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Un viaggio e la storia di un no

Scrivo ora, mentre preparo le ultime cose. Tra poco salirò in auto e da Bologna tornerò a casa, nella mia città. Centottanta chilometri in un paio d’ore e poi il ritorno di nuovo a Bologna nel pomeriggio. Una sfacchinata. Una sfacchinata necessaria. Ognuno ha la propria storia. E anch’io ho la mia. L’ammetto e credo che nessuno si scandalizzerà, l’ultima volta, un anno e mezzo fa, c’erano le Comunali a Senigallia e non scesi per votare. Ma stavolta è diverso e riguarda la mia storia. Ho cominciato a fare il giornalista, anche se ero ancora minorenne (allora), in un radio comunitaria di Senigallia (Radio Duomo). E ricordo ancora “Sentinella, quanto resta della notte?”. Lo scrisse Giuseppe Dossetti, il “monaco obbediente” della Linea Gotica dei Csi, nostro padre costituente, dopo che aveva scritto una accorata lettera all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, sulla necessità di difendere la Costituzione. Era il 1994 e la notte, quella notte era quella della democrazia, ove lui (Dossetti) prima degli altri aveva capito come si fosse trasformata irrimediabilmente la nostra politica in un’improvvisa quanto mai (leggendola ora) definitiva accelerazione verso la personalizzazione. E d’altronde questo referendum che andremo votare oggi ne è solo una macroscopica dimostrazione. Non è un referendum su Renzi. Non mi interessa dare spallate al governo Renzi attraverso il voto referendario. Non faccio il politico. Faccio – diciamo (e non mi si taccia, ora per l’intercalare, di essere un dalemiano: mai stato) – l’osservatore magari un po’ più privilegiato di altri. E di fronte alla guerra tra bande di queste ultime settimane lo sconforto sale sempre di più, perché fondamentalmente sono state raccontate tante baggianate. Dovrei essere un vecchio io che ho 37 anni (e vabbè non sarò più un giovanotto) e che esercito un mio diritto ed è quello di dire no a questa riforma costituzionale. Questa è una riforma che è stata scritta con i piedi (come direbbe qualsiasi prof di italiano), confusa nei contenuti, ove i conflitti d’attribuzione tra Regioni e Senato, sono destinati ad aumentare. E che non sembra avere nemmeno un filo logico: perché se da una parte si sostiene che il Senato debba essere una Camera che in qualche maniera rappresenti gli enti locali, dall’altra dà vita a una centralizzazione del potere che sconfessa, in alcuni casi, lo stesso potere degli enti sul territorio, mantenendoli comunque in vita. Dov’è la logica? Ecco, tornando alla propria storia personale e a quella radio comunitaria. Dopo l’appello di Dossetti, ebbi la fortuna d’incrociare un professore, scomparso da poco, di Filosofia del Diritto, si chiama(va) Enrico Moroni. E con lui facemmo una serie di trasmissioni alla radio sulla Costituzione e sulla sua necessaria difesa. Sono trascorsi più di vent’anni ci sono stati altri tentativi sghembi di modificarla e in qualche maniera di minarne le proprie fondamenta, ma questo paradossalmente sembra il più subdolo. Perché le modifiche costituzionali nascono direttamente dal governo (il famoso decreto Boschi-Renzi) e non invece da una base più condivisa e aperta e sono passate in un Parlamento che ha perso la sua autorevolezza negli anni, in cui continuamente è stato svuotato del suo potere legislativo, e di fatto subito dopo le ultime elezioni (quelle del 2013), quando è stato eletto con una legge il Porcellum, considerata dalla Corte Costituzionale, come “anticostituzionale”, in virtù dello spropositato premio di maggioranza. Ed ecco l’altro concetto fondamentale che affonda comunque nella mia storia: si chiama rappresentanza. Via via, un po’ per l’evidente sfiducia nei confronti dei partiti, tutti noi abbiamo perso quel vincolo di fiducia nei confronti di chi avrebbe dovuto rappresentarci e invece molto spesso non lo fa. Quest’oggi, con il referendum (strumento tutt’altro che antiquato), abbiamo la possibilità di autorappresentarci. E in questa autorappresentazione uno non può tenere conto della propria storia personale, diciamo anche del proprio pantheon (visto che va ancora di moda usare questo termine) e allora se riguardo indietro e vedo tutto quello che ho fatto in questi ventidue anni, ecco che convintamente mi farò questa sfacchinata di 180 chilometri in autostrada per andare e scrivere no.

