabile che l’ormai ex macropartito di centrosinistra, il Pd diventato ormai altro, possa dare qualche tipo di risposta sul tema delle disuguaglianze.

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Roma capoccia: considerazioni sparse sui Cinque Stelle e non solo

Reminiscenza liceale. C.v.d., ossia come volevasi dimostrare. La teoria che il Movimento Cinque Stelle, messo alla prova dei fatti, fosse incapace di governare, è stata (purtroppo, per chi credeva nel movimento) dimostrata. I rappresentanti del movimento sono stati travolti – e il caso di Roma lo dimostra in maniera inequivocabile – dalle loro stesse ossessioni che come una mantra hanno ripetuto all’infinito: dalla trasparenza alla legalità. Ok, nessuno nega che non siano valori cui richiamarsi. Però il problema è un altro: non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Soprattutto in città complicate come Roma, ove non basta la buona volontà. Qui, tra l’altro, la buona volontà sarebbe stata scalzata da un gioco d’ombre e scricchiolii, così sinistri, da far pensare che i suggeritori più o meno occulti sulle nomine in giunta, facciano parte dello stesso brodo in cui Roma ha navigato in un passato piuttosto recente. Un brodo destrorso che mette assieme frequentazioni esclusive e studi legali potenti. Inutile girarci attorno: il candore con cui il neo assessore De Dominicis ha ammesso di essere stato contattato da Pieremilio Sammarco, dell’omonimo studio legale e non stiamo a farla lunga sul parentado dei Sammarco e sui rapporti di amicizia con l’ex ministro Cesare Previti (l’hanno fatto ormai tutti, chi più e chi meno e non è questo il punto della faccenda), ha dato l’idea di come la Raggi, sindaco di Roma, fosse in qualche maniera eterodiretta nelle sue scelte. Tanto da far rialzare la testa allo sfidante sconfitto al ballottaggio, Roberto Giachetti, candidatura tutt’altro che forte che il Pd si giocò per il dopo Marino, che ha detto: “Una giunta paralizzata dalla guerra tra due studi: Sammarco e Casaleggio”. Di fronte però a questa incapacità di riuscire ad amministrare una realtà complessa come Roma, fanno sorridere, se non addirittura piangere – perché ci vuole un minimo di decenza – le lezioni che vorrebbero impartire gli esponenti del Partito Democratico, quando non sono presi addirittura dal gonfiarsi il petto e dire in maniera perentoria: “L’avevamo detto che questi non erano capaci”. Che detto dal Pd, tenendo conto di come ha mandato a carte quarantotto l’esperienza di Marino sindaco (si decise tutto fuori dal Consiglio comunale) e con l’ombra dell’inchiesta “Mafia capitale” che continua ad aleggiare sulla città, fa quanto meno sorridere appunto. Se non addirittura piangere. A seconda dei punti di vista. Detto questo ciò che sta andando in scena a Roma è lo specchio fedele di un Paese che si avvia a un voto decisivo per le sue istituzioni, così come le abbiamo conosciute finora, quello del referendum costituzionale. Dove ormai parlare di politica – forse perché i politici sono sempre meno e sono razza in via d’estinzione, peggio ancora dei panda che sembrano essersi ripopolati invece – nel merito e non in 140 caratteri (o con  slogan demenziali tipo “basta un sì”), sia diventata una cosa pesante. Da vecchi babbioni. Però i giovani o presunti tali – perché ormai anche con questa scorciatoia linguistico-giovanilistica dobbiamo finirla (visto che a quarant’anni, uno è un diversamente giovane, soprattutto se calpesta da tempo determinati tappeti) – che cosa hanno fatto? Molto poco finora e rischiano di fare danni decisamente più seri, pensando al referendum e alle loro prove da amministratori o da statisti (con presunzione di esserlo).

