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Perché non tutti possono fare politica

Forse ma forse la sbornia è passata. E ce ne stiamo rendendo conto. Ma forse, perché dal 1992 in poi abbiamo creduto (un po’ tutti, chi più chi meno) che bastasse un po’ di civismo,un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e un po’ di personaggi con la patente di integerrimi servitori dello Stato per sostituire la vecchia classe dirigente che era andata allo scatafascio con Tangentopoli. Abbiamo sbagliato. Perché non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Perché non basta avere le mani pulite – per citare Don Milani – se poi quelle mani si tengono in tasca. Perché l’onestà – o presunta tale – è un valore e non una categoria politica. Perché non basta guardarsi allo specchio, ripetere a memoria il proprio discorsetto e non essere poi capaci di sostenere un contraddittorio. Pensavamo di avere chiuso – con quel clima infame del 1992 – una stagione nera, ne abbiamo inaugurata una forse peggiore. Che non ha lasciato vittime sul campo come la precedente ma ha perseverato nel provocare danni a questo Paese. Soprattutto da parte di chi lo amministra. Il nuovismo, a esempio, l’abbiamo visto con l’appendice finale (per ora) dell’esperienza governativa di Matteo Renzi, non può essere una categoria politica. Nuovo non significa per forza di cose migliore del vecchio. Nuovo non significa nemmeno capace. Renzi e i suoi seguaci, guarda caso, hanno vacillato nei dibattiti televisivi solo quando si sono trovati sulla propria strada i vecchi. I residuati bellici della famigerata Prima Repubblica. Ciriaco De Mita ha conciato per le feste, nonostante la veneranda età, prima la deputata Pd Alessia Morani, poi lo stesso premier. Lungi dall’essere questo post un’apologia della Prima Repubblica. Se è vero però che  la prima repubblica era il male assoluto e se di quel male scontiamo ancora gli effetti, è altrettanto vero che in venti anni e passa non siamo riusciti a dare una svolta a questo paese. Anzi, abbiamo creato a ripetizione delle false illusioni. Abbiamo creduto che bastasse un colpo di spugna, nel solco della legalità, per avere una politica migliore. E invece, eccoci qui a riflettere su una disaffezione alla politica sempre più grande. Ci facevano schifo prima i maneggioni e il consociativismo. Ci fa ancora più schifo ora il solo pensiero di entrare in una cabina elettorale e non sapere chi scegliere. Oppure l’essere costretti a optare per il meno peggio. Che attenzione non è il turarsi il naso di quarant’anni e oltre fa, votando Dc. E’ davvero molto peggio. Perché il concetto di rappresentanza si è ormai definitivamente deteriorato. Chi ci rappresenta? A questa domanda abbiamo provato a dare negli anni risposte che si sono rivelate assolutamente sbagliate. Ci ha rappresentato forse chi da magistrato ha combattuto il malaffare e poi si è dato alla politica? Assolutamente no, perché, restando solo sull’aspetto comunicativo, i discorsi si sono rivelati monotoni. Perché non si può ripetere come un mantra legalità e onestà. E sull’onestà, a esempio, stiamo vedendo come l’abuso di questa parola che diventa programma politico (ma solo quella parola senza altri contenuti) finisca, proprio in questi giorni, col ritorcersi contro ai dilettanti della politica. Che siano i Cinque Stelle a Roma o il Sala di turno a Milano, poco importa. La realtà è che nell’ultimo ventennio – e non certo solo per colpa di Berlusconi – abbiamo assistito a una dialettica politica di basso, bassissimo livello. A un confronto politico da sprofondarsi. Idee pochine, personalizzazioni e scontri tanti, tantissimi. A volte anche senza senso. E tornando a Renzi: la strategia suicida di chi aveva dimostrato un machiavellico uso dell’arte politica (mancata elezione di Prodi al Quirinale e presa dell’intero potere: segreteria Pd e governo) messa in piedi per il referendum ne è una dimostrazione. O con me o contro di me. Ecco, di fronte allo scenario di bassa lega cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, ci dobbiamo forse chiedere in che cosa abbiamo sbagliato. Perché in qualcosa abbiamo sbagliato. Perché mandare al macero un’intera classe politica – poiché buona parte era finita nelle inchieste giudiziarie – è stato forse un azzardo troppo grande. Anche perché quelli lì – che dopo averli osannati o dopo aver loro chiesto un favore – erano diventati degli innominabili, abbiamo preferito sostituirli nemmeno con le riserve ma con chi stava addirittura in tribuna (d’altronde il ventennio berlusconiano, non solo per Forza Italia che ha raccattato elementi di quarta e quinta fila dal vecchio pentapartito ma anche dall’altra parte, ne è un esempio plastico di tutto questo). E nel frattempo abbiamo perso anche le buone e vecchie abitudini: scuole politiche. Non ci si improvvisa. I parvenu, purtroppo, sono assolutamente deleteri quando devono ricoprire incarichi importanti. Proprio perché sono dei parvenu e non dei fenomeni. E di fenomeni in giro non ce ne sono. Un tempo per arrivare in Parlamento si faceva un percorso, si conquistava il seggio sul campo, si costruiva quel vincolo di fiducia con l’elettore che poi magari veniva comunque disatteso, ma almeno un po’ di fiducia (seppure solo iniziale) c’era. Non si facevano le liste inserendo, appunto, un po’ di civismo, un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e via andare. Per quanto possa sembrare paradossale – e allo stesso tempo contestabile – l’era cui rinfacciamo con più forza l’assenza totale di meritocrazia, aveva la meritocrazia proprio in chi veniva chiamato, col voto, a fare politica. Ora, lauree presunte tali o contestate a parte, anche il lessico dei politici è più povero. E non è certamente familiare. Nel senso che non scalda più. Non abbraccia più. E’ una performance comunicativa che non ha nulla a che vedere con l’oratoria e che non tocca il senso d’appartenenza. Proprio perché non c’è più un senso d’appartenenza. E tutto questo che stiamo vedendo però, ce lo meritiamo. Questo clima infame 2.0 – e non per le inchieste giudiziarie, quelle dopo Mani Pulite, sembrano quasi routine – abbiamo contribuito anche a noi a crearlo.

