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Perché il meno peggio non è (più) la soluzione

Ha vinto Trump. Game over. L’Europa si risveglia pensando che sia un incubo e invece è la realtà: lo spettro demonizzato per mesi è il nuovo presidente degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti si ritrovano il presidente che non avrebbero mai voluto. Più rassicurante di certo la Clinton. Ma la candidatura dell’ex first lady non ha sfondato e non è bastato nemmeno Obama a nobilitarla, anzi probabilmente Barack nella chiusura dei suoi otto anni ha commesso il più grave errore: pensare o solamente autoconvincersi che Hillary avrebbe potuto diventare presidente e raccogliere l’eredità. La realtà, purtroppo, è stringente nella sua evidenza: l’elettorato, sfiancato dalla crisi e da una lontananza sempre più siderale dalla politica (quella che quanto meno dovrebbe prendere le decisioni che cambiano la vita di milioni di persone), o non va alle urne o non si accontenta di scegliere il meno peggio. Perché scegliere il meno peggio significa autocondannarsi, quando va bene, a ulteriori sacrifici per garantirsi sopravvivenza e, quando va male, significa vedere in frantumi tutte le proprie aspettative. Che Trump fosse il peggio(re) e Hillary la meno peggio, su questo non sembrano esserci dubbi di sorta. E’ pacifico, evidente. Ma Hillary paradossalmente, pur presentandosi sotto le insegne del partito democratico per chiamarlo con un termine ormai vetusto, sul fronte progressista; rappresentava già in partenza la conservazione. Una conservazione, tra l’altro, fine a se stessa: la signora Clinton è stata prima (non vuole essere una colpa) first lady per otto anni, poi segretario di Stato (con politiche sui paesi arabi e Medio Oriente per le quali paghiamo ancora le conseguenze) e infine candidata forte o presunta tale sul fronte democratico, perché dall’altra parte si ritrovava come avversario il semisconosciuto (ma in grado comunque nonostante l’età di infiammare la platea dei millennials) senatore del Vermont, Bernie Sanders. E’ andata a finire come nel peggiore degli incubi: con Trump che andrà alla Casa Bianca e almeno per quattro anni sarà il presidente degli Stati Uniti. E proprio sulle candidature, allora, che la sinistra (o presunta tale) deve interrogarsi. E’ evidente che la Clinton fosse meno peggio di Trump, ma è altrettanto evidente che fosse la candidata meno adatta per contrastare le disuguaglianze di un Paese, in cui il ceto medio risulta sempre di più schiacciato dagli effetti a lungo termine della crisi. Disuguaglianze resta la parola chiave, non solo negli Stati Uniti, ma nel dizionario di una politica che dovrebbe essere in grado di incidere in quel rapporto di rappresentanza con l’elettorato (così come si auspicherebbe) e che invece si deteriora elezioni dopo elezioni, da qualsiasi latitudine lo si guardi e in qualsiasi parte del mondo si vada al voto. Ovviamente, la sfida è anche italiana. Ove si continua, soprattutto a sinistra, a spaccare il capello in quattro. E ove non è pensabile che l’ormai ex macropartito di centrosinistra, il Pd diventato ormai altro, possa dare qualche tipo di risposta sul tema delle disuguaglianze.

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Perché non Podemos in Italia