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Se la democrazia diretta diventa un rischio

Sarà Brexit. Con buona pace di analisi, exit poll, proiezioni e quant’altro. Ma appena il popolo nel pieno esercizio della sua sovranità si è espresso (tra l’altro con una percentuale di partecipazione da distanza siderale da quelle che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi in Italia), si è cominciato a tirare in ballo la democrazia diretta. Nella fattispecie il referendum, l’ultimo feticcio, l’ultimo avamposto. Com’è la storia del dito e della luna? Il dibattito che si scatenando se fosse stato necessario o meno indire un referendum e la scelta fatta da Cameron (coerente col finale anticipato della sua esperienza a Downing Street) ricalca proprio la storia del dito e della luna. Perché è evidente che, a prescindere da qualsiasi tipo di discorso populista (quelli strumentalizzano solo quella che è, purtroppo, la realtà dei fatti), a mancare è la rappresentanza. Non ci si sente rappresentati sia che al governo ci siano i conservatori, sia, viceversa, che ci siano i laburisti. Un po’ quello che accade in Italia e che si manifesta ormai da anni con l’assenza, sempre più rumorosa, alle urne. È evidente che l’Europa così com’è ora non funziona ma è altrettanto evidente, forse lo è ancora di più, che chi ne fa parte, non riesce a cambiarla dal di dentro. Soprattutto perché si è omologato allo stesso modo di fare politica (basti pensare quanto sia facile sconfessare le dichiarazioni odierne di Renzi viste le riforme che sta cercando di attuare nel Paese). La percezione è quella di un’oligarchia europea – che tra l’altro ha varato in anticipo le larghe intese italiane o la grande coalizione tedesca, imponendole in qualche maniera come modello da seguire – che eroda giorno dopo giorno la sovranità dei paesi membri. L’esempio della Grecia e della terribile estate dell’anno scorso è lì a ricordarlo. In tutto questo si innesta un rapporto completamente sbilanciato tra politica, intesa come potere di cambiare le cose, e potere finanziario. Il potere finanziario o tecno-finanziario, per dirla con un’espressione molto in auge, ha trasformato la politica in sua ancella, se non ancora peggio in una serva fedele. Il paradosso di tutta questa storia, assai preoccupante però, è che sputiamo sulla democrazia diretta, lamentandoci contemporaneamente di come l’Europa-istituzione eroda quotidianamente la sovranità, riducendo di conseguenza gli spazi di democrazia che ci restano o ancora peggio se ne freghi delle istanze dei singoli paesi. Non è che Cameron ha sbagliato a indire il referendum, Cameron, come tutti gli altri leader, ha sbagliato a non provare a prendere seriamente le distanze, trovando magari alleanze, da quello che l’Unione è diventata. E ha finito col prestare il fianco al populismo più becero che ha soffiato forte sul malcontento della provincia dell’impero, che si è sentita non rappresentata, finendo con lo strumentalizzarlo. Perché è evidente che il malcontento non si può ridurre solo, anche se stanno cercando di farlo dall’una e dall’altra parte, alla questione dell’emergenza immigrazione o alla paura del terrorismo. Ha ragione Romano Prodi, europeista convinto, quando in tutt’altro ambito, quello italiano ma comunque evidentemente legato alla crisi politica dell’Unione Europea, dice che non serve cambiare i politici ma cambiare le politiche. Ora con il rischio, dopo la Brexit, sempre più concreto di un effetto domino, forse è troppo tardi per iniziare a farlo. Ma è evidente che così l’Europa non funziona e non solo non risolve i problemi dei paesi membri, ma li aggrava facendo aumentare i particolarismi e di conseguenza gli striscianti nazionalismi, e non rappresentando la comunità. E pensare che un tempo, ormai lontano (forse anche remoto), l’Europa (diventata poi Unione) si chiamava Comunità.