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Un viaggio e la storia di un no

Scrivo ora, mentre preparo le ultime cose. Tra poco salirò in auto e da Bologna tornerò a casa, nella mia città. Centottanta chilometri in un paio d’ore e poi il ritorno di nuovo a Bologna nel pomeriggio. Una sfacchinata. Una sfacchinata necessaria. Ognuno ha la propria storia. E anch’io ho la mia. L’ammetto e credo che nessuno si scandalizzerà, l’ultima volta, un anno e mezzo fa, c’erano le Comunali a Senigallia e non scesi per votare. Ma stavolta è diverso e riguarda la mia storia. Ho cominciato a fare il giornalista, anche se ero ancora minorenne (allora), in un radio comunitaria di Senigallia (Radio Duomo). E ricordo ancora “Sentinella, quanto resta della notte?”. Lo scrisse Giuseppe Dossetti, il “monaco obbediente” della Linea Gotica dei Csi, nostro padre costituente, dopo che aveva scritto una accorata lettera all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, sulla necessità di difendere la Costituzione. Era il 1994 e la notte, quella notte era quella della democrazia, ove lui (Dossetti) prima degli altri aveva capito come si fosse trasformata irrimediabilmente la nostra politica in un’improvvisa quanto mai (leggendola ora) definitiva accelerazione verso la personalizzazione. E d’altronde questo referendum che andremo votare oggi ne è solo una macroscopica dimostrazione. Non è un referendum su Renzi. Non mi interessa dare spallate al governo Renzi attraverso il voto referendario. Non faccio il politico. Faccio – diciamo (e non mi si taccia, ora per l’intercalare, di essere un dalemiano: mai stato) – l’osservatore magari un po’ più privilegiato di altri. E di fronte alla guerra tra bande di queste ultime settimane lo sconforto sale sempre di più, perché fondamentalmente sono state raccontate tante baggianate. Dovrei essere un vecchio io che ho 37 anni (e vabbè non sarò più un giovanotto) e che esercito un mio diritto ed è quello di dire no a questa riforma costituzionale. Questa è una riforma che è stata scritta con i piedi (come direbbe qualsiasi prof di italiano), confusa nei contenuti, ove i conflitti d’attribuzione tra Regioni e Senato, sono destinati ad aumentare. E che non sembra avere nemmeno un filo logico: perché se da una parte si sostiene che il Senato debba essere una Camera che in qualche maniera rappresenti gli enti locali, dall’altra dà vita a una centralizzazione del potere che sconfessa, in alcuni casi, lo stesso potere degli enti sul territorio, mantenendoli comunque in vita. Dov’è la logica? Ecco, tornando alla propria storia personale e a quella radio comunitaria. Dopo l’appello di Dossetti, ebbi la fortuna d’incrociare un professore, scomparso da poco, di Filosofia del Diritto, si chiama(va) Enrico Moroni. E con lui facemmo una serie di trasmissioni alla radio sulla Costituzione e sulla sua necessaria difesa. Sono trascorsi più di vent’anni ci sono stati altri tentativi sghembi di modificarla e in qualche maniera di minarne le proprie fondamenta, ma questo paradossalmente sembra il più subdolo. Perché le modifiche costituzionali nascono direttamente dal governo (il famoso decreto Boschi-Renzi) e non invece da una base più condivisa e aperta e sono passate in un Parlamento che ha perso la sua autorevolezza negli anni, in cui continuamente è stato svuotato del suo potere legislativo, e di fatto subito dopo le ultime elezioni (quelle del 2013), quando è stato eletto con una legge il Porcellum, considerata dalla Corte Costituzionale, come “anticostituzionale”, in virtù dello spropositato premio di maggioranza. Ed ecco l’altro concetto fondamentale che affonda comunque nella mia storia: si chiama rappresentanza. Via via, un po’ per l’evidente sfiducia nei confronti dei partiti, tutti noi abbiamo perso quel vincolo di fiducia nei confronti di chi avrebbe dovuto rappresentarci e invece molto spesso non lo fa. Quest’oggi, con il referendum (strumento tutt’altro che antiquato), abbiamo la possibilità di autorappresentarci. E in questa autorappresentazione uno non può tenere conto della propria storia personale, diciamo anche del proprio pantheon (visto che va ancora di moda usare questo termine) e allora se riguardo indietro e vedo tutto quello che ho fatto in questi ventidue anni, ecco che convintamente mi farò questa sfacchinata di 180 chilometri in autostrada per andare e scrivere no.

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Perché il meno peggio non è (più) la soluzione