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L’ha detto Benigni. E allora?

Non ho mai creduto che un comico potesse ribaltare il potere costituito (si diceva così un tempo e forse anche ora, no?). Altrimenti avrei votato Beppe Grillo. A ognuno il suo. Come non ho mai creduto che un magistrato potesse ribaltare questo Paese e rimodellarlo. In nome della legalità o presunta tale. Ci hanno provato e si sono visti i risultati. E allora che Benigni dica che voterà sì al referendum costituzionale, non mi tocca assolutamente. Contento lui. Non mi interessa parlare di tradimento dei valori, di opportunismo e quanto altro. E’ convinto di votare sì, lo faccia. Ci risparmi però la lezioncina. E forse anche noi dovremmo evitare ogni volta che uno, sempre più facilmente in questo Paese, diventa di colpo intellettuale o maitre a pensar (spesso per caso) e parla, di stracciarci le vesti o  di esaltarci, pensando di aver trovato un nuovo leader. Che ha una visione chiara, cristallina di quello che ha davanti, il nostro paese reale, e che sa sempre cosa fare. Dai, Benigni è credibile quando sta sul palcoscenico, come Grillo appunto. Quando esula dal suo lavoro, è uno che ha una sua opinione come qualsiasi altra persona. L’abbiamo sopravvalutato troppo prima. Non è che lo rinneghiamo ora perché ha una idea diversa dalla nostra. Purtroppo è questo dibattito politico che si autoalimenta di testimonial, come una qualsiasi televendita, o di personaggi feticci, come in una realtà tribale, che si rigira sempre su se stesso. Mostrando tutta la sua evidente sterilità, perché finora, salvo qualche rarissimo caso, non si è mai parlato fino in fondo della riforma Costituzionale e del referendum di ottobre, se non per  slogan fatti e preconfezionati a uso e consumo dell’elettore e a colpi di Twitter. Scorrendo proprio su Twitter, attraverso gli hashtag di giornata, il dibattito che si era scatenato sulle parole di Benigni a proposito del voto referendario, mi sono imbattuto in un tweet ermeneutico di un dirigente del Pd che analizzava parola per parola un passaggio dell’intervista al comico toscano. Eccolo: “E cosa dovrei fare? Non votare come penso per il conformismo dell’anticonformismo?”. Ovviamente, il tweet era ben equipaggiato con l’hashtag governativo #bastaunsì. Sembrerebbe leggendolo così, un concetto assai alto: il conformismo dell’anticonformismo. Ma che cosa sarebbe alla fine dei conti? Che è già stato stabilito che dire no al referendum è anticonformista e accodarsi a quel no è conformismo e quindi, di conseguenza, un modo civettuolo per sentirsi fichi? Ma Benigni, ci faccia ridere. Queste elucubrazioni lasciamole al Nanni Moretti di “Ecce bombo”. Non – per chiarirlo immediatamente – un modello politico perché credere che i girotondi di Moretti e company potessero far cadere Berlusconi o quanto meno rappresentare un’alternativa politica era più di un atto di fede. Ecco però, che nel dibattito generale se non riesce a passare il concetto racchiuso nell’equazione  “chi vota no è un vecchio”, che non vuole il cambiamento del Paese; si fa strada un altro concetto, ancora più pericoloso che è quello di far passare il cosiddetto anticonformismo e quindi il no alla Costituzione come un puro atto di civetteria. Da tutto questo si evince quanto basso sia il livello del dibattito. Perché qui non è questione di volere o non volere le riforme, ma è di fermare quelle riforme, perché non vanno nella direzione di migliorare il Paese. Non c’è nessuno – almeno credo – nel fronte del no al referendum che non sia d’accordo nel mettere mano alla Costituzione per metterla al passo coi tempi. Il problema è che la riforma costituzionale non metterà la Carta al passo coi tempi, restringerà invece ulteriormente gli spazi di rappresentanza (su cui, visto che è il compleanno e sono settant’anni, si fonda la nostra democrazia e di conseguenza la nostra repubblica). Tralasciando per una volta, a costo di essere ripetitivi, il metodo con cui è stata impostata la riforma e le basi da cui è partita. Ecco, dire no è un esercizio di sovranità. Non è un piagnisteo a priori e nemmeno un modo per affondare Renzi. Collegare la partita governativa al referendum è stato il solito modo per insufflare  il solito concetto: se perdiamo il referendum, cade il governo, poi che succede? Un esercizio retorico mai rottamato che vorrebbe far credere all’elettore che non c’è alternativa rispetto allo stato attuale e che tutto ciò significherebbe incertezza politica, instabilità, con evidenti ripercussioni sulla sovrastruttura europea che guarderebbe con preoccupazione all’Italia. Ci sembrava almeno prima di mettere la scheda nelle urne, alle elezioni del 2013, di esserci liberati definitivamente di questo continuo mantra ripetuto come la più grande preoccupazione che potesse abbattersi sulle nostre teste e invece, dopo il voto, è andato forse peggio di prima. Non sono preoccupato se falliranno le riforme, anzi spero che il referendum costituzionale blocchi questa riforma raffazzonata e poco rispettosa della Carta. Sono preoccupato invece, che il dibattito di questi mesi, viste le prime avvisaglie, i primi testimonial, finisca per arenarsi sulla solita domanda retorica (con annessa risposta quindi)  proposta dalla narrazione dominante, questa sì conformista: “C’è un’alternativa? No, non c’è un’alternativa”. E di conseguenza allora che si fa? Si vota sì, per sentirci tutti giovani, belli e (perfino) sinceri democratici, ignorando invece  (consapevolmente o non) che tutto ciò finirebbe col rendere la politica, il potere (chiamatelo come volete), l’azione governativa in definitiva, ancora meno rappresentativa di come ora (e lo è già pochissimo, basta dare un’occhiata ai livelli di partecipazione e viceversa di astensione al voto), del Paese. Altro che pro e contro Benigni.