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Il centrosinistra non esiste più

L’unico risultato evidente di questa tornata elettorale è che il centrosinistra non esiste più. Il Pd e soprattutto Renzi con la sua leadership l’hanno portato alla morte. Non è più un progetto non tanto ritenuto credibile, quanto rappresentativo di un elettorato. Che o non si presenta alle urne (la maggior parte) o guarda altrove. La mutazione genetica del Pd portata a compimento dalla leadership di Renzi,  il sogno realizzato di partito a vocazione maggioritaria si scontra nelle elezioni dei sindaci con un’evidente bocciatura di chi è stato scelto, in primis dal Pd, per rappresentare il centrosinistra o quello che ne resta. Basta dare un’occhiata ai risultati di questo primo turno per rendersene conto. E soprattutto è necessario fare un raffronto con le elezioni di cinque anni fa. Allora si parlò di rivoluzione arancione, dopo le vittorie di De Magistris, Zedda e Pisapia; ebbene per quanto si possa ironizzare sulle mire da leader dello stesso De Magistris, quel movimento lì, considerato una risorsa e in certi casi un’alternativa, ha retto l’urto: Zedda rieletto al primo turno, De Magistris in vantaggio, con buone possibilità di fare un secondo mandato. E Pisapia? Pisapia non si è presentato. A Milano il centrosinistra ha puntato su Sala, uomo Expo, e alle urne si sono visti i risultati. Sala, come era prevedibile e anche naturale, non è stato percepito come un proseguimento dell’esperienza amministrativa di Pisapia. E infatti è uscito fuori un testa a testa col candidato del centrodestra Parisi. Due manager a confronto, in qualche maniera degli idealtipo per come viene intesa la politica ora e per la prassi con cui vengono scelti i candidati. Ecco quindi, da chi viene incarnato lo scontro politico. Ma il concetto estensivo di esponenti della società civile (molto estensivo, qui si tratta di due manager) non sembra più essere – seppure continua a essere considerata la soluzione più a buon mercato – una scelta rappresentativa di un elettorato. E allora bisogna riflettere che il centrosinistra, rinforzato spesso al centro e ancora peggio a destra, senza sinistra non vince. E che questo può considerarsi in tutto e per tutto il funerale di quel progetto politico. Officiato da Renzi e da una classe dirigenziale del Pd non all’altezza: ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare sul territorio, un tempo forza e risorsa del partitone. Bologna rimane un caso emblematico di questo mood. Alle elezioni il centrosinistra ha presentato il candidato meno renziano del giro, Virginio Merola, che ha cercato immediatamente di creare un contatto, più che altro da mozione degli affetti, con l’Ulivo (l’unica esperienza di centrosinistra credibile che, nonostante il trascorrere del tempo, ha dimostrato la sua efficacia tanto da continuare a essere rimpianta). Ma la subalternità inevitabile, anche per chi si è accodato alla candidatura Merola (vedi ex Sel o comunque la lista di Amelia Frascaroli più collocabile a sinistra per temi affrontati), con l’egemonica idea di partito alla Renzi (a vocazione maggioritaria, appunto) ha lasciato segni evidenti. E tra l’altro, proprio su Bologna, considerata un tempo capitale di partecipazione al voto, bisogna riflettere sul dato dell’affluenza alle urne: undici punti in meno rispetto al 2011. Tutto ciò si chiama con un termine assai noto disaffezione alla politica. Che va comunque letta e declinata in qualche maniera. E’ evidente che il “cordone” della rappresentanza si è rotto, perché il partitone e le sue scelte non riescono a essere più rappresentativi. Renzi può fare anche la riforma costituzionale con Verdini alla ricerca di una maggioranza più ampia, ma poi inevitabilmente paga queste scelte sul territorio. Perché il territorio in maniera inequivocabile ha bocciato quel progetto lì. Altrimenti non si spiegherebbero i risultati del primo turno nelle grandi città che vale la pena di riassumere: a Milano Sala, candidato di tipico stampo renziano, lotta sui centesimi di voto per prevalere su Parisi; a Napoli, nonostante l’esposizione quasi permanente del governo e dei suoi rappresentanti (da Bagnoli in poi), la candidata del Pd dal curriculum tipicamente renziano, non è arrivata nemmeno al ballottaggio; a Roma Giachetti ha rischiato fino all’ultimo di non arrivare al secondo turno; a Torino Fassino, presidente dei sindaci italiani, va al ballottaggio coi Cinque Stelle.  E di Merola si è detto. Sconfitta su tutta linea. Certo, attenta valutazione merita anche quella sinistra che ha cercato di autorappresentarsi con risultati piuttosto deludenti. Da Torino (Airaudo) a Roma (Fassina). L’impressione, ancora una volta, che nella frenesia di muovere qualcosa a sinistra, si perpetuino sempre gli stessi schemi, mettendo al centro chi ha già dato, con risultati tutt’altro che brillanti, o chi viene da altre esperienze (Fiom e dintorni) che non possono essere comunque considerate totalizzanti per una candidatura e una proposta politica. Insomma, l’impressione vera è che si rimastica e basta. Senza provare a spingersi oltre e senza cercare di dare una rappresentanza a chi, in questo momento, non ce l’ha. E non sono pochi. Sono quelli che sono rimasti a casa. Che hanno perso qualsiasi speranza che possa esserci qualcosa di diverso dalla piega degli eventi presa col Pd di Renzi. E paradossalmente questa rimane l’unica forza dell’attuale premier. Consapevole, nonostante si renda conto dei pessimi risultati tra Regionali e Comunali, che al momento non c’è un’alternativa a lui, che possa scompaginare il campo di quello che una volta si chiamava centrosinistra.