Ha vinto Trump. Game over. L’Europa si risveglia pensando che sia un incubo e invece è la realtà: lo spettro demonizzato per mesi è il nuovo presidente degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti si ritrovano il presidente che non avrebbero mai voluto. Più rassicurante di certo la Clinton. Ma la candidatura dell’ex first lady non ha sfondato e non è bastato nemmeno Obama a nobilitarla, anzi probabilmente Barack nella chiusura dei suoi otto anni ha commesso il più grave errore: pensare o solamente autoconvincersi che Hillary avrebbe potuto diventare presidente e raccogliere l’eredità. La realtà, purtroppo, è stringente nella sua evidenza: l’elettorato, sfiancato dalla crisi e da una lontananza sempre più siderale dalla politica (quella che quanto meno dovrebbe prendere le decisioni che cambiano la vita di milioni di persone), o non va alle urne o non si accontenta di scegliere il meno peggio. Perché scegliere il meno peggio significa autocondannarsi, quando va bene, a ulteriori sacrifici per garantirsi sopravvivenza e, quando va male, significa vedere in frantumi tutte le proprie aspettative. Che Trump fosse il peggio(re) e Hillary la meno peggio, su questo non sembrano esserci dubbi di sorta. E’ pacifico, evidente. Ma Hillary paradossalmente, pur presentandosi sotto le insegne del partito democratico per chiamarlo con un termine ormai vetusto, sul fronte progressista; rappresentava già in partenza la conservazione. Una conservazione, tra l’altro, fine a se stessa: la signora Clinton è stata prima (non vuole essere una colpa) first lady per otto anni, poi segretario di Stato (con politiche sui paesi arabi e Medio Oriente per le quali paghiamo ancora le conseguenze) e infine candidata forte o presunta tale sul fronte democratico, perché dall’altra parte si ritrovava come avversario il semisconosciuto (ma in grado comunque nonostante l’età di infiammare la platea dei millennials) senatore del Vermont, Bernie Sanders. E’ andata a finire come nel peggiore degli incubi: con Trump che andrà alla Casa Bianca e almeno per quattro anni sarà il presidente degli Stati Uniti. E proprio sulle candidature, allora, che la sinistra (o presunta tale) deve interrogarsi. E’ evidente che la Clinton fosse meno peggio di Trump, ma è altrettanto evidente che fosse la candidata meno adatta per contrastare le disuguaglianze di un Paese, in cui il ceto medio risulta sempre di più schiacciato dagli effetti a lungo termine della crisi. Disuguaglianze resta la parola chiave, non solo negli Stati Uniti, ma nel dizionario di una politica che dovrebbe essere in grado di incidere in quel rapporto di rappresentanza con l’elettorato (così come si auspicherebbe) e che invece si deteriora elezioni dopo elezioni, da qualsiasi latitudine lo si guardi e in qualsiasi parte del mondo si vada al voto. Ovviamente, la sfida è anche italiana. Ove si continua, soprattutto a sinistra, a spaccare il capello in quattro. E ove non è pensabile che l’ormai ex macropartito di centrosinistra, il Pd diventato ormai altro, possa dare qualche tipo di risposta sul tema delle disuguaglianze.

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Roma capoccia: considerazioni sparse sui Cinque Stelle e non solo

Reminiscenza liceale. C.v.d., ossia come volevasi dimostrare. La teoria che il Movimento Cinque Stelle, messo alla prova dei fatti, fosse incapace di governare, è stata (purtroppo, per chi credeva nel movimento) dimostrata. I rappresentanti del movimento sono stati travolti – e il caso di Roma lo dimostra in maniera inequivocabile – dalle loro stesse ossessioni che come una mantra hanno ripetuto all’infinito: dalla trasparenza alla legalità. Ok, nessuno nega che non siano valori cui richiamarsi. Però il problema è un altro: non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Soprattutto in città complicate come Roma, ove non basta la buona volontà. Qui, tra l’altro, la buona volontà sarebbe stata scalzata da un gioco d’ombre e scricchiolii, così sinistri, da far pensare che i suggeritori più o meno occulti sulle nomine in giunta, facciano parte dello stesso brodo in cui Roma ha navigato in un passato piuttosto recente. Un brodo destrorso che mette assieme frequentazioni esclusive e studi legali potenti. Inutile girarci attorno: il candore con cui il neo assessore De Dominicis ha ammesso di essere stato contattato da Pieremilio Sammarco, dell’omonimo studio legale e non stiamo a farla lunga sul parentado dei Sammarco e sui rapporti di amicizia con l’ex ministro Cesare Previti (l’hanno fatto ormai tutti, chi più e chi meno e non è questo il punto della faccenda), ha dato l’idea di come la Raggi, sindaco di Roma, fosse in qualche maniera eterodiretta nelle sue scelte. Tanto da far rialzare la testa allo sfidante sconfitto al ballottaggio, Roberto Giachetti, candidatura tutt’altro che forte che il Pd si giocò per il dopo Marino, che ha detto: “Una giunta paralizzata dalla guerra tra due studi: Sammarco e Casaleggio”. Di fronte però a questa incapacità di riuscire ad amministrare una realtà complessa come Roma, fanno sorridere, se non addirittura piangere – perché ci vuole un minimo di decenza – le lezioni che vorrebbero impartire gli esponenti del Partito Democratico, quando non sono presi addirittura dal gonfiarsi il petto e dire in maniera perentoria: “L’avevamo detto che questi non erano capaci”. Che detto dal Pd, tenendo conto di come ha mandato a carte quarantotto l’esperienza di Marino sindaco (si decise tutto fuori dal Consiglio comunale) e con l’ombra dell’inchiesta “Mafia capitale” che continua ad aleggiare sulla città, fa quanto meno sorridere appunto. Se non addirittura piangere. A seconda dei punti di vista. Detto questo ciò che sta andando in scena a Roma è lo specchio fedele di un Paese che si avvia a un voto decisivo per le sue istituzioni, così come le abbiamo conosciute finora, quello del referendum costituzionale. Dove ormai parlare di politica – forse perché i politici sono sempre meno e sono razza in via d’estinzione, peggio ancora dei panda che sembrano essersi ripopolati invece – nel merito e non in 140 caratteri (o con  slogan demenziali tipo “basta un sì”), sia diventata una cosa pesante. Da vecchi babbioni. Però i giovani o presunti tali – perché ormai anche con questa scorciatoia linguistico-giovanilistica dobbiamo finirla (visto che a quarant’anni, uno è un diversamente giovane, soprattutto se calpesta da tempo determinati tappeti) – che cosa hanno fatto? Molto poco finora e rischiano di fare danni decisamente più seri, pensando al referendum e alle loro prove da amministratori o da statisti (con presunzione di esserlo).