Affluenza alle urne e biografia dei leader di Podemos e Syriza. Forse il segreto sta tutto lì. E anche la spiegazione perché una Podemos italiana o una Syriza tricolore non nascerà mai. Nonostante i leader dei cespuglietti di sinistra continuino a elogiare ed esaltare, in corretta alternanza, Iglesias e Tsipras. Questa volta, ad esempio, tocca a Pablo Iglesias. Con Podemos è arrivato al 20% nelle ultime elezioni spagnole. Bel risultato. Un’utopia, almeno al momento, per chi in Italia sogna di fare qualcosa di sinistra. Innanzitutto l’affluenza alle urne. In Spagna ha votato il 69% degli aventi diritto, una cifra molto diversa (e molto lontana) da quella registrata nelle ultime consultazioni nel nostro paese (che fossero Comunali, Politiche, Regionali o Europee, poco importa, quasi sempre solo un italiano su due è andato a votare). Poi anche nel nostro paese è uscito il libro di Iglesias che altro non era che la sua tesi di laurea. Una tesi sui Disobbedienti italiani e sul lavoro preparatorio per le manifestazioni di dissenso al G8 di Genova. La partecipazione alle manifestazioni contro il G8 di Genova, ovviamente, non può essere una (o l’unica) stella al merito per chi decide di fare qualcosa di sinistra. Ma è altrettanto vero che se si incrocia la biografia di Iglesias con quella di Tsipras, balza all’occhio che anche l’attuale premier greco ha partecipato a quelle manifestazioni lì. Ora proviamo a fare un gioco: quanti dei leader italiani di sinistra o presunti tali o addirittura aspiranti possono dire di essere stati a Genova? Fassina, Civati e via dicendo, no. Nessuno di loro. Ed ecco una possibile spiegazione del motivo perché non potrà mai esserci una Podemos italiana. Che lo si voglia o no, il G8 di Genova è stato uno snodo cruciale della storia internazionale recente. I movimenti che vi parteciparono, sono stati i primi a teorizzare, in anticipo sui tempi, quelli che allora sarebbero potuti essere gli effetti di una crisi globale e che poi nei fatti si sono rivelati per essere ancora più incisivi e sconvolgenti sulle nostre vite. Quel bagaglio culturale lì è fondamentale per provare a fare qualcosa di sinistra. Detto questo, la partecipazione nei movimenti che contrastarono il G8 di Genova, estendendo una critica che non fosse solo quella di urlare il proprio dissenso, è stata la semina per far partire qualcosa dal basso che si è coniugato assai bene sia in Spagna sia in Grecia, tenendo conto anche dell’inasprirsi dell’austerity nei due paesi. Senza perdere mai di vista la piazza nel corso degli anni: basti pensare agli Indignados base di riferimento dello stesso Podemos. Quindi, movimenti dal basso. Senza storcere il naso, proprio perché i leader venivano da quella storia, e nemmeno ostracizzare chi di solito tiene le piazze, ci va, manifesta e non può essere solo considerato un problema di ordine pubblico, ma anzi è in cerca di una rappresentanza. In Italia è mai successo tutto questo? La risposta è fin troppo semplice: no. Anche perché la maggior parte dei propositi di fare qualcosa di sinistra, è partita dall’alto. O se non è partita dall’alto, ha trovato comunque una sua rappresentazione in chi si trovava a occupare già posizioni politiche di rilievo. Per essere più espliciti, restando ai casi recenti: nel primo caso i vari Fassina, Sel e Sinistra italiana, nel secondo Civati con il suo progetto “Possibile”. E così manca tuttora il vero link con la base e più in generale col basso che ha reso Syriza prima e Podemos poi in grado di rappresentare chi non si sentiva rappresentato e di portare la gente a votare, vincendo una disaffezione che iniziava a prendere campo anche nei due paesi. Ecco perché almeno in Italia e almeno per ora, visto lo scenario attuale, non Podemos. Ed è anche inutile far credere che sia possibile. O limitarsi a cantare vittoria per gli altri.

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Libri/21 Perché Berlusconi ha vinto

vent'anni dopo

 

 

Finito di leggere questo saggio di Piero Ignazi (“Vent’anni dopo. La parabola del Berlusconismo”, 144 pagine, 13 euro, il Mulino editore) in un’associazione d’idee – che ora non mi sembra poi così audace – mi sono venuti in mente gli Ustmamò e Nanni Moretti. La band emiliana del giro di Giovanni Ferretti e soci, perché in “Filikudi” cantava “Ah cos’è l’eternità se gli anni ottanta erano tanto tempo fa”. Si provava a rimuovere quello che comunque non era già più rimovibile. Gli anni ottanta non hanno fatto altro che accelerare il crollo verticale della fiducia nei partiti in Italia (l’antipolitica parte da lì e Berlusconi inizialmente ne attinge a piene mani) e hanno in qualche maniera inaugurato in maniera talvolta rozza l’estetica del corpo in politica. Che fosse la Milano da bere, i nani e le ballerine poco importa per le sensazioni provate leggendo questo saggio. Tra l’altro basterebbe pensare a ciò che in quegli anni succedeva negli Stati Uniti con l’avvento al potere di Ronald Reagan, ex attore prestato alla politica per i repubblicani. Ed è da lì, facendo un discorso squisitamente politico, che prende forma e consistenza quel neoliberismo che verrà poi geneticamente modificato all’inizio del Terzo Millennio, provocando danni ben peggiori di quelli che aveva già provocato negli anni ottanta. Insomma il primo successo elettorale di Berlusconi nel 1994 parte da molto lontano. E non necessariamente da un link – come ci si ostina talvolta pervicacemente a credere – con Bettino Craxi. Craxi era molto più politico di Berlusconi e non è riuscito a fare quello che riuscirà al suo successore. Per ora fermiamoci qui, con gli Ustmamò, e con il loro tentativo in canzone di rimuovere ciò che non è più rimovibile, perché comunque lo spirito degli anni ottanta era già così abbondantemente entrato in circolo da non uscirne più.

