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Perché non tutti possono fare politica

Forse ma forse la sbornia è passata. E ce ne stiamo rendendo conto. Ma forse, perché dal 1992 in poi abbiamo creduto (un po’ tutti, chi più chi meno) che bastasse un po’ di civismo,un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e un po’ di personaggi con la patente di integerrimi servitori dello Stato per sostituire la vecchia classe dirigente che era andata allo scatafascio con Tangentopoli. Abbiamo sbagliato. Perché non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Perché non basta avere le mani pulite – per citare Don Milani – se poi quelle mani si tengono in tasca. Perché l’onestà – o presunta tale – è un valore e non una categoria politica. Perché non basta guardarsi allo specchio, ripetere a memoria il proprio discorsetto e non essere poi capaci di sostenere un contraddittorio. Pensavamo di avere chiuso – con quel clima infame del 1992 – una stagione nera, ne abbiamo inaugurata una forse peggiore. Che non ha lasciato vittime sul campo come la precedente ma ha perseverato nel provocare danni a questo Paese. Soprattutto da parte di chi lo amministra. Il nuovismo, a esempio, l’abbiamo visto con l’appendice finale (per ora) dell’esperienza governativa di Matteo Renzi, non può essere una categoria politica. Nuovo non significa per forza di cose migliore del vecchio. Nuovo non significa nemmeno capace. Renzi e i suoi seguaci, guarda caso, hanno vacillato nei dibattiti televisivi solo quando si sono trovati sulla propria strada i vecchi. I residuati bellici della famigerata Prima Repubblica. Ciriaco De Mita ha conciato per le feste, nonostante la veneranda età, prima la deputata Pd Alessia Morani, poi lo stesso premier. Lungi dall’essere questo post un’apologia della Prima Repubblica. Se è vero però che  la prima repubblica era il male assoluto e se di quel male scontiamo ancora gli effetti, è altrettanto vero che in venti anni e passa non siamo riusciti a dare una svolta a questo paese. Anzi, abbiamo creato a ripetizione delle false illusioni. Abbiamo creduto che bastasse un colpo di spugna, nel solco della legalità, per avere una politica migliore. E invece, eccoci qui a riflettere su una disaffezione alla politica sempre più grande. Ci facevano schifo prima i maneggioni e il consociativismo. Ci fa ancora più schifo ora il solo pensiero di entrare in una cabina elettorale e non sapere chi scegliere. Oppure l’essere costretti a optare per il meno peggio. Che attenzione non è il turarsi il naso di quarant’anni e oltre fa, votando Dc. E’ davvero molto peggio. Perché il concetto di rappresentanza si è ormai definitivamente deteriorato. Chi ci rappresenta? A questa domanda abbiamo provato a dare negli anni risposte che si sono rivelate assolutamente sbagliate. Ci ha rappresentato forse chi da magistrato ha combattuto il malaffare e poi si è dato alla politica? Assolutamente no, perché, restando solo sull’aspetto comunicativo, i discorsi si sono rivelati monotoni. Perché non si può ripetere come un mantra legalità e onestà. E sull’onestà, a esempio, stiamo vedendo come l’abuso di questa parola che diventa programma politico (ma solo quella parola senza altri contenuti) finisca, proprio in questi giorni, col ritorcersi contro ai dilettanti della politica. Che siano i Cinque Stelle a Roma o il Sala di turno a Milano, poco importa. La realtà è che nell’ultimo ventennio – e non certo solo per colpa di Berlusconi – abbiamo assistito a una dialettica politica di basso, bassissimo livello. A un confronto politico da sprofondarsi. Idee pochine, personalizzazioni e scontri tanti, tantissimi. A volte anche senza senso. E tornando a Renzi: la strategia suicida di chi aveva dimostrato un machiavellico uso dell’arte politica (mancata elezione di Prodi al Quirinale e presa dell’intero potere: segreteria Pd e governo) messa in piedi per il referendum ne è una dimostrazione. O con me o contro di me. Ecco, di fronte allo scenario di bassa lega cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, ci dobbiamo forse chiedere in che cosa abbiamo sbagliato. Perché in qualcosa abbiamo sbagliato. Perché mandare al macero un’intera classe politica – poiché buona parte era finita nelle inchieste giudiziarie – è stato forse un azzardo troppo grande. Anche perché quelli lì – che dopo averli osannati o dopo aver loro chiesto un favore – erano diventati degli innominabili, abbiamo preferito sostituirli nemmeno con le riserve ma con chi stava addirittura in tribuna (d’altronde il ventennio berlusconiano, non solo per Forza Italia che ha raccattato elementi di quarta e quinta fila dal vecchio pentapartito ma anche dall’altra parte, ne è un esempio plastico di tutto questo). E nel frattempo abbiamo perso anche le buone e vecchie abitudini: scuole politiche. Non ci si improvvisa. I parvenu, purtroppo, sono assolutamente deleteri quando devono ricoprire incarichi importanti. Proprio perché sono dei parvenu e non dei fenomeni. E di fenomeni in giro non ce ne sono. Un tempo per arrivare in Parlamento si faceva un percorso, si conquistava il seggio sul campo, si costruiva quel vincolo di fiducia con l’elettore che poi magari veniva comunque disatteso, ma almeno un po’ di fiducia (seppure solo iniziale) c’era. Non si facevano le liste inserendo, appunto, un po’ di civismo, un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e via andare. Per quanto possa sembrare paradossale – e allo stesso tempo contestabile – l’era cui rinfacciamo con più forza l’assenza totale di meritocrazia, aveva la meritocrazia proprio in chi veniva chiamato, col voto, a fare politica. Ora, lauree presunte tali o contestate a parte, anche il lessico dei politici è più povero. E non è certamente familiare. Nel senso che non scalda più. Non abbraccia più. E’ una performance comunicativa che non ha nulla a che vedere con l’oratoria e che non tocca il senso d’appartenenza. Proprio perché non c’è più un senso d’appartenenza. E tutto questo che stiamo vedendo però, ce lo meritiamo. Questo clima infame 2.0 – e non per le inchieste giudiziarie, quelle dopo Mani Pulite, sembrano quasi routine – abbiamo contribuito anche a noi a crearlo.