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Se la democrazia diretta diventa un rischio

Sarà Brexit. Con buona pace di analisi, exit poll, proiezioni e quant’altro. Ma appena il popolo nel pieno esercizio della sua sovranità si è espresso (tra l’altro con una percentuale di partecipazione da distanza siderale da quelle che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi in Italia), si è cominciato a tirare in ballo la democrazia diretta. Nella fattispecie il referendum, l’ultimo feticcio, l’ultimo avamposto. Com’è la storia del dito e della luna? Il dibattito che si scatenando se fosse stato necessario o meno indire un referendum e la scelta fatta da Cameron (coerente col finale anticipato della sua esperienza a Downing Street) ricalca proprio la storia del dito e della luna. Perché è evidente che, a prescindere da qualsiasi tipo di discorso populista (quelli strumentalizzano solo quella che è, purtroppo, la realtà dei fatti), a mancare è la rappresentanza. Non ci si sente rappresentati sia che al governo ci siano i conservatori, sia, viceversa, che ci siano i laburisti. Un po’ quello che accade in Italia e che si manifesta ormai da anni con l’assenza, sempre più rumorosa, alle urne. È evidente che l’Europa così com’è ora non funziona ma è altrettanto evidente, forse lo è ancora di più, che chi ne fa parte, non riesce a cambiarla dal di dentro. Soprattutto perché si è omologato allo stesso modo di fare politica (basti pensare quanto sia facile sconfessare le dichiarazioni odierne di Renzi viste le riforme che sta cercando di attuare nel Paese). La percezione è quella di un’oligarchia europea – che tra l’altro ha varato in anticipo le larghe intese italiane o la grande coalizione tedesca, imponendole in qualche maniera come modello da seguire – che eroda giorno dopo giorno la sovranità dei paesi membri. L’esempio della Grecia e della terribile estate dell’anno scorso è lì a ricordarlo. In tutto questo si innesta un rapporto completamente sbilanciato tra politica, intesa come potere di cambiare le cose, e potere finanziario. Il potere finanziario o tecno-finanziario, per dirla con un’espressione molto in auge, ha trasformato la politica in sua ancella, se non ancora peggio in una serva fedele. Il paradosso di tutta questa storia, assai preoccupante però, è che sputiamo sulla democrazia diretta, lamentandoci contemporaneamente di come l’Europa-istituzione eroda quotidianamente la sovranità, riducendo di conseguenza gli spazi di democrazia che ci restano o ancora peggio se ne freghi delle istanze dei singoli paesi. Non è che Cameron ha sbagliato a indire il referendum, Cameron, come tutti gli altri leader, ha sbagliato a non provare a prendere seriamente le distanze, trovando magari alleanze, da quello che l’Unione è diventata. E ha finito col prestare il fianco al populismo più becero che ha soffiato forte sul malcontento della provincia dell’impero, che si è sentita non rappresentata, finendo con lo strumentalizzarlo. Perché è evidente che il malcontento non si può ridurre solo, anche se stanno cercando di farlo dall’una e dall’altra parte, alla questione dell’emergenza immigrazione o alla paura del terrorismo. Ha ragione Romano Prodi, europeista convinto, quando in tutt’altro ambito, quello italiano ma comunque evidentemente legato alla crisi politica dell’Unione Europea, dice che non serve cambiare i politici ma cambiare le politiche. Ora con il rischio, dopo la Brexit, sempre più concreto di un effetto domino, forse è troppo tardi per iniziare a farlo. Ma è evidente che così l’Europa non funziona e non solo non risolve i problemi dei paesi membri, ma li aggrava facendo aumentare i particolarismi e di conseguenza gli striscianti nazionalismi, e non rappresentando la comunità. E pensare che un tempo, ormai lontano (forse anche remoto), l’Europa (diventata poi Unione) si chiamava Comunità.

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Il centrosinistra non esiste più