E veniamo a Nanni Moretti. C’è una scena de “Il Caimano”, non quella che gli antiberlusconiani esaltano sempre, ossia il finale fuori dall’aula giudiziaria che, salvo per le molotov, nei toni e nelle parole non si è rivelato molto dissimile da quella che poi sarebbe stata la realtà. La scena che mi è venuta in mente, leggendo il libro di Ignazi e prima ancora l’altrettanto significativo saggio di Massimiliano Panarari “Egemonia sottoculturale” (mai titolo fu più azzeccato per descrivere cosa è successo in questo ventennio berlusconiano e vedremo poi perché), è interamente girata in macchina, quando Jasmine Trinca, la giovane regista, Silvio Orlando, il produttore spiantato, tentano di proporre a Nanni Moretti, l’attore, la parte di Berlusconi in un film su Berlusconi. La risposta che Moretti dà, quando la giovane regista prova a far leva sull’impegno civile e sociale prospettando il rischio che Berlusconi vinca di nuovo, è disarmante e quanto mai azzeccata: “Berlusconi ha già vinto”. E la vittoria di Berlusconi è una vittoria epocale. Purtroppo anche nel modo di fare politica che ha inevitabilmente contagiato chi – e la dimostrazione di cosa sia diventato il Pd di Renzi, un altro partito del capo, è sotto gli occhi di tutti – l’ha affrontato in questi anni come avversario politico. C’è un paradosso però, che Ignazi spiega molto bene nel libro e che la Sinistra o quello che ne resta in questo paese, non è mai riuscita a mettere in evidenza: Berlusconi ha vinto, perdendo almeno tre sfide da quando si è dato alla politica. Tre fallimenti. Il primo: la costruzione di un grande partito liberal-conservatore come annunciò nel 1994 salvo poi cambiare rotta, evocando prima la Dc, subito dopo la sconfitta elettorale del 1996, e rifacendosi alla storica data del 18 aprile, poi dando sfogo a una deriva populista-nazionalista, andando più a destra anche degli eredi delll’Msi e trasformando di fatto il partito “in una formazione populista-patrimonialista con tratti carismatici”. Il secondo fallimento è quello della “modernizzazione del paese” che annunciò sin dall’inizio ma che non è stato capace di fare. Il terzo è quella rivoluzione liberale, un altro dei tanti proclami, fallita “per l’adagiarsi su interessi settoriali, corporativi e perfino personali visto il benefit politico di 2,1 miliardi di euro alle sue televisioni per tutti gli anni in cui è stato il governo”.  Gli errori del centrosinistra vanno ricercati allora nell’incapacità assoluta di fare battaglie sui fallimenti politici (e sono stati tanti ed evidenti) di Berlusconi e nell’adeguarsi invece a un dibattito politico sterile incentrato su una personalizzazione della politica sempre più sfrenata, adeguando toni e (purtroppo) anche lessico. Ecco il concetto di egemonia sottoculturale. Da frasi, definiamole pure idiomatiche, come “scendere in campo” o “mettere le mani nelle tasche degli italiani” che sono entrate di forza nel lessico comune del confronto politico. E che non ne sono ancora uscite. Ecco perché se il ciclo di Berlusconi al potere è finito, non si può dire altrettanto (purtroppo) del berlusconismo. Ignazi porta nel suo libro un esempio che dovrebbe fare riflettere soprattutto il Pd perché dimostra come la storia di questo partito sia nata male e sta continuando sempre peggio. Febbraio 2008, la caduta del secondo governo Prodi che il Pd fa poco o nulla per evitare e non sfrutta nemmeno quelli che sono i risultati evidenti derivati dal governo che ha sostenuto e che invece vengono offuscati da una campagna elettorale di Berlusconi feroce contro il governo accusato di ogni nefandezza e di aver messo le mani nelle tasche degli italiani (eccola qua la frase che va sempre dritta alla pancia dell’elettore) e di aver impoverito il Paese. Peccato che, come rileva Ignazi nel suo libro, prima delle elezioni del 2008, tutti i dati economici erano positivi: Pil in crescita, tasso di disoccupazione più basso dagli anni Novanta, il deficit passato dal 3,4 al 1,9% con una spesa pubblica ridotta e grazie a maggiori entrate. Eppure le elezioni le vince Berlusconi. E poi si sa com’è andata a finire.

 

 

 

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