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Un viaggio e la storia di un no

Scrivo ora, mentre preparo le ultime cose. Tra poco salirò in auto e da Bologna tornerò a casa, nella mia città. Centottanta chilometri in un paio d’ore e poi il ritorno di nuovo a Bologna nel pomeriggio. Una sfacchinata. Una sfacchinata necessaria. Ognuno ha la propria storia. E anch’io ho la mia. L’ammetto e credo che nessuno si scandalizzerà, l’ultima volta, un anno e mezzo fa, c’erano le Comunali a Senigallia e non scesi per votare. Ma stavolta è diverso e riguarda la mia storia. Ho cominciato a fare il giornalista, anche se ero ancora minorenne (allora), in un radio comunitaria di Senigallia (Radio Duomo). E ricordo ancora “Sentinella, quanto resta della notte?”. Lo scrisse Giuseppe Dossetti, il “monaco obbediente” della Linea Gotica dei Csi, nostro padre costituente, dopo che aveva scritto una accorata lettera all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, sulla necessità di difendere la Costituzione. Era il 1994 e la notte, quella notte era quella della democrazia, ove lui (Dossetti) prima degli altri aveva capito come si fosse trasformata irrimediabilmente la nostra politica in un’improvvisa quanto mai (leggendola ora) definitiva accelerazione verso la personalizzazione. E d’altronde questo referendum che andremo votare oggi ne è solo una macroscopica dimostrazione. Non è un referendum su Renzi. Non mi interessa dare spallate al governo Renzi attraverso il voto referendario. Non faccio il politico. Faccio – diciamo (e non mi si taccia, ora per l’intercalare, di essere un dalemiano: mai stato) – l’osservatore magari un po’ più privilegiato di altri. E di fronte alla guerra tra bande di queste ultime settimane lo sconforto sale sempre di più, perché fondamentalmente sono state raccontate tante baggianate. Dovrei essere un vecchio io che ho 37 anni (e vabbè non sarò più un giovanotto) e che esercito un mio diritto ed è quello di dire no a questa riforma costituzionale. Questa è una riforma che è stata scritta con i piedi (come direbbe qualsiasi prof di italiano), confusa nei contenuti, ove i conflitti d’attribuzione tra Regioni e Senato, sono destinati ad aumentare. E che non sembra avere nemmeno un filo logico: perché se da una parte si sostiene che il Senato debba essere una Camera che in qualche maniera rappresenti gli enti locali, dall’altra dà vita a una centralizzazione del potere che sconfessa, in alcuni casi, lo stesso potere degli enti sul territorio, mantenendoli comunque in vita. Dov’è la logica? Ecco, tornando alla propria storia personale e a quella radio comunitaria. Dopo l’appello di Dossetti, ebbi la fortuna d’incrociare un professore, scomparso da poco, di Filosofia del Diritto, si chiama(va) Enrico Moroni. E con lui facemmo una serie di trasmissioni alla radio sulla Costituzione e sulla sua necessaria difesa. Sono trascorsi più di vent’anni ci sono stati altri tentativi sghembi di modificarla e in qualche maniera di minarne le proprie fondamenta, ma questo paradossalmente sembra il più subdolo. Perché le modifiche costituzionali nascono direttamente dal governo (il famoso decreto Boschi-Renzi) e non invece da una base più condivisa e aperta e sono passate in un Parlamento che ha perso la sua autorevolezza negli anni, in cui continuamente è stato svuotato del suo potere legislativo, e di fatto subito dopo le ultime elezioni (quelle del 2013), quando è stato eletto con una legge il Porcellum, considerata dalla Corte Costituzionale, come “anticostituzionale”, in virtù dello spropositato premio di maggioranza. Ed ecco l’altro concetto fondamentale che affonda comunque nella mia storia: si chiama rappresentanza. Via via, un po’ per l’evidente sfiducia nei confronti dei partiti, tutti noi abbiamo perso quel vincolo di fiducia nei confronti di chi avrebbe dovuto rappresentarci e invece molto spesso non lo fa. Quest’oggi, con il referendum (strumento tutt’altro che antiquato), abbiamo la possibilità di autorappresentarci. E in questa autorappresentazione uno non può tenere conto della propria storia personale, diciamo anche del proprio pantheon (visto che va ancora di moda usare questo termine) e allora se riguardo indietro e vedo tutto quello che ho fatto in questi ventidue anni, ecco che convintamente mi farò questa sfacchinata di 180 chilometri in autostrada per andare e scrivere no.

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Il centrosinistra non esiste più