L’unico risultato evidente di questa tornata elettorale è che il centrosinistra non esiste più. Il Pd e soprattutto Renzi con la sua leadership l’hanno portato alla morte. Non è più un progetto non tanto ritenuto credibile, quanto rappresentativo di un elettorato. Che o non si presenta alle urne (la maggior parte) o guarda altrove. La mutazione genetica del Pd portata a compimento dalla leadership di Renzi,  il sogno realizzato di partito a vocazione maggioritaria si scontra nelle elezioni dei sindaci con un’evidente bocciatura di chi è stato scelto, in primis dal Pd, per rappresentare il centrosinistra o quello che ne resta. Basta dare un’occhiata ai risultati di questo primo turno per rendersene conto. E soprattutto è necessario fare un raffronto con le elezioni di cinque anni fa. Allora si parlò di rivoluzione arancione, dopo le vittorie di De Magistris, Zedda e Pisapia; ebbene per quanto si possa ironizzare sulle mire da leader dello stesso De Magistris, quel movimento lì, considerato una risorsa e in certi casi un’alternativa, ha retto l’urto: Zedda rieletto al primo turno, De Magistris in vantaggio, con buone possibilità di fare un secondo mandato. E Pisapia? Pisapia non si è presentato. A Milano il centrosinistra ha puntato su Sala, uomo Expo, e alle urne si sono visti i risultati. Sala, come era prevedibile e anche naturale, non è stato percepito come un proseguimento dell’esperienza amministrativa di Pisapia. E infatti è uscito fuori un testa a testa col candidato del centrodestra Parisi. Due manager a confronto, in qualche maniera degli idealtipo per come viene intesa la politica ora e per la prassi con cui vengono scelti i candidati. Ecco quindi, da chi viene incarnato lo scontro politico. Ma il concetto estensivo di esponenti della società civile (molto estensivo, qui si tratta di due manager) non sembra più essere – seppure continua a essere considerata la soluzione più a buon mercato – una scelta rappresentativa di un elettorato. E allora bisogna riflettere che il centrosinistra, rinforzato spesso al centro e ancora peggio a destra, senza sinistra non vince. E che questo può considerarsi in tutto e per tutto il funerale di quel progetto politico. Officiato da Renzi e da una classe dirigenziale del Pd non all’altezza: ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare sul territorio, un tempo forza e risorsa del partitone. Bologna rimane un caso emblematico di questo mood. Alle elezioni il centrosinistra ha presentato il candidato meno renziano del giro, Virginio Merola, che ha cercato immediatamente di creare un contatto, più che altro da mozione degli affetti, con l’Ulivo (l’unica esperienza di centrosinistra credibile che, nonostante il trascorrere del tempo, ha dimostrato la sua efficacia tanto da continuare a essere rimpianta). Ma la subalternità inevitabile, anche per chi si è accodato alla candidatura Merola (vedi ex Sel o comunque la lista di Amelia Frascaroli più collocabile a sinistra per temi affrontati), con l’egemonica idea di partito alla Renzi (a vocazione maggioritaria, appunto) ha lasciato segni evidenti. E tra l’altro, proprio su Bologna, considerata un tempo capitale di partecipazione al voto, bisogna riflettere sul dato dell’affluenza alle urne: undici punti in meno rispetto al 2011. Tutto ciò si chiama con un termine assai noto disaffezione alla politica. Che va comunque letta e declinata in qualche maniera. E’ evidente che il “cordone” della rappresentanza si è rotto, perché il partitone e le sue scelte non riescono a essere più rappresentativi. Renzi può fare anche la riforma costituzionale con Verdini alla ricerca di una maggioranza più ampia, ma poi inevitabilmente paga queste scelte sul territorio. Perché il territorio in maniera inequivocabile ha bocciato quel progetto lì. Altrimenti non si spiegherebbero i risultati del primo turno nelle grandi città che vale la pena di riassumere: a Milano Sala, candidato di tipico stampo renziano, lotta sui centesimi di voto per prevalere su Parisi; a Napoli, nonostante l’esposizione quasi permanente del governo e dei suoi rappresentanti (da Bagnoli in poi), la candidata del Pd dal curriculum tipicamente renziano, non è arrivata nemmeno al ballottaggio; a Roma Giachetti ha rischiato fino all’ultimo di non arrivare al secondo turno; a Torino Fassino, presidente dei sindaci italiani, va al ballottaggio coi Cinque Stelle.  E di Merola si è detto. Sconfitta su tutta linea. Certo, attenta valutazione merita anche quella sinistra che ha cercato di autorappresentarsi con risultati piuttosto deludenti. Da Torino (Airaudo) a Roma (Fassina). L’impressione, ancora una volta, che nella frenesia di muovere qualcosa a sinistra, si perpetuino sempre gli stessi schemi, mettendo al centro chi ha già dato, con risultati tutt’altro che brillanti, o chi viene da altre esperienze (Fiom e dintorni) che non possono essere comunque considerate totalizzanti per una candidatura e una proposta politica. Insomma, l’impressione vera è che si rimastica e basta. Senza provare a spingersi oltre e senza cercare di dare una rappresentanza a chi, in questo momento, non ce l’ha. E non sono pochi. Sono quelli che sono rimasti a casa. Che hanno perso qualsiasi speranza che possa esserci qualcosa di diverso dalla piega degli eventi presa col Pd di Renzi. E paradossalmente questa rimane l’unica forza dell’attuale premier. Consapevole, nonostante si renda conto dei pessimi risultati tra Regionali e Comunali, che al momento non c’è un’alternativa a lui, che possa scompaginare il campo di quello che una volta si chiamava centrosinistra.

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L’ha detto Benigni. E allora?