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Referendum, per fortuna c’è chi dice no

 

Unknown

Questo post rischia di essere, secondo la narrazione dominante, un elogio alla vecchiaia. E ai gufi. Sono fiero, se questa è la vulgata dominante, di essere sia un vecchio sia un gufo. Parliamo del referendum del prossimo ottobre e di quanto rischia di incidere definitivamente sul nostro sistema già ampiamente disastrato. Hanno toccato i nervi della Costituzione con una riforma per pochi e non per tutti, di pochi e non di tutti. Una riforma evidentemente di parte. Già dalla sua origine. In questo affrettarsi a chiedere un sì al referendum di ottobre, personalizzato dallo stesso premier, anche se lui si ostina a credere il contrario (lasciamoglielo pure credere), si semplifica quello che non è semplificabile: perché se si arriva a una riforma, per forza di cose, deve esserci un percorso. Qual è il percorso che ha portato a questa riforma? Un libro, uscito qualche mese fa per Edizioni Gruppo Abele, lo ricostruisce in maniera perfetta. S’intitola “Io dico no” e ci sono quattro interventi alquanto qualificati che spiegano come questa riforma sia in tutto e per tutto un tradimento della Carta stessa e in definitiva eterodiretta. Alessandra Algostino è una docente di Diritto Costituzionale all’università di Torino e nel suo intervento chiarisce immediatamente la genesi della riforma. Come nasce? Da un disegno di legge firmato dal presidente del Consiglio e dal ministro delle Riforme. Pratica alquanto inusuale per varare una riforma della Costituzione che, come recita la Carta, deve passare con il voto di almeno i 2/3 delle due Camere. La prima anomalia non è di poco conto, perché svuota, come se ci fosse bisogno di avere conferme viste le innumerevoli avvisaglie di questi anni, il ruolo del Parlamento. E questo sia detto oltre a essere un tradimento della Costituzione stessa, è anche un tradimento della concezione stessa che muove da secoli ormai la democrazia, che poggia sulla divisione dei poteri. E’ evidente che si punta a eliminare i contrappesi, perché se una riforma costituzionale parte dal governo, quindi dal potere esecutivo, scavalcando il Parlamento, il potere legislativo che a tutti gli effetti dovrebbe esserne invece l’origine, irrimediabilmente si punta a rafforzare il governo in luogo del Parlamento. La seconda anomalia della genesi di questa riforma è che il disegno di legge governativo deve per forza essere discusso da un Parlamento che è stato eletto con un sistema elettorale, il Porcellum, considerato dalla Corte Costituzionale, come anticostituzionale. E tralasciamo, per ora, il discorso Italiacum, ove il premio di maggioranza viene addirittura rafforzato: con la possibilità concreta che chi arriva al 20% si prenda tutto il banco. E tutto il potere. Ma questo, come è detto, è solamente un inciso. Basterebbero comunque, questi due elementi che la professoressa Algostino ben mette in evidenza nel libro, per capire come l’iter di questa riforma nasca male e finisca ancora peggio. Eppure, salvo rarissime eccezioni, non si è posto mai l’accento su queste due anomalie, anzi in qualche maniera sono state normalizzate dal dibattito pubblico. Ed ecco il secondo punto: il dibattito pubblico. Secondo aspetto che ben viene messo in evidenza nel libro da Livio Pepino, ex magistrato e presidente del Controsservatorio Val Susa. Pepino si sofferma sulla retorica che è stata imposta al dibattito sulla riforma. Una retorica che nella narrazione dominante, alquanto superficiale, vedrebbe, come il rituale schema dialettico di Renzi (in fondo è sempre lo stesso) prevede, da una parte i nuovi che vogliono