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Perché non tutti possono fare politica

Forse ma forse la sbornia è passata. E ce ne stiamo rendendo conto. Ma forse, perché dal 1992 in poi abbiamo creduto (un po’ tutti, chi più chi meno) che bastasse un po’ di civismo,un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e un po’ di personaggi con la patente di integerrimi servitori dello Stato per sostituire la vecchia classe dirigente che era andata allo scatafascio con Tangentopoli. Abbiamo sbagliato. Perché non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Perché non basta avere le mani pulite – per citare Don Milani – se poi quelle mani si tengono in tasca. Perché l’onestà – o presunta tale – è un valore e non una categoria politica. Perché non basta guardarsi allo specchio, ripetere a memoria il proprio discorsetto e non essere poi capaci di sostenere un contraddittorio. Pensavamo di avere chiuso – con quel clima infame del 1992 – una stagione nera, ne abbiamo inaugurata una forse peggiore. Che non ha lasciato vittime sul campo come la precedente ma ha perseverato nel provocare danni a questo Paese. Soprattutto da parte di chi lo amministra. Il nuovismo, a esempio, l’abbiamo visto con l’appendice finale (per ora) dell’esperienza governativa di Matteo Renzi, non può essere una categoria politica. Nuovo non significa per forza di cose migliore del vecchio. Nuovo non significa nemmeno capace. Renzi e i suoi seguaci, guarda caso, hanno vacillato nei dibattiti televisivi solo quando si sono trovati sulla propria strada i vecchi. I residuati bellici della famigerata Prima Repubblica. Ciriaco De Mita ha conciato per le feste, nonostante la veneranda età, prima la deputata Pd Alessia Morani, poi lo stesso premier. Lungi dall’essere questo post un’apologia della Prima Repubblica. Se è vero però che  la prima repubblica era il male assoluto e se di quel male scontiamo ancora gli effetti, è altrettanto vero che in venti anni e passa non siamo riusciti a dare una svolta a questo paese. Anzi, abbiamo creato a ripetizione delle false illusioni. Abbiamo creduto che bastasse un colpo di spugna, nel solco della legalità, per avere una politica migliore. E invece, eccoci qui a riflettere su una disaffezione alla politica sempre più grande. Ci facevano schifo prima i maneggioni e il consociativismo. Ci fa ancora più schifo ora il solo pensiero di entrare in una cabina elettorale e non sapere chi scegliere. Oppure l’essere costretti a optare per il meno peggio. Che attenzione non è il turarsi il naso di quarant’anni e oltre fa, votando Dc. E’ davvero molto peggio. Perché il concetto di rappresentanza si è ormai definitivamente deteriorato. Chi ci rappresenta? A questa domanda abbiamo provato a dare negli anni risposte che si sono rivelate assolutamente sbagliate. Ci ha rappresentato forse chi da magistrato ha combattuto il malaffare e poi si è dato alla politica? Assolutamente no, perché, restando solo sull’aspetto comunicativo, i discorsi si sono rivelati monotoni. Perché non si può ripetere come un mantra legalità e onestà. E sull’onestà, a esempio, stiamo vedendo come l’abuso di questa parola che diventa programma politico (ma solo quella parola senza altri contenuti) finisca, proprio in questi giorni, col ritorcersi contro ai dilettanti della politica. Che siano i Cinque Stelle a Roma o il Sala di turno a Milano, poco importa. La realtà è che nell’ultimo ventennio – e non certo solo per colpa di Berlusconi – abbiamo assistito a una dialettica politica di basso, bassissimo livello. A un confronto politico da sprofondarsi. Idee pochine, personalizzazioni e scontri tanti, tantissimi. A volte anche senza senso. E tornando a Renzi: la strategia suicida di chi aveva dimostrato un machiavellico uso dell’arte politica (mancata elezione di Prodi al Quirinale e presa dell’intero potere: segreteria Pd e governo) messa in piedi per il referendum ne è una dimostrazione. O con me o contro di me. Ecco, di fronte allo scenario di bassa lega cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, ci dobbiamo forse chiedere in che cosa abbiamo sbagliato. Perché in qualcosa abbiamo sbagliato. Perché mandare al macero un’intera classe politica – poiché buona parte era finita nelle inchieste giudiziarie – è stato forse un azzardo troppo grande. Anche perché quelli lì – che dopo averli osannati o dopo aver loro chiesto un favore – erano diventati degli innominabili, abbiamo preferito sostituirli nemmeno con le riserve ma con chi stava addirittura in tribuna (d’altronde il ventennio berlusconiano, non solo per Forza Italia che ha raccattato elementi di quarta e quinta fila dal vecchio pentapartito ma anche dall’altra parte, ne è un esempio plastico di tutto questo). E nel frattempo abbiamo perso anche le buone e vecchie abitudini: scuole politiche. Non ci si improvvisa. I parvenu, purtroppo, sono assolutamente deleteri quando devono ricoprire incarichi importanti. Proprio perché sono dei parvenu e non dei fenomeni. E di fenomeni in giro non ce ne sono. Un tempo per arrivare in Parlamento si faceva un percorso, si conquistava il seggio sul campo, si costruiva quel vincolo di fiducia con l’elettore che poi magari veniva comunque disatteso, ma almeno un po’ di fiducia (seppure solo iniziale) c’era. Non si facevano le liste inserendo, appunto, un po’ di civismo, un po’ di nuovismo, un po’ di tecnici e via andare. Per quanto possa sembrare paradossale – e allo stesso tempo contestabile – l’era cui rinfacciamo con più forza l’assenza totale di meritocrazia, aveva la meritocrazia proprio in chi veniva chiamato, col voto, a fare politica. Ora, lauree presunte tali o contestate a parte, anche il lessico dei politici è più povero. E non è certamente familiare. Nel senso che non scalda più. Non abbraccia più. E’ una performance comunicativa che non ha nulla a che vedere con l’oratoria e che non tocca il senso d’appartenenza. Proprio perché non c’è più un senso d’appartenenza. E tutto questo che stiamo vedendo però, ce lo meritiamo. Questo clima infame 2.0 – e non per le inchieste giudiziarie, quelle dopo Mani Pulite, sembrano quasi routine – abbiamo contribuito anche a noi a crearlo.