Non ho mai creduto che un comico potesse ribaltare il potere costituito (si diceva così un tempo e forse anche ora, no?). Altrimenti avrei votato Beppe Grillo. A ognuno il suo. Come non ho mai creduto che un magistrato potesse ribaltare questo Paese e rimodellarlo. In nome della legalità o presunta tale. Ci hanno provato e si sono visti i risultati. E allora che Benigni dica che voterà sì al referendum costituzionale, non mi tocca assolutamente. Contento lui. Non mi interessa parlare di tradimento dei valori, di opportunismo e quanto altro. E’ convinto di votare sì, lo faccia. Ci risparmi però la lezioncina. E forse anche noi dovremmo evitare ogni volta che uno, sempre più facilmente in questo Paese, diventa di colpo intellettuale o maitre a pensar (spesso per caso) e parla, di stracciarci le vesti o  di esaltarci, pensando di aver trovato un nuovo leader. Che ha una visione chiara, cristallina di quello che ha davanti, il nostro paese reale, e che sa sempre cosa fare. Dai, Benigni è credibile quando sta sul palcoscenico, come Grillo appunto. Quando esula dal suo lavoro, è uno che ha una sua opinione come qualsiasi altra persona. L’abbiamo sopravvalutato troppo prima. Non è che lo rinneghiamo ora perché ha una idea diversa dalla nostra. Purtroppo è questo dibattito politico che si autoalimenta di testimonial, come una qualsiasi televendita, o di personaggi feticci, come in una realtà tribale, che si rigira sempre su se stesso. Mostrando tutta la sua evidente sterilità, perché finora, salvo qualche rarissimo caso, non si è mai parlato fino in fondo della riforma Costituzionale e del referendum di ottobre, se non per  slogan fatti e preconfezionati a uso e consumo dell’elettore e a colpi di Twitter. Scorrendo proprio su Twitter, attraverso gli hashtag di giornata, il dibattito che si era scatenato sulle parole di Benigni a proposito del voto referendario, mi sono imbattuto in un tweet ermeneutico di un dirigente del Pd che analizzava parola per parola un passaggio dell’intervista al comico toscano. Eccolo: “E cosa dovrei fare? Non votare come penso per il conformismo dell’anticonformismo?”. Ovviamente, il tweet era ben equipaggiato con l’hashtag governativo #bastaunsì. Sembrerebbe leggendolo così, un concetto assai alto: il conformismo dell’anticonformismo. Ma che cosa sarebbe alla fine dei conti? Che è già stato stabilito che dire no al referendum è anticonformista e accodarsi a quel no è conformismo e quindi, di conseguenza, un modo civettuolo per sentirsi fichi? Ma Benigni, ci faccia ridere. Queste elucubrazioni lasciamole al Nanni Moretti di “Ecce bombo”. Non – per chiarirlo immediatamente – un modello politico perché credere che i girotondi di Moretti e company potessero far cadere Berlusconi o quanto meno rappresentare un’alternativa politica era più di un atto di fede. Ecco però, che nel dibattito generale se non riesce a passare il concetto racchiuso nell’equazione  “chi vota no è un vecchio”, che non vuole il cambiamento del Paese; si fa strada un altro concetto, ancora più pericoloso che è quello di far passare il cosiddetto anticonformismo e quindi il no alla Costituzione come un puro atto di civetteria. Da tutto questo si evince quanto basso sia il livello del dibattito. Perché qui non è questione di volere o non volere le riforme, ma è di fermare quelle riforme, perché non vanno nella direzione di migliorare il Paese. Non c’è nessuno – almeno credo – nel fronte del no al referendum che non sia d’accordo nel mettere mano alla Costituzione per metterla al passo coi tempi. Il problema è che la riforma costituzionale non metterà la Carta al passo coi tempi, restringerà invece ulteriormente gli spazi di rappresentanza (su cui, visto che è il compleanno e sono settant’anni, si fonda la nostra democrazia e di conseguenza la nostra repubblica). Tralasciando per una volta, a costo di essere ripetitivi, il metodo con cui è stata impostata la riforma e le basi da cui è partita. Ecco, dire no è un esercizio di sovranità. Non è un piagnisteo a priori e nemmeno un modo per affondare Renzi. Collegare la partita governativa al referendum è stato il solito modo per insufflare  il solito concetto: se perdiamo il referendum, cade il governo, poi che succede? Un esercizio retorico mai rottamato che vorrebbe far credere all’elettore che non c’è alternativa rispetto allo stato attuale e che tutto ciò significherebbe incertezza politica, instabilità, con evidenti ripercussioni sulla sovrastruttura europea che guarderebbe con preoccupazione all’Italia. Ci sembrava almeno prima di mettere la scheda nelle urne, alle elezioni del 2013, di esserci liberati definitivamente di questo continuo mantra ripetuto come la più grande preoccupazione che potesse abbattersi sulle nostre teste e invece, dopo il voto, è andato forse peggio di prima. Non sono preoccupato se falliranno le riforme, anzi spero che il referendum costituzionale blocchi questa riforma raffazzonata e poco rispettosa della Carta. Sono preoccupato invece, che il dibattito di questi mesi, viste le prime avvisaglie, i primi testimonial, finisca per arenarsi sulla solita domanda retorica (con annessa risposta quindi)  proposta dalla narrazione dominante, questa sì conformista: “C’è un’alternativa? No, non c’è un’alternativa”. E di conseguenza allora che si fa? Si vota sì, per sentirci tutti giovani, belli e (perfino) sinceri democratici, ignorando invece  (consapevolmente o non) che tutto ciò finirebbe col rendere la politica, il potere (chiamatelo come volete), l’azione governativa in definitiva, ancora meno rappresentativa di come ora (e lo è già pochissimo, basta dare un’occhiata ai livelli di partecipazione e viceversa di astensione al voto), del Paese. Altro che pro e contro Benigni.

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Ciao Bella

So di essere ripetitivo ma di fronte a una giornata di commemorazione, come quella di oggi, mi prudono le mani. Anzi le dita. Ho bisogno di scrivere ciò che è scattato in me e in molti altri della mia generazione quel pomeriggio di ventiquattro anni fa. Quando Giovanni Falcone con la moglie e gli agenti della scorta saltò in aria sulla autostrada per Palermo. A Capaci. La strage di Capaci che rischia di fossilizzarsi come molte altre stragi in questo Paese in una serie di riti e commemorazioni (appunto), uguali a se stesse ogni anno. Finendo col perdere l’essenza e anche quella rabbia giusta, sana e legittima che animò molti a impegnarsi da quel 1992 in poi, sotto diverse forme. Mobilitandosi. Di fronte a tutto quel movimento – non necessariamente un movimento – stona ora la staticità attuale che si accende a protesta a intermittenza. E penso al dibattito politico di questi giorni. Di una arroganza verbale assoluta che sfocia nell’offesa: perché paragonare quelli che diranno no al referendum a militanti di  Casapound, che cos’è? O ancora fare una distinzione tra veri e presunti partigiani a seconda di come si esprimeranno al referendum che cos’è? Eppure tutto quel movimento lì portò qualche anno dopo a riaffermare in una battaglia civile e significativa la difesa della nostra Costituzione. Ora la Carta (e la sua essenza) è sotto attacco da una riforma che per il suo iter nei palazzi della Politica nega tutto quel percorso – che poi si è bruscamente interrotto – iniziato quel sabato pomeriggio di ventiquattro anni fa. L’antimafia è diventata spesso un fenomeno di bandiera, quando ancora peggio una patente o una spilla da appuntarsi per scalare posizioni. E quella capacità di mobilitarsi di fronte alla decrepita Prima Repubblica messa all’indice per non essere più capace di rappresentare il Paese, dove è finita ora? Dove è finita ora di fronte a una riforma di pochi e per pochi che andrà a incidere ancora di più, quasi chirurgicamente, sul concetto di rappresentanza. E non c’entra nulla la dicotomia nuovi-vecchi o l’ancoraggio a un passato che rischia di non essere più al passo con i tempi. Che la Costituzione, quella del 1948, non sia più al passo con i tempi lo sappiamo tutti. Ma che questa riforma vada a risolvere quei problemi e la renda più attuale, è una tesi che è sconfessata dal percorso stesso della riforma e dagli effetti assai prevedibili, col combinato disposto con l’Italicum, che provocherà.  Non è quindi questione né del mantenimento dello status quo né  di preferire un Paese immobile a uno dinamico. Quale sarebbe il Paese dinamico? Quello che approva una riforma costituzionale che restringe ulteriormente gli spazi della rappresentanza in nome della riduzione dei costi della politica e della governabilità? E poi anche questa governabilità – ma questo è un altro discorso – non può essere il motivo per cui sacrificare tutto e tutti e permettere magari a un partito, anzi un leader (vista la personalizzazione della politica sempre più accentuata), che prende magari appena il 20% di rappresentare tutto il Paese?