L’unico risultato evidente di questa tornata elettorale è che il centrosinistra non esiste più. Il Pd e soprattutto Renzi con la sua leadership l’hanno portato alla morte. Non è più un progetto non tanto ritenuto credibile, quanto rappresentativo di un elettorato. Che o non si presenta alle urne (la maggior parte) o guarda altrove. La mutazione genetica del Pd portata a compimento dalla leadership di Renzi,  il sogno realizzato di partito a vocazione maggioritaria si scontra nelle elezioni dei sindaci con un’evidente bocciatura di chi è stato scelto, in primis dal Pd, per rappresentare il centrosinistra o quello che ne resta. Basta dare un’occhiata ai risultati di questo primo turno per rendersene conto. E soprattutto è necessario fare un raffronto con le elezioni di cinque anni fa. Allora si parlò di rivoluzione arancione, dopo le vittorie di De Magistris, Zedda e Pisapia; ebbene per quanto si possa ironizzare sulle mire da leader dello stesso De Magistris, quel movimento lì, considerato una risorsa e in certi casi un’alternativa, ha retto l’urto: Zedda rieletto al primo turno, De Magistris in vantaggio, con buone possibilità di fare un secondo mandato. E Pisapia? Pisapia non si è presentato. A Milano il centrosinistra ha puntato su Sala, uomo Expo, e alle urne si sono visti i risultati. Sala, come era prevedibile e anche naturale, non è stato percepito come un proseguimento dell’esperienza amministrativa di Pisapia. E infatti è uscito fuori un testa a testa col candidato del centrodestra Parisi. Due manager a confronto, in qualche maniera degli idealtipo per come viene intesa la politica ora e per la prassi con cui vengono scelti i candidati. Ecco quindi, da chi viene incarnato lo scontro politico. Ma il concetto estensivo di esponenti della società civile (molto estensivo, qui si tratta di due manager) non sembra più essere – seppure continua a essere considerata la soluzione più a buon mercato – una scelta rappresentativa di un elettorato. E allora bisogna riflettere che il centrosinistra, rinforzato spesso al centro e ancora peggio a destra, senza sinistra non vince. E che questo può considerarsi in tutto e per tutto il funerale di quel progetto politico. Officiato da Renzi e da una classe dirigenziale del Pd non all’altezza: ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare sul territorio, un tempo forza e risorsa del partitone. Bologna rimane un caso emblematico di questo mood. Alle elezioni il centrosinistra ha presentato il candidato meno renziano del giro, Virginio Merola, che ha cercato immediatamente di creare un contatto, più che altro da mozione degli affetti, con l’Ulivo (l’unica esperienza di centrosinistra credibile che, nonostante il trascorrere del tempo, ha dimostrato la sua efficacia tanto da continuare a essere rimpianta). Ma la subalternità inevitabile, anche per chi si è accodato alla candidatura Merola (vedi ex Sel o comunque la lista di Amelia Frascaroli più collocabile a sinistra per temi affrontati), con l’egemonica idea di partito alla Renzi (a vocazione maggioritaria, appunto) ha lasciato segni evidenti. E tra l’altro, proprio su Bologna, considerata un tempo capitale di partecipazione al voto, bisogna riflettere sul dato dell’affluenza alle urne: undici punti in meno rispetto al 2011. Tutto ciò si chiama con un termine assai noto disaffezione alla politica. Che va comunque letta e declinata in qualche maniera. E’ evidente che il “cordone” della rappresentanza si è rotto, perché il partitone e le sue scelte non riescono a essere più rappresentativi. Renzi può fare anche la riforma costituzionale con Verdini alla ricerca di una maggioranza più ampia, ma poi inevitabilmente paga queste scelte sul territorio. Perché il territorio in maniera inequivocabile ha bocciato quel progetto lì. Altrimenti non si spiegherebbero i risultati del primo turno nelle grandi città che vale la pena di riassumere: a Milano Sala, candidato di tipico stampo renziano, lotta sui centesimi di voto per prevalere su Parisi; a Napoli, nonostante l’esposizione quasi permanente del governo e dei suoi rappresentanti (da Bagnoli in poi), la candidata del Pd dal curriculum tipicamente renziano, non è arrivata nemmeno al ballottaggio; a Roma Giachetti ha rischiato fino all’ultimo di non arrivare al secondo turno; a Torino Fassino, presidente dei sindaci italiani, va al ballottaggio coi Cinque Stelle.  E di Merola si è detto. Sconfitta su tutta linea. Certo, attenta valutazione merita anche quella sinistra che ha cercato di autorappresentarsi con risultati piuttosto deludenti. Da Torino (Airaudo) a Roma (Fassina). L’impressione, ancora una volta, che nella frenesia di muovere qualcosa a sinistra, si perpetuino sempre gli stessi schemi, mettendo al centro chi ha già dato, con risultati tutt’altro che brillanti, o chi viene da altre esperienze (Fiom e dintorni) che non possono essere comunque considerate totalizzanti per una candidatura e una proposta politica. Insomma, l’impressione vera è che si rimastica e basta. Senza provare a spingersi oltre e senza cercare di dare una rappresentanza a chi, in questo momento, non ce l’ha. E non sono pochi. Sono quelli che sono rimasti a casa. Che hanno perso qualsiasi speranza che possa esserci qualcosa di diverso dalla piega degli eventi presa col Pd di Renzi. E paradossalmente questa rimane l’unica forza dell’attuale premier. Consapevole, nonostante si renda conto dei pessimi risultati tra Regionali e Comunali, che al momento non c’è un’alternativa a lui, che possa scompaginare il campo di quello che una volta si chiamava centrosinistra.

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L’ha detto Benigni. E allora?