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L’ha detto Benigni. E allora?

Non ho mai creduto che un comico potesse ribaltare il potere costituito (si diceva così un tempo e forse anche ora, no?). Altrimenti avrei votato Beppe Grillo. A ognuno il suo. Come non ho mai creduto che un magistrato potesse ribaltare questo Paese e rimodellarlo. In nome della legalità o presunta tale. Ci hanno provato e si sono visti i risultati. E allora che Benigni dica che voterà sì al referendum costituzionale, non mi tocca assolutamente. Contento lui. Non mi interessa parlare di tradimento dei valori, di opportunismo e quanto altro. E’ convinto di votare sì, lo faccia. Ci risparmi però la lezioncina. E forse anche noi dovremmo evitare ogni volta che uno, sempre più facilmente in questo Paese, diventa di colpo intellettuale o maitre a pensar (spesso per caso) e parla, di stracciarci le vesti o  di esaltarci, pensando di aver trovato un nuovo leader. Che ha una visione chiara, cristallina di quello che ha davanti, il nostro paese reale, e che sa sempre cosa fare. Dai, Benigni è credibile quando sta sul palcoscenico, come Grillo appunto. Quando esula dal suo lavoro, è uno che ha una sua opinione come qualsiasi altra persona. L’abbiamo sopravvalutato troppo prima. Non è che lo rinneghiamo ora perché ha una idea diversa dalla nostra. Purtroppo è questo dibattito politico che si autoalimenta di testimonial, come una qualsiasi televendita, o di personaggi feticci, come in una realtà tribale, che si rigira sempre su se stesso. Mostrando tutta la sua evidente sterilità, perché finora, salvo qualche rarissimo caso, non si è mai parlato fino in fondo della riforma Costituzionale e del referendum di ottobre, se non per  slogan fatti e preconfezionati a uso e consumo dell’elettore e a colpi di Twitter. Scorrendo proprio su Twitter, attraverso gli hashtag di giornata, il dibattito che si era scatenato sulle parole di Benigni a proposito del voto referendario, mi sono imbattuto in un tweet ermeneutico di un dirigente del Pd che analizzava parola per parola un passaggio dell’intervista al comico toscano. Eccolo: “E cosa dovrei fare? Non votare come penso per il conformismo dell’anticonformismo?”. Ovviamente, il tweet era ben equipaggiato con l’hashtag governativo #bastaunsì. Sembrerebbe leggendolo così, un concetto assai alto: il conformismo dell’anticonformismo. Ma che cosa sarebbe alla fine dei conti? Che è già stato stabilito che dire no al referendum è anticonformista e accodarsi a quel no è conformismo e quindi, di conseguenza, un modo civettuolo per sentirsi fichi? Ma Benigni, ci faccia ridere. Queste elucubrazioni lasciamole al Nanni Moretti di “Ecce bombo”. Non – per chiarirlo immediatamente – un modello politico perché credere che i girotondi di Moretti e company potessero far cadere Berlusconi o quanto meno rappresentare un’alternativa politica era più di un atto di fede. Ecco