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Roma capoccia: considerazioni sparse sui Cinque Stelle e non solo

Reminiscenza liceale. C.v.d., ossia come volevasi dimostrare. La teoria che il Movimento Cinque Stelle, messo alla prova dei fatti, fosse incapace di governare, è stata (purtroppo, per chi credeva nel movimento) dimostrata. I rappresentanti del movimento sono stati travolti – e il caso di Roma lo dimostra in maniera inequivocabile – dalle loro stesse ossessioni che come una mantra hanno ripetuto all’infinito: dalla trasparenza alla legalità. Ok, nessuno nega che non siano valori cui richiamarsi. Però il problema è un altro: non ci si inventa politici da un giorno all’altro. Soprattutto in città complicate come Roma, ove non basta la buona volontà. Qui, tra l’altro, la buona volontà sarebbe stata scalzata da un gioco d’ombre e scricchiolii, così sinistri, da far pensare che i suggeritori più o meno occulti sulle nomine in giunta, facciano parte dello stesso brodo in cui Roma ha navigato in un passato piuttosto recente. Un brodo destrorso che mette assieme frequentazioni esclusive e studi legali potenti. Inutile girarci attorno: il candore con cui il neo assessore De Dominicis ha ammesso di essere stato contattato da Pieremilio Sammarco, dell’omonimo studio legale e non stiamo a farla lunga sul parentado dei Sammarco e sui rapporti di amicizia con l’ex ministro Cesare Previti (l’hanno fatto ormai tutti, chi più e chi meno e non è questo il punto della faccenda), ha dato l’idea di come la Raggi, sindaco di Roma, fosse in qualche maniera eterodiretta nelle sue scelte. Tanto da far rialzare la testa allo sfidante sconfitto al ballottaggio, Roberto Giachetti, candidatura tutt’altro che forte che il Pd si giocò per il dopo Marino, che ha detto: “Una giunta paralizzata dalla guerra tra due studi: Sammarco e Casaleggio”. Di fronte però a questa incapacità di riuscire ad amministrare una realtà complessa come Roma, fanno sorridere, se non addirittura piangere – perché ci vuole un minimo di decenza – le lezioni che vorrebbero impartire gli esponenti del Partito Democratico, quando non sono presi addirittura dal gonfiarsi il petto e dire in maniera perentoria: “L’avevamo detto che questi non erano capaci”. Che detto dal Pd, tenendo conto di come ha mandato a carte quarantotto l’esperienza di Marino sindaco (si decise tutto fuori dal Consiglio comunale) e con l’ombra dell’inchiesta “Mafia capitale” che continua ad aleggiare sulla città, fa quanto meno sorridere appunto. Se non addirittura piangere. A seconda dei punti di vista. Detto questo ciò che sta andando in scena a Roma è lo specchio fedele di un Paese che si avvia a un voto decisivo per le sue istituzioni, così come le abbiamo conosciute finora, quello del referendum costituzionale. Dove ormai parlare di politica – forse perché i politici sono sempre meno e sono razza in via d’estinzione, peggio ancora dei panda che sembrano essersi ripopolati invece – nel merito e non in 140 caratteri (o con  slogan demenziali tipo “basta un sì”), sia diventata una cosa pesante. Da vecchi babbioni. Però i giovani o presunti tali – perché ormai anche con questa scorciatoia linguistico-giovanilistica dobbiamo finirla (visto che a quarant’anni, uno è un diversamente giovane, soprattutto se calpesta da tempo determinati tappeti) – che cosa hanno fatto? Molto poco finora e rischiano di fare danni decisamente più seri, pensando al referendum e alle loro prove da amministratori o da statisti (con presunzione di esserlo).

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