Non ho mai creduto che un comico potesse ribaltare il potere costituito (si diceva così un tempo e forse anche ora, no?). Altrimenti avrei votato Beppe Grillo. A ognuno il suo. Come non ho mai creduto che un magistrato potesse ribaltare questo Paese e rimodellarlo. In nome della legalità o presunta tale. Ci hanno provato e si sono visti i risultati. E allora che Benigni dica che voterà sì al referendum costituzionale, non mi tocca assolutamente. Contento lui. Non mi interessa parlare di tradimento dei valori, di opportunismo e quanto altro. E’ convinto di votare sì, lo faccia. Ci risparmi però la lezioncina. E forse anche noi dovremmo evitare ogni volta che uno, sempre più facilmente in questo Paese, diventa di colpo intellettuale o maitre a pensar (spesso per caso) e parla, di stracciarci le vesti o  di esaltarci, pensando di aver trovato un nuovo leader. Che ha una visione chiara, cristallina di quello che ha davanti, il nostro paese reale, e che sa sempre cosa fare. Dai, Benigni è credibile quando sta sul palcoscenico, come Grillo appunto. Quando esula dal suo lavoro, è uno che ha una sua opinione come qualsiasi altra persona. L’abbiamo sopravvalutato troppo prima. Non è che lo rinneghiamo ora perché ha una idea diversa dalla nostra. Purtroppo è questo dibattito politico che si autoalimenta di testimonial, come una qualsiasi televendita, o di personaggi feticci, come in una realtà tribale, che si rigira sempre su se stesso. Mostrando tutta la sua evidente sterilità, perché finora, salvo qualche rarissimo caso, non si è mai parlato fino in fondo della riforma Costituzionale e del referendum di ottobre, se non per  slogan fatti e preconfezionati a uso e consumo dell’elettore e a colpi di Twitter. Scorrendo proprio su Twitter, attraverso gli hashtag di giornata, il dibattito che si era scatenato sulle parole di Benigni a proposito del voto referendario, mi sono imbattuto in un tweet ermeneutico di un dirigente del Pd che analizzava parola per parola un passaggio dell’intervista al comico toscano. Eccolo: “E cosa dovrei fare? Non votare come penso per il conformismo dell’anticonformismo?”. Ovviamente, il tweet era ben equipaggiato con l’hashtag governativo #bastaunsì. Sembrerebbe leggendolo così, un concetto assai alto: il conformismo dell’anticonformismo. Ma che cosa sarebbe alla fine dei conti? Che è già stato stabilito che dire no al referendum è anticonformista e accodarsi a quel no è conformismo e quindi, di conseguenza, un modo civettuolo per sentirsi fichi? Ma Benigni, ci faccia ridere. Queste elucubrazioni lasciamole al Nanni Moretti di “Ecce bombo”. Non – per chiarirlo immediatamente – un modello politico perché credere che i girotondi di Moretti e company potessero far cadere Berlusconi o quanto meno rappresentare un’alternativa politica era più di un atto di fede. Ecco però, che nel dibattito generale se non riesce a passare il concetto racchiuso nell’equazione  “chi vota no è un vecchio”, che non vuole il cambiamento del Paese; si fa strada un altro concetto, ancora più pericoloso che è quello di far passare il cosiddetto anticonformismo e quindi il no alla Costituzione come un puro atto di civetteria. Da tutto questo si evince quanto basso sia il livello del dibattito. Perché qui non è questione di volere o non volere le riforme, ma è di fermare quelle riforme, perché non vanno nella direzione di migliorare il Paese. Non c’è nessuno – almeno credo – nel fronte del no al referendum che non sia d’accordo nel mettere mano alla Costituzione per metterla al passo coi tempi. Il problema è che la riforma costituzionale non metterà la Carta al passo coi tempi, restringerà invece ulteriormente gli spazi di rappresentanza (su cui, visto che è il compleanno e sono settant’anni, si fonda la nostra democrazia e di conseguenza la nostra repubblica). Tralasciando per una volta, a costo di essere ripetitivi, il metodo con cui è stata impostata la riforma e le basi da cui è partita. Ecco, dire no è un esercizio di sovranità. Non è un piagnisteo a priori e nemmeno un modo per affondare Renzi. Collegare la partita governativa al referendum è stato il solito modo per insufflare  il solito concetto: se perdiamo il referendum, cade il governo, poi che succede? Un esercizio retorico mai rottamato che vorrebbe far credere all’elettore che non c’è alternativa rispetto allo stato attuale e che tutto ciò significherebbe incertezza politica, instabilità, con evidenti ripercussioni sulla sovrastruttura europea che guarderebbe con preoccupazione all’Italia. Ci sembrava almeno prima di mettere la scheda nelle urne, alle elezioni del 2013, di esserci liberati definitivamente di questo continuo mantra ripetuto come la più grande preoccupazione che potesse abbattersi sulle nostre teste e invece, dopo il voto, è andato forse peggio di prima. Non sono preoccupato se falliranno le riforme, anzi spero che il referendum costituzionale blocchi questa riforma raffazzonata e poco rispettosa della Carta. Sono preoccupato invece, che il dibattito di questi mesi, viste le prime avvisaglie, i primi testimonial, finisca per arenarsi sulla solita domanda retorica (con annessa risposta quindi)  proposta dalla narrazione dominante, questa sì conformista: “C’è un’alternativa? No, non c’è un’alternativa”. E di conseguenza allora che si fa? Si vota sì, per sentirci tutti giovani, belli e (perfino) sinceri democratici, ignorando invece  (consapevolmente o non) che tutto ciò finirebbe col rendere la politica, il potere (chiamatelo come volete), l’azione governativa in definitiva, ancora meno rappresentativa di come ora (e lo è già pochissimo, basta dare un’occhiata ai livelli di partecipazione e viceversa di astensione al voto), del Paese. Altro che pro e contro Benigni.

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Ciao Bella

So di essere ripetitivo ma di fronte a una giornata di commemorazione, come quella di oggi, mi prudono le mani. Anzi le dita. Ho bisogno di scrivere ciò che è scattato in me e in molti altri della mia generazione quel pomeriggio di ventiquattro anni fa. Quando Giovanni Falcone con la moglie e gli agenti della scorta saltò in aria sulla autostrada per Palermo. A Capaci. La strage di Capaci che rischia di fossilizzarsi come molte altre stragi in questo Paese in una serie di riti e commemorazioni (appunto), uguali a se stesse ogni anno. Finendo col perdere l’essenza e anche quella rabbia giusta, sana e legittima che animò molti a impegnarsi da quel 1992 in poi, sotto diverse forme. Mobilitandosi. Di fronte a tutto quel movimento – non necessariamente un movimento – stona ora la staticità attuale che si accende a protesta a intermittenza. E penso al dibattito politico di questi giorni. Di una arroganza verbale assoluta che sfocia nell’offesa: perché paragonare quelli che diranno no al referendum a militanti di  Casapound, che cos’è? O ancora fare una distinzione tra veri e presunti partigiani a seconda di come si esprimeranno al referendum che cos’è? Eppure tutto quel movimento lì portò qualche anno dopo a riaffermare in una battaglia civile e significativa la difesa della nostra Costituzione. Ora la Carta (e la sua essenza) è sotto attacco da una riforma che per il suo iter nei palazzi della Politica nega tutto quel percorso – che poi si è bruscamente interrotto – iniziato quel sabato pomeriggio di ventiquattro anni fa. L’antimafia è diventata spesso un fenomeno di bandiera, quando ancora peggio una patente o una spilla da appuntarsi per scalare posizioni. E quella capacità di mobilitarsi di fronte alla decrepita Prima Repubblica messa all’indice per non essere più capace di rappresentare il Paese, dove è finita ora? Dove è finita ora di fronte a una riforma di pochi e per pochi che andrà a incidere ancora di più, quasi chirurgicamente, sul concetto di rappresentanza. E non c’entra nulla la dicotomia nuovi-vecchi o l’ancoraggio a un passato che rischia di non essere più al passo con i tempi. Che la Costituzione, quella del 1948, non sia più al passo con i tempi lo sappiamo tutti. Ma che questa riforma vada a risolvere quei problemi e la renda più attuale, è una tesi che è sconfessata dal percorso stesso della riforma e dagli effetti assai prevedibili, col combinato disposto con l’Italicum, che provocherà.  Non è quindi questione né del mantenimento dello status quo né  di preferire un Paese immobile a uno dinamico. Quale sarebbe il Paese dinamico? Quello che approva una riforma costituzionale che restringe ulteriormente gli spazi della rappresentanza in nome della riduzione dei costi della politica e della governabilità? E poi anche questa governabilità – ma questo è un altro discorso – non può essere il motivo per cui sacrificare tutto e tutti e permettere magari a un partito, anzi un leader (vista la personalizzazione della politica sempre più accentuata), che prende magari appena il 20% di rappresentare tutto il Paese?