il nuovo e quindi tutto il pacchetto di riforme e dall’altra i vecchi fossilizzati nello status quo che puntano a difendere l’indifendibile. Un’imposizione nel dibattito generale che provoca almeno un paio di degenerazioni: la principale è che il modus operandi di questo governo punta a spazzare via definitivamente i corpi intermedi e di conseguenza la contrattazione, considerati un inutile spreco di tempo che va contro il decisionismo. E qui, dovrebbe suonare un altro campanello d’allarme, perché il decisionismo, se è rappresentato da Berlusconi, è sinonimo automaticamente di autoritarismo; se invece è incarnato da Renzi, allora viene considerata una virtù da “problem solving”. Ma senza dilungarsi troppo, è proprio l’impostazione che è stata data al dibattito in sé che rischia di far perdere di vista l’essenza della riforma. Perché il leit motiv contro chi si schiera per il no, oltre al solito bagaglio di gufi e vecchi, è quello di essere in qualche maniera anche degli sconsiderati, perché non ci si rende conto che l’abolizione o meglio la trasformazione del Senato andrà a incidere in maniera significativa sui costi della politica, tema assai sempre caldo e molto populista (tanto per dare alle cose gli aggettivi giusti). Ma il Senato così come lo vorrebbe questa riforma è una seconda Camera che ancora meno senso della precedente. Sfugge però, anzi viene volutamente tralasciato che, al netto di Porcellum e se sarà dell’Italicum, il nuovo Senato è la negazione del concetto di rappresentanza e della democrazia rappresentativa così come l’abbiamo conosciuta almeno fino a un decennio fa, prima della sua inevitabile degenerazione. Perché si parla di capilista bloccati, quando si parla di Italicum, ma si omette di dire che il Senato sarà composto da membri nominati (seppure eletti in prima istanza, il riferimento è a consiglieri regionali e sindaci)? Si ottiene così un restringimento della rappresentanza ancora più significativo di quello prodotto dal Porcellum che, si ricorderà, è considerato anticostituzionale. D’altronde come potrebbe essere altrimenti, se la nostra Carta Costituzionale postula la rappresentanza come un valore essenziale della nostra democrazia? Tutto questo però, non deve sfuggire quest’ultimo elemento, va inserito in un determinato contesto che è quello che si continua a perpetuare ormai da troppo tempo: l’astensionismo. Urne sempre più vuote e una disaffezione alla politica che un ulteriore deficit di rappresentanza non potrà che portare a cifre ancora più esorbitanti di quelle attuali. Come dire, tornando al discorso iniziale, una riforma Costituzionale che punta a concretizzare quel vecchio modo di dire: ” se la cantano e se la suonano”. L’esatto contrario, l’opposto diametrale di quello che è ora la nostra Costituzione. Restando legati al libro sono molto interessanti anche gli altri due interventi, quello di Tomaso Montanari, docente di storia dell’Arte all’università di Napoli, che punta l’indice proprio, partendo anche dalla cultura, sull’erosione sempre più massiccia di sovranità; e quello finale di don Luigi Ciotti che punta sul concetto di no da estendere al noi. Ecco, basta leggere il libro per capire come i temi che, umilmente sono stati proposti anche in questo post, siano del tutto assenti dalla narrazione dominante e dal dibattito che è stato imposto come una sfida tra nuovo e vecchio. E magari, dopo aver letto il libro o solamente aver riflettuto su alcune di queste considerazioni, rendersi conto che c’è ancora la possibilità di fermare questa riforma di pochi e per pochi contro un bene che è invece ancora di tutti.

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