Ecco, se ripenso a ventiquattro anni fa, e a quel moto non solo d’orgoglio che spinse molti all’impegno, alla testimonianza e guardo quello che c’è oggi, provo solo sfiducia rispetto a ciò che non siamo riusciti a fare. Ammetterlo con realismo serve, ma non basta di fronte a quello che sta succedendo ora. Come mi fa ancora più rabbia che un governo di molti nostri coetanei si sia appropriato indebitamente di un immaginario collettivo (dall’impegno antimafia a quello per la democrazia: molti renziani della prima e dell’ultima ora erano nei comitati per la difesa della Costituzione, come nei cortei e nelle iniziative per ricordare Falcone e Borsellino) che nei fatti non gli appartiene. Hanno avuto la loro occasione e hanno fallito. Una riforma costituzionale non condivisa, anzi assai divisiva e poco rispettosa dei principi della Carta,  è più di un buon motivo per ammettere che non sono stati in grado di rappresentare una generazione, quella generazione lì, e non solo.

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Referendum, per fortuna c’è chi dice no

 

Unknown

Questo post rischia di essere, secondo la narrazione dominante, un elogio alla vecchiaia. E ai gufi. Sono fiero, se questa è la vulgata dominante, di essere sia un vecchio sia un gufo. Parliamo del referendum del prossimo ottobre e di quanto rischia di incidere definitivamente sul nostro sistema già ampiamente disastrato. Hanno toccato i nervi della Costituzione con una riforma per pochi e non per tutti, di pochi e non di tutti. Una riforma evidentemente di parte. Già dalla sua origine. In questo affrettarsi a chiedere un sì al referendum di ottobre, personalizzato dallo stesso premier, anche se lui si ostina a credere il contrario (lasciamoglielo pure credere), si semplifica quello che non è semplificabile: perché se si arriva a una riforma, per forza di cose, deve esserci un percorso. Qual è il percorso che ha portato a questa riforma? Un libro, uscito qualche mese fa per Edizioni Gruppo Abele, lo ricostruisce in maniera perfetta. S’intitola “Io dico no” e ci sono quattro interventi alquanto qualificati che spiegano come questa riforma sia in tutto e per tutto un tradimento della Carta stessa e in definitiva eterodiretta. Alessandra Algostino è una docente di Diritto Costituzionale all’università di Torino e nel suo intervento chiarisce immediatamente la genesi della riforma. Come nasce? Da un disegno di legge firmato dal presidente del Consiglio e dal ministro delle Riforme. Pratica alquanto inusuale per varare una riforma della Costituzione che, come recita la Carta, deve passare con il voto di almeno i 2/3 delle due Camere. La prima anomalia non è di poco conto, perché svuota, come se ci fosse bisogno di avere conferme viste le innumerevoli avvisaglie di questi anni, il ruolo del Parlamento. E questo sia detto oltre a essere un tradimento della Costituzione stessa, è anche un tradimento della concezione stessa che muove da secoli ormai la democrazia, che poggia sulla divisione dei poteri. E’ evidente che si punta a eliminare i contrappesi, perché se una riforma costituzionale parte dal governo, quindi dal potere esecutivo, scavalcando il Parlamento, il potere legislativo che a tutti gli effetti dovrebbe esserne invece l’origine, irrimediabilmente si punta a rafforzare il governo in luogo del Parlamento. La seconda anomalia della genesi di questa riforma è che il disegno di legge governativo deve per forza essere discusso da un Parlamento che è stato eletto con un sistema elettorale, il Porcellum, considerato dalla Corte Costituzionale, come anticostituzionale. E tralasciamo, per ora, il discorso Italiacum, ove il premio di maggioranza viene addirittura rafforzato: con la possibilità concreta che chi arriva al 20% si prenda tutto il banco. E tutto il potere. Ma questo, come è detto, è solamente un inciso. Basterebbero comunque, questi due elementi che la professoressa Algostino ben mette in evidenza nel libro, per capire come l’iter di questa riforma nasca male e finisca ancora peggio. Eppure, salvo rarissime eccezioni, non si è posto mai l’accento su queste due anomalie, anzi in qualche maniera sono state normalizzate dal dibattito pubblico. Ed ecco il secondo punto: il dibattito pubblico. Secondo aspetto che ben viene messo in evidenza nel libro da Livio Pepino, ex magistrato e presidente del Controsservatorio Val Susa. Pepino si sofferma sulla retorica che è stata imposta al dibattito sulla riforma. Una retorica che nella narrazione dominante, alquanto superficiale, vedrebbe, come il rituale schema dialettico di Renzi (in fondo è sempre lo stesso) prevede, da una parte i nuovi che vogliono il nuovo e quindi tutto il pacchetto di riforme e dall’altra i vecchi fossilizzati nello status quo che puntano a difendere l’indifendibile. Un’imposizione nel dibattito generale che provoca almeno un paio di degenerazioni: la principale è che il modus operandi di questo governo punta a spazzare via definitivamente i corpi intermedi e di conseguenza la contrattazione, considerati un inutile spreco di tempo che va contro il decisionismo. E qui, dovrebbe suonare un altro campanello d’allarme, perché il decisionismo, se è rappresentato da Berlusconi, è sinonimo automaticamente di autoritarismo; se invece è incarnato da Renzi, allora viene considerata una virtù da “problem solving”. Ma senza dilungarsi troppo, è proprio l’impostazione che è stata data al dibattito in sé che rischia di far perdere di vista l’essenza della riforma. Perché il leit motiv contro chi si schiera per il no, oltre al solito bagaglio di gufi e vecchi, è quello di essere in qualche maniera anche degli sconsiderati, perché non ci si rende conto che l’abolizione o meglio la trasformazione del Senato andrà a incidere in maniera significativa sui costi della politica, tema assai sempre caldo e molto populista (tanto per dare alle cose gli aggettivi giusti). Ma il Senato così come lo vorrebbe questa riforma è una seconda Camera che ancora meno senso della precedente. Sfugge però, anzi viene volutamente tralasciato che, al netto di Porcellum e se sarà dell’Italicum, il nuovo Senato è la negazione del concetto di rappresentanza e della democrazia rappresentativa così come l’abbiamo conosciuta almeno fino a un decennio fa, prima della sua inevitabile degenerazione. Perché si parla di capilista bloccati, quando si parla di Italicum, ma si omette di dire che il Senato sarà composto da membri nominati (seppure eletti in prima istanza, il riferimento è a consiglieri regionali e sindaci)? Si ottiene così un restringimento della rappresentanza ancora più significativo di quello prodotto dal Porcellum che, si ricorderà, è considerato anticostituzionale. D’altronde come potrebbe essere altrimenti, se la nostra Carta Costituzionale postula la rappresentanza come un valore essenziale della nostra democrazia? Tutto questo però, non deve sfuggire quest’ultimo elemento, va inserito in un determinato contesto che è quello che si continua a perpetuare ormai da troppo tempo: l’astensionismo. Urne sempre più vuote e una disaffezione alla politica che un ulteriore deficit di rappresentanza non potrà che portare a cifre ancora più esorbitanti di quelle attuali. Come dire, tornando al discorso iniziale, una riforma Costituzionale che punta a concretizzare quel vecchio modo di dire: ” se la cantano e se la suonano”. L’esatto contrario, l’opposto diametrale di quello che è ora la nostra Costituzione. Restando legati al libro sono molto interessanti anche gli altri due interventi, quello di Tomaso Montanari, docente di storia dell’Arte all’università di Napoli, che punta l’indice proprio, partendo anche dalla cultura, sull’erosione sempre più massiccia di sovranità; e quello finale di don Luigi Ciotti che punta sul concetto di no da estendere al noi. Ecco, basta leggere il libro per capire come i temi che, umilmente sono stati proposti anche in questo post, siano del tutto assenti dalla narrazione dominante e dal dibattito che è stato imposto come una sfida tra nuovo e vecchio. E magari, dopo aver letto il libro o solamente aver riflettuto su alcune di queste considerazioni, rendersi conto che c’è ancora la possibilità di fermare questa riforma di pochi e per pochi contro un bene che è invece ancora di tutti.