Ecco, se ripenso a ventiquattro anni fa, e a quel moto non solo d’orgoglio che spinse molti all’impegno, alla testimonianza e guardo quello che c’è oggi, provo solo sfiducia rispetto a ciò che non siamo riusciti a fare. Ammetterlo con realismo serve, ma non basta di fronte a quello che sta succedendo ora. Come mi fa ancora più rabbia che un governo di molti nostri coetanei si sia appropriato indebitamente di un immaginario collettivo (dall’impegno antimafia a quello per la democrazia: molti renziani della prima e dell’ultima ora erano nei comitati per la difesa della Costituzione, come nei cortei e nelle iniziative per ricordare Falcone e Borsellino) che nei fatti non gli appartiene. Hanno avuto la loro occasione e hanno fallito. Una riforma costituzionale non condivisa, anzi assai divisiva e poco rispettosa dei principi della Carta,  è più di un buon motivo per ammettere che non sono stati in grado di rappresentare una generazione, quella generazione lì, e non solo.

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Referendum, per fortuna c’è chi dice no

 

Unknown

Questo post rischia di essere, secondo la narrazione dominante, un elogio alla vecchiaia. E ai gufi. Sono fiero, se questa è la vulgata dominante, di essere sia un vecchio sia un gufo. Parliamo del referendum del prossimo ottobre e di quanto rischia di incidere definitivamente sul nostro sistema già ampiamente disastrato. Hanno toccato i nervi della Costituzione con una riforma per pochi e non per tutti, di pochi e non di tutti. Una riforma evidentemente di parte. Già dalla sua origine. In questo affrettarsi a chiedere un sì al referendum di ottobre, personalizzato dallo stesso premier, anche se lui si ostina a credere il contrario (lasciamoglielo pure credere), si semplifica quello che non è semplificabile: perché se si arriva a una riforma, per forza di cose, deve esserci un percorso. Qual è il percorso che ha portato a questa riforma? Un libro, uscito qualche mese fa per Edizioni Gruppo Abele, lo ricostruisce in maniera perfetta. S’intitola “Io dico no” e ci sono quattro interventi alquanto qualificati che spiegano come questa riforma sia in tutto e per tutto un tradimento della Carta stessa e in definitiva eterodiretta. Alessandra Algostino è una docente di Diritto Costituzionale all’università di Torino e nel suo intervento chiarisce immediatamente la genesi della riforma. Come nasce? Da un disegno di legge firmato dal presidente del Consiglio e dal ministro delle Riforme. Pratica alquanto inusuale per varare una riforma della Costituzione che, come recita la Carta, deve passare con il voto di almeno i 2/3 delle due Camere. La prima anomalia non è di poco conto, perché svuota, come se ci fosse bisogno di avere conferme viste le innumerevoli avvisaglie di questi anni, il ruolo del Parlamento. E questo sia detto oltre a essere un tradimento della Costituzione stessa, è anche un tradimento della concezione stessa che muove da secoli ormai la democrazia, che poggia sulla divisione dei poteri. E’ evidente che si punta a eliminare i contrappesi, perché se una riforma costituzionale parte dal governo, quindi dal potere esecutivo, scavalcando il Parlamento, il potere legislativo che a tutti gli effetti dovrebbe esserne invece l’origine, irrimediabilmente si punta a rafforzare il governo in luogo del Parlamento. La seconda anomalia della genesi di questa riforma è che il disegno di legge governativo deve per forza essere discusso da un Parlamento che è stato eletto con un sistema elettorale, il Porcellum, considerato dalla Corte Costituzionale, come anticostituzionale. E tralasciamo, per ora, il discorso Italiacum, ove il premio di maggioranza viene addirittura rafforzato: con la possibilità concreta che chi arriva al 20% si prenda tutto il banco. E tutto il potere. Ma questo, come è detto, è solamente un inciso. Basterebbero comunque, questi due elementi che la professoressa Algostino ben mette in evidenza nel libro, per capire come l’iter di questa riforma nasca male e finisca ancora peggio. Eppure, salvo rarissime eccezioni, non si è posto mai l’accento su queste due anomalie, anzi in qualche maniera sono state normalizzate dal dibattito pubblico. Ed ecco il secondo punto: il dibattito pubblico. Secondo aspetto che ben viene messo in evidenza nel libro da Livio Pepino, ex magistrato e presidente del Controsservatorio Val Susa. Pepino si sofferma sulla retorica che è stata imposta al dibattito sulla riforma. Una retorica che nella narrazione dominante, alquanto superficiale, vedrebbe, come il rituale schema dialettico di Renzi (in fondo è sempre lo stesso) prevede, da una parte i nuovi che vogliono il nuovo e quindi tutto il pacchetto di riforme e dall’altra i vecchi fossilizzati nello status quo che puntano a difendere l’indifendibile. Un’imposizione nel dibattito generale che provoca almeno un paio di degenerazioni: la principale è che il modus operandi di questo governo punta a spazzare via definitivamente i corpi intermedi e di conseguenza la contrattazione, considerati un inutile spreco di tempo che va contro il decisionismo. E qui, dovrebbe suonare un altro campanello d’allarme, perché il decisionismo, se è rappresentato da Berlusconi, è sinonimo automaticamente di autoritarismo; se invece è incarnato da Renzi, allora viene considerata una virtù da “problem solving”. Ma senza dilungarsi troppo, è proprio l’impostazione che è stata data al dibattito in sé che rischia di far perdere di vista l’essenza della riforma. Perché il leit motiv contro chi si schiera per il no, oltre al solito bagaglio di gufi e vecchi, è quello di essere in qualche maniera anche degli sconsiderati, perché non ci si rende conto che l’abolizione o meglio la trasformazione del Senato andrà a incidere in maniera significativa sui costi della politica, tema assai sempre caldo e molto populista (tanto per dare alle cose gli aggettivi giusti). Ma il Senato così come lo vorrebbe questa riforma è una seconda Camera che ancora meno senso della precedente. Sfugge però, anzi viene volutamente tralasciato che, al netto di Porcellum e se sarà dell’Italicum, il nuovo Senato è la negazione del concetto di rappresentanza e della democrazia rappresentativa così come l’abbiamo conosciuta almeno fino a un decennio fa, prima della sua inevitabile degenerazione. Perché si parla di capilista bloccati, quando si parla di Italicum, ma si omette di dire che il Senato sarà composto da membri nominati (seppure eletti in prima istanza, il riferimento è a consiglieri regionali e sindaci)? Si ottiene così un restringimento della rappresentanza ancora più significativo di quello prodotto dal Porcellum che, si ricorderà, è considerato anticostituzionale. D’altronde come potrebbe essere altrimenti, se la nostra Carta Costituzionale postula la rappresentanza come un valore essenziale della nostra democrazia? Tutto questo però, non deve sfuggire quest’ultimo elemento, va inserito in un determinato contesto che è quello che si continua a perpetuare ormai da troppo tempo: l’astensionismo. Urne sempre più vuote e una disaffezione alla politica che un ulteriore deficit di rappresentanza non potrà che portare a cifre ancora più esorbitanti di quelle attuali. Come dire, tornando al discorso iniziale, una riforma Costituzionale che punta a concretizzare quel vecchio modo di dire: ” se la cantano e se la suonano”. L’esatto contrario, l’opposto diametrale di quello che è ora la nostra Costituzione. Restando legati al libro sono molto interessanti anche gli altri due interventi, quello di Tomaso Montanari, docente di storia dell’Arte all’università di Napoli, che punta l’indice proprio, partendo anche dalla cultura, sull’erosione sempre più massiccia di sovranità; e quello finale di don Luigi Ciotti che punta sul concetto di no da estendere al noi. Ecco, basta leggere il libro per capire come i temi che, umilmente sono stati proposti anche in questo post, siano del tutto assenti dalla narrazione dominante e dal dibattito che è stato imposto come una sfida tra nuovo e vecchio. E magari, dopo aver letto il libro o solamente aver riflettuto su alcune di queste considerazioni, rendersi conto che c’è ancora la possibilità di fermare questa riforma di pochi e per pochi contro un bene che è invece ancora di tutti.