però, che nel dibattito generale se non riesce a passare il concetto racchiuso nell’equazione  “chi vota no è un vecchio”, che non vuole il cambiamento del Paese; si fa strada un altro concetto, ancora più pericoloso che è quello di far passare il cosiddetto anticonformismo e quindi il no alla Costituzione come un puro atto di civetteria. Da tutto questo si evince quanto basso sia il livello del dibattito. Perché qui non è questione di volere o non volere le riforme, ma è di fermare quelle riforme, perché non vanno nella direzione di migliorare il Paese. Non c’è nessuno – almeno credo – nel fronte del no al referendum che non sia d’accordo nel mettere mano alla Costituzione per metterla al passo coi tempi. Il problema è che la riforma costituzionale non metterà la Carta al passo coi tempi, restringerà invece ulteriormente gli spazi di rappresentanza (su cui, visto che è il compleanno e sono settant’anni, si fonda la nostra democrazia e di conseguenza la nostra repubblica). Tralasciando per una volta, a costo di essere ripetitivi, il metodo con cui è stata impostata la riforma e le basi da cui è partita. Ecco, dire no è un esercizio di sovranità. Non è un piagnisteo a priori e nemmeno un modo per affondare Renzi. Collegare la partita governativa al referendum è stato il solito modo per insufflare  il solito concetto: se perdiamo il referendum, cade il governo, poi che succede? Un esercizio retorico mai rottamato che vorrebbe far credere all’elettore che non c’è alternativa rispetto allo stato attuale e che tutto ciò significherebbe incertezza politica, instabilità, con evidenti ripercussioni sulla sovrastruttura europea che guarderebbe con preoccupazione all’Italia. Ci sembrava almeno prima di mettere la scheda nelle urne, alle elezioni del 2013, di esserci liberati definitivamente di questo continuo mantra ripetuto come la più grande preoccupazione che potesse abbattersi sulle nostre teste e invece, dopo il voto, è andato forse peggio di prima. Non sono preoccupato se falliranno le riforme, anzi spero che il referendum costituzionale blocchi questa riforma raffazzonata e poco rispettosa della Carta. Sono preoccupato invece, che il dibattito di questi mesi, viste le prime avvisaglie, i primi testimonial, finisca per arenarsi sulla solita domanda retorica (con annessa risposta quindi)  proposta dalla narrazione dominante, questa sì conformista: “C’è un’alternativa? No, non c’è un’alternativa”. E di conseguenza allora che si fa? Si vota sì, per sentirci tutti giovani, belli e (perfino) sinceri democratici, ignorando invece  (consapevolmente o non) che tutto ciò finirebbe col rendere la politica, il potere (chiamatelo come volete), l’azione governativa in definitiva, ancora meno rappresentativa di come ora (e lo è già pochissimo, basta dare un’occhiata ai livelli di partecipazione e viceversa di astensione al voto), del Paese. Altro che pro e contro Benigni.