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Libri/58 Qualcuno era comunista

 

6023-3-1

 

Non è nostalgia. Forse è malinconia quella che pervade il libro di Lodovico Festa “Provvidenza rossa”, edito da Sellerio. Non è un’operazione da come erano “formidabili quegli anni”, per capirsi.  E’ il 1977 e viene uccisa una fioraia iscritta al Partito Comunista. Da lì si mette in moto la narrazione di Festa che non sembra interessato a tenere il lettore sulle spine per sapere chi l’ha uccisa. Quanto invece, raccontare come funzionava quel Pci, l’ultimo partito novecentesco: struttura e nomenclatura. A iniziare da che cosa fossero allora i probiviri. Organismo guidato da un vecchio partigiano, Dondi, e rappresentato da un vice,  Cavenaghi ingegnere che diventa funzionario e che nel libro, essendo il responsabile, diventa investigatore. Con un’inchiesta che corre parallela a quella ufficiale, ossia quella del commissariato. E il commissario ha sempre la sensazione – quando va a interrogare personaggi cruciali per provare a districare la matassa e capire chi ha sparato alla fioraia – che qualcuno sia arrivato prima di lui. E nella realtà è così. Non è difficile, anche senza fare dello spoiler, chi è arrivato prima di lui. L’arma del delitto: la Mp40 usata nella Seconda Guerra Mondiale dai nazisti e carichi di quelle armi era stati rastrellati e nascosti dai partigiani. Quindi, potrebbe essere un delitto politico, neofascista, o la fioraia potrebbe essere stata uccisa anche dal  cosiddetto fuoco amico. L’intreccio c’è, anche se il ritmo narrativo è assai lento per essere un giallo. Però la controinchiesta dei probiviri appassiona perché è un modo per scavare nelle viscere di un partito che tra i desideri dell’Eurocomunismo del segretario di allora e un compromesso storico che sarebbe arrivato solo un anno dopo, ha la percezione che sia il momento migliore, quello, per vincere le sue prime elezioni nel Dopoguerra e diventare il primo partito del Paese. Senza dimenticare che quelli sono gli anni del terrorismo rosso più feroce, delle Br. E anche della criminalità milanese, della mala.  Il contesto appassiona, perché quella Milano lì, prima che diventasse da bere, ha un potere di fascinazione ancora forte, proprio per i suoi misteri e per quell’incedere incerto in un’epoca ancora tutta da decifrare. Ciò che colpisce di più di questo libro è il certosino racconto  di come funzionavano, perfino fin troppo sincronizzati, tutti gli organismi interni del Pci. Un racconto così minuzioso che poteva fare solo chi è stato dirigente. E infatti, Festa è stato un dirigente del Pci che dopo la Bolognina ha chiuso col suo passato, per cambiare completamente orizzonte politico: è stato tra i fondatori de Il Foglio e poi editorialista de Il Giornale. Quello che traspare però, sarà pure una sensazione, ma è proprio una malinconia di fronte a un’organizzazione che funzionava fin troppo bene, assai criticabile per la gestione del quotidiano (dell’omicidio stesso nel libro) tra silenzi imposti e verità da ricostruire ex novo, ma in grado nella sua essenza massimalista di rappresentare comunque una base, costretta spesso a masticare amaro. E tutto questo segna una distanza siderale dal presente, molto più lunga di quei 40 anni che, nella storia e nella realtà, sono trascorsi.

La provvidenza rossa

Lodovico Festa

544 pagine, 15 euro

Sellerio editore Palermo

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