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Capitale malata, nazione infetta

Cinquant’anni fa il reportage di Concogni (da poco scomparso) col celebre titolo “Capitale corrotta, nazione infetta”. Sulla corruzione a Roma, purtroppo, come hanno ampiamente dimostrato le inchieste della Procura, non vi sono dubbi anche ora, cinquant’anni dopo. E non c’è bisogno che a confermarlo ci sia Raffaele Cantone, presidente dell’Authority che parla di mancanza di anticorpi e ribattezza Milano capitale morale. Mossa dialettica assai ardita – in un eterno ritorno tra mazzette, candidature old style (i sindaci di vent’anni fa, da Bianco a Orlando, e forse ora Rutelli, sono tornati al loro posto) – che cela, difficile nasconderlo, proprio in questo eterno ritorno cui si faceva cenno sopra, prevedibili intenzioni, da parte di Cantone, di giocare in un altro ruolo. Quello del politico, proprio come Di Pietro, appunto, vent’anni fa. Un altro tassello dell’eterno ritorno italico con la convinzione che i magistrati prestati alla politica, possano in qualche maniera surrogare i politici e rappresentare la speranza di cambiamento nel nome della legalità. Lo scetticismo, guardandosi alle spalle e al più recente passato, è legittimo. Perfino fisiologico. Ma il punto, paradossalmente, è proprio questo: considerare che serva un moralizzatore in politica quando la politica di per sé ormai è parola vuota. Non tanto perché o è corrotta (come la vulgata anti casta a corrente alternata sostenga) o perché ormai ha ceduto il passo e soprattutto la sua autonomia al potere economico, quanto invece perché i processi democratici che rappresentano o meglio rappresentavano nel nostro paese la sua essenza, sono stati completamente svuotati di senso. In attesa che le terribili riforme prendano definitivamente forma, mettendo definitivamente una pietra tombale sulla democrazia rappresentativa, ecco ancora Roma – purtroppo – a correre in soccorso e confermare quanto sia ormai evidente più che il disprezzo lo sprezzo nei confronti dei processi democratici. Basti pensare a come è stata gestita la crisi in Campidoglio. Un giorno qualcuno dovrà spiegare, il Pd e anche il (sub)commissario Matteo Orfini che si è affrettato ad autoassolversi su Facebook, per quale ragione si è aperta e si è chiusa una crisi politica in quel modo che ha poi portato alla fine del mandato di Ignazio Marino. Che lo stato di Roma non sia eccellente è sotto gli occhi di tutti. Marino – e non sono qui per farne un’apologia, ma la gestione del suo caso rischia però di diventare paradigmatica sul modo di gestire la crisi, la rappresentanza e di conseguenza anche la fiducia accordata dagli elettori – ha ereditato una situazione già decisamente compromessa. C’è stato o no un cambiamento o una discontinuità col passato? Nì. Perché le insidie maggiori e i nemici erano soprattutto dentro il Palazzo e il suo partito, come d’altronde è stato ampiamente dimostrato nella gestione della crisi di questi ultimi giorni. Senza farla troppo lunga, quello che fa veramente ribrezzo è come si sia deciso – dopo il ritiro delle dimissioni da parte di Marino – di ignorare l’unico luogo deputato alla discussione, ossia l’aula consiliare, per verificare se c’erano o meno le condizioni per andare avanti, e si sia scelto invece lo studio di un notaio per dichiarare finita quell’esperienza amministrativa. Su questo passaggio – di fronte alle riforme (soprattutto quella elettorale) che stanno arrivando come un treno – bisognerà soffermarsi e discuterne. E soprattutto rendersi conto che un’esperienza politica non può essere ridotta a un mero passaggio burocratico. Ecco appunto che la politica, in senso più lato, perde completamente la sua essenza. E se Roma è solo un esempio, ma assai lampante del mood ormai imperante, il rischio di un rapido contagio nel Paese è assai elevato, per non dire concreto. Che tutto questo avvenga poi all’interno del Pd che dovrebbe portare, ma ormai ha dimenticato, l’esperienza e la tradizione dell’Ulivo (meglio ricordare che Prodi, durante il suo secondo governo, quando era ormai certo di non avere più i numeri, non si sottrasse all’esame dell’aula e andò a gestire la crisi in Parlamento), oltre a essere sconcertante, non fa altro che confermare come la mutazione genetica di questo partito iniziata ormai da un po’, sia stata definitivamente portata a termine. E infine mi permetto di dissentire con chi dice che è stata un’operazione di real politik, in puro stile democristiano. No, perché nonostante tutto la vecchia Dc rispettava i processi democratici, li utilizzava certo a proprio piacimento e in un caso del genere avrebbe fatto una cosa: la pugnalata definitiva l’avrebbe data in aula. Non in uno studio di un notaio.