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Ciao Bella

So di essere ripetitivo ma di fronte a una giornata di commemorazione, come quella di oggi, mi prudono le mani. Anzi le dita. Ho bisogno di scrivere ciò che è scattato in me e in molti altri della mia generazione quel pomeriggio di ventiquattro anni fa. Quando Giovanni Falcone con la moglie e gli agenti della scorta saltò in aria sulla autostrada per Palermo. A Capaci. La strage di Capaci che rischia di fossilizzarsi come molte altre stragi in questo Paese in una serie di riti e commemorazioni (appunto), uguali a se stesse ogni anno. Finendo col perdere l’essenza e anche quella rabbia giusta, sana e legittima che animò molti a impegnarsi da quel 1992 in poi, sotto diverse forme. Mobilitandosi. Di fronte a tutto quel movimento – non necessariamente un movimento – stona ora la staticità attuale che si accende a protesta a intermittenza. E penso al dibattito politico di questi giorni. Di una arroganza verbale assoluta che sfocia nell’offesa: perché paragonare quelli che diranno no al referendum a militanti di  Casapound, che cos’è? O ancora fare una distinzione tra veri e presunti partigiani a seconda di come si esprimeranno al referendum che cos’è? Eppure tutto quel movimento lì portò qualche anno dopo a riaffermare in una battaglia civile e significativa la difesa della nostra Costituzione. Ora la Carta (e la sua essenza) è sotto attacco da una riforma che per il suo iter nei palazzi della Politica nega tutto quel percorso – che poi si è bruscamente interrotto – iniziato quel sabato pomeriggio di ventiquattro anni fa. L’antimafia è diventata spesso un fenomeno di bandiera, quando ancora peggio una patente o una spilla da appuntarsi per scalare posizioni. E quella capacità di mobilitarsi di fronte alla decrepita Prima Repubblica messa all’indice per non essere più capace di rappresentare il Paese, dove è finita ora? Dove è finita ora di fronte a una riforma di pochi e per pochi che andrà a incidere ancora di più, quasi chirurgicamente, sul concetto di rappresentanza. E non c’entra nulla la dicotomia nuovi-vecchi o l’ancoraggio a un passato che rischia di non essere più al passo con i tempi. Che la Costituzione, quella del 1948, non sia più al passo con i tempi lo sappiamo tutti. Ma che questa riforma vada a risolvere quei problemi e la renda più attuale, è una tesi che è sconfessata dal percorso stesso della riforma e dagli effetti assai prevedibili, col combinato disposto con l’Italicum, che provocherà.  Non è quindi questione né del mantenimento dello status quo né  di preferire un Paese immobile a uno dinamico. Quale sarebbe il Paese dinamico? Quello che approva una riforma costituzionale che restringe ulteriormente gli spazi della rappresentanza in nome della riduzione dei costi della politica e della governabilità? E poi anche questa governabilità – ma questo è un altro discorso – non può essere il motivo per cui sacrificare tutto e tutti e permettere magari a un partito, anzi un leader (vista la personalizzazione della politica sempre più accentuata), che prende magari appena il 20% di rappresentare tutto il Paese?

Ecco, se ripenso a ventiquattro anni fa, e a quel moto non solo d’orgoglio che spinse molti all’impegno, alla testimonianza e guardo quello che c’è oggi, provo solo sfiducia rispetto a ciò che non siamo riusciti a fare. Ammetterlo con realismo serve, ma non basta di fronte a quello che sta succedendo ora. Come mi fa ancora più rabbia che un governo di molti nostri coetanei si sia appropriato indebitamente di un immaginario collettivo (dall’impegno antimafia a quello per la democrazia: molti renziani della prima e dell’ultima ora erano nei comitati per la difesa della Costituzione, come nei cortei e nelle iniziative per ricordare Falcone e Borsellino) che nei fatti non gli appartiene. Hanno avuto la loro occasione e hanno fallito. Una riforma costituzionale non condivisa, anzi assai divisiva e poco rispettosa dei principi della Carta,  è più di un buon motivo per ammettere che non sono stati in grado di rappresentare una generazione, quella generazione lì, e non solo.

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