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Ok, Marino si è dimesso. Ma gli scontrini della democrazia?

Qualsiasi italiano sa quanto Marino ha speso per una colazione o per una bottiglia di vino. Bene. L’ha fatto con la carta di credito del Comune. Male. Quindi, va cacciato. Spende male i soldi dei contribuenti. Ha tradito la fiducia dei suoi elettori. Tutto legittimo. O quasi perché  poi uno pensa al feticismo perfino esasperato – non solo da parte dei giornalisti – nel sapere cosa ha mangiato il sindaco, con chi ha mangiato, con che cosa ha pagato e se, nel caso fosse stato ospite, chi l’ha invitato perché magari potrebbe essersi autoinvitato. Ecco se uno pensa a questo e lo confronta con quello che sta succedendo in Senato dove un governo che non ha la delega di rappresentanza rispetto al suo elettorato (visto che uno che ha votato Pd si è poi ritrovato al governo con Ncd e ora con l’appoggio dei verdiniani) sta minando le fondamenta della Costituzione e i processi democratici, come li abbiamo conosciuti finora, rimane quanto meno interdetto. Perché questione di qualche chilometro (forse anche meno, non sono romano) quelli che al Campidoglio chiedono conto degli scontrini e delle note spese dei ristoranti a Marino, non fanno altrettanto chiedendo conto di come stiano rovinando definitivamente la Costituzione quelli che invece, sono a Palazzo Madama? Perché non chiedono conto di ben altri scontrini? Ecco, perfino il più ingenuo e (forse) distratto spettatore di “House of Cards”, la serie di riferimento del premier per le sue strategie politiche, non capirebbe che Marino è stato incastrato (o si è fatto incastrare). Non ci sarà stata una congiura old style nei confronti dell’ormai ex sindaco di Roma ma una manovra d’accerchiamento così serrata, così pelosa e talvolta maliziosa, forse si ricorda prima, soltanto per Berlusconi. Ed è tutto un dire, in questi casi. Il Pd ha trovato come liberarsi non del sindaco “scomodo” ma del sindaco “irregolare” e il tutto – non ci sarà da aspettare molto – sarà condito con una definizione agée “questione morale”da rivendersi all’esterno. Definizione che – se uno ci riflettesse solo un istante, lo capirebbe immediatamente – poco si adatta o si dovrebbe adattare allo stile del Pd. Ma il tutto ovviamente fa parte del grande storytelling (altra parola chiave ma vuota nel suo limitarsi a narrazione) imposto non solo a questo paese ma anche al dibattito politico, svuotato da qualsiasi tipo di contenuto. Ed è questo che fa profonda tristezza. Marino finirà per essere etichettato come il sindaco delle “spese allegre” (starà lui a dimostrare che non sia così, ma questo è ovviamente un altro discorso) e sarà messo in archivio – senza giudicare di conseguenza nulla della sua azione politica che, pur non essendo lui un politico vero, qualche risultato concreto è riuscita a coglierlo – mentre si scatenerà sempre di più la corsa al successore. Che, vedrete, salvo sorprese, sarà il primo vero esperimento (o laboratorio, come preferite chiamarlo) del partito della Nazione. Nel frattempo ci sentiremo dire che quel governo lì – che tutti si dimenticano che non è un prodotto uscito dalle urne – fa le riforme (su come le faccia, nessuno però si interroga) che non erano mai state fatte in questo paese. E allora, tornando all’indignazione iniziale, la domanda suona perfino un po’ retorica nella forma:  conviene indignarsi per gli scontrini di Marino o per quelli della nostra Costituzione che il Senato sta finendo di stracciare?

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I veleni di Palermo

Puzza. Puzza assai tutta questa storia del governatore della Sicilia, Rosario Crocetta e dell’intercettazione (secretata o non) con il suo medico che è attualmente in arresto. La frase intercettata è assolutamente choc. Di uno squallore assoluto.  Il medico Tutino direbbe (condizionale d’obbligo): “Lucia Borsellino va fatta fuori come suo padre”. Lasciando da parte la gravità della frase, per un istante, l’assordante silenzio del governatore Crocetta dopo che il suo medico ha pronunciato quelle parole e di come  almeno nell’ultimo mese le carriere costruite su una supposta Antimafia (i veri professionisti per dirla alla Sciascia) si siano miseramente accartocciate diventando materia per inchieste giudiziarie, quello che colpisce è l’assoluta mancanza della presunzione d’innocenza per Crocetta  da parte di quello che dovrebbe essere il suo partito di riferimento, il Pd, con cui i rapporti sono stati assai conflittuali, soprattutto con il segretario-premier Renzi. D’altronde Renzi che si era mostrato molto più cauto – per non dire garantista – nei confronti di casi ben più certificati nelle responsabilità degli esponenti Pd; non ha aspettato nemmeno la smentita della procura di Palermo (“l’intercettazione non risulta agli atti dell’inchiesta”) che già aveva rottamato Crocetta, sbandierando attraverso i suoi fieri scudieri l’immediata possibilità di nuove elezioni o ventilando, addirittura, un commissariamento per serrare le fila e per preparare il solito schema Pd-Ncd anche per il governo futuro della Sicilia. L’altro aspetto che di per sé inquieta è come di prepotenza torni d’attualità la questione intercettazioni e le pubblicazioni di esse. Tutto questo a una settimana di distanza dall’affaire intercettazioni Adinolfi-Renzi (definite dal Pd “pure illazioni”). Dietrologia eccessiva? Polpetta avvelenata? No, contestualizzazione necessaria per provare a capire che cosa sta succedendo in Sicilia. E per dirla (ancora) alla Sciascia di quanto ancora una volta la Sicilia sia la metafora. La metafora dell’Italia. Ora Crocetta, già traballante sin dall’inizio della sua tutt’altro che entusiasmante esperienza di governo, deve difendersi più che dai non effetti della sua politica, da un’intercettazione che rimane un giallo ma che intanto è diventata un caso politico. E che lo “condannerà” a una fine anticipata della sua esperienza di governo. I veleni di Palermo proprio come negli anni Ottanta. Un clima mefitico che si espande dalla Sicilia perché, lasciando da parte ora la questione Crocetta, c’è quella dell’Antimafia di facciata con cui sono state costruite vere e proprie carriere. A ventitré anni dalla stagione delle stragi di Capaci e via D’Amelio e da quella voglia di reagire e combattere che fece parlare di una Nuova Resistenza, che cosa è rimasto di quel vento e di quell’impegno di fronte al teatrino siciliano degli ultimi mesi?

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Io sto con Tsipras

Io sto con Tsipras. Non ho paura di dirlo e di passare per un intruppato. E nemmeno per uno che si è fatto abbindolare da belle promesse irrealizzabili. Quindi da una sorta di demagogia o populismo in salsa greca come ci vorrebbero far credere alle nostre latitudini (ahinoi), anche esponenti del Pd (quelli sì intruppati) che non hanno capito che cosa c’è in gioco in questo momento. Non solo il salvataggio della Grecia ma anche una ridefinizione del rapporto tra politica (quella che decide  e il referendum – chiamando in causa gli elettori, la volontà popolare, il più diretto esempio di partecipazione – è un modo per decidere, non per lavarsi le mani) e la finanza. Un rapporto che in questi anni è stato ribaltato, facendo prevalere, anzi prevaricare la finanza sulla politica e rendendo quest’ultima tutt’altro che autonoma dalla prima, ma trasformandola in una sorta di serva sciocca ben rappresentata (purtroppo) da una classe politica che non è stata in grado di rappresentare invece il mandato popolare. Spiace che in Italia non si capisca fino in fondo la portata di questo braccio di ferro tra Grecia e i burocrati dell’Europa, quelli che hanno svuotato l’Europa stessa della capacità di essere un soggetto politico-istituzionale credibile, autorevole e in grado di incidere sulla scena internazionale e risolvere i problemi. Spiace ancora di più, guardandola dal lato italiano, che si chieda aiuto nella gestione dell’emergenza migranti agli altri paesi, voltando poi le spalle alla Grecia stessa che non chiede l’annullamento tout court del debito, ma una ristrutturazione. Che non è una cosa da comunisti come la vulgata generale, quella sì intruppata e populista, vorrebbe fare credere. È dignità innanzitutto. È provare a ristabilire la giusta distanza tra politica (che decide) e finanza. È soprattutto un modo di difendere la propria sovranità, senza che sia erosa, martoriata o ridotta a stampella ancillare di coefficienti vari. Ora il vero populista, a questo punto del discorso, proverà a obiettare che i greci in passato hanno fatto i furbetti e che vorrebbero provarci ancora. Se il livello del dibattito – e purtroppo, almeno in Italia finora, non ci sono stati esempi contrari – è questo: mi limiterei, molto ricuccianamente parlando (d’altronde il livello è così basso) a dire che è facile predicare il rigore col debito pubblico degli altri. Se invece, per una volta, si capisse che questa è l’occasione giusta per rimettere la politica al servizio di un cambiamento dell’Europa che così come è ora non va, perché è incapace di dare risposte sui problemi dei singoli paesi ma è in grado invece di strangolare i più deboli; forse la battaglia della Grecia in solitario non verrebbe vista solo come l’ennesimo gesto disperato di un paese per evitare il baratro ( che poi anche questo baratro nella narrazione dominante qualcuno dovrà prima o poi spiegare che cos’è, senza ricorrere alle dozzinali immagini di corse ai bancomat). E d’altra parte anche lo stesso Tsipras non verrebbe indicato come uno sprovveduto, un incantatore di serpenti da campagna elettorale e un pessimo politico perché incapace di rendersi conto come va il mondo. Tsipras come va il mondo l’ha capito, forse anche meglio degli altri, è stato eletto e ha rispettato il patto con i suoi elettori, l’ha rispettato così tanto che il braccio di ferro di questi mesi con la Troika è la dimostrazione di come un piccolo paese, forse il più sfigato (ma solo nell’immaginario collettivo e nella narrazione dominante, perché la Grecia ha comunque molto da insegnarci e non solo per quello che sta facendo in questi mesi), possa tenere testa a un Moloch che ha soppiantato la politica e sempre più spesso quelli che sono i meccanismi democratici. Il muro contro muro, a prescindere da come andrà a finire questa storia, è l’esatto trasposizione di quello che i greci chiedevano quando hanno scelto Tsipras: non essere strangolati dall’austerity. Il referendum è lo strumento non per “lavarsi le mani” alla Ponzio Pilato, come vorrebbero far credere alcuni spocchiosi commentatori che pensano di sapere tutto, ma serve a chiamare in causa chi non partecipa ai tavoli della Troika ma ne subisce le conseguenze più dure e immediate. Ecco perché quello di Tsipras è un esempio di democrazia in cui rappresentanza e partecipazione non sono parole vuote, ma anzi sono significative nei fatti per difendere la propria sovranità nazionale che non significa, come vorrebbero far pensare alcuni, a una rinuncia all’Europa. Ma a un’altra idea dell’Europa, quella cui l’Italia, o meglio il governo Renzi si richiama, molto furbescamente ed egoisticamente, solo quando gli serve per risolvere le questioni che più lo riguardano da vicino come l’emergenza dei migranti.

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