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Libri/76 La rivoluzione sentimentale non è mai invisibile

 

 

 

Donnie Tammaro non esiste. E’ un prodotto della mente di Giampuzzo. E’ il suo amico immaginario. Eppure è il personaggio più vero, più reale e forse anche il protagonista di “Una rivoluzione sentimentale” di Viola Ardone. La vera protagonista sarebbe Zelda. Che, a un certo punto della sua vita, pianta in asso l’eventuale e tutta da decifrare carriera universitaria per andare a insegnare in una scuola superiore, nella provincia napoletana. Nella terra dei fuochi, tanto per contestualizzare meglio. Zelda è personaggio complesso, ci si innamora ma ci si prende anche le distanze. Ha un rapporto privilegiato – fisico e non – con Marcello. Ma non sono una coppia. Lui presuppone di conoscerla meglio di chiunque altro, non solo perché le ha contato spesso i nei. Zelda invece, non si conosce fino in fondo. Non ha un’idea di che cosa sia, di che cosa rappresenti per sua madre (muta e malata), per Marcello che continua a fidanzarsi e nemmeno (forse) per i suoi stessi studenti. Così inflessibile, come appare, nel valutare le loro subordinate che lottano contro qualsiasi principio di gravità ortografica e grammaticale. Eppure lì davanti a lei, proprio con quel Donnie Tammaro che sì è immaginario ma riesce sempre comunque a insinuarsi, a far sentire la propria voce, c’è una generazione vera d’invisibili. Anche se i compagni reali di Donnie sono fatti di carne, ossa e sangue che scorre. Sono nella piena incertezza sul solcare, anche inconsapevolmente, quella linea d’ombra che rappresenta il passaggio alla maturità. Perché non ci si può per sempre sentire ragazzini. E perché la provincia napoletana non ti dà nemmeno il tempo di concederti una possibilità simile. Non si può non crescere. E di fronte alla discarica carica di veleni in un delirio organizzato si muove la protesta di questi studenti. Non più invisibili e il paradosso che è proprio lo stesso Donnie in qualche maniera a istigarla. Come riesce a istigare quella rivoluzione sentimentale (il titolo del libro) necessaria e inevitabile di Zelda che fa i conti con se stessa, che ha la percezione di cosa significa essere donna ed eventualmente madre. Se fosse una canzone probabilmente questo libro sarebbe un vecchio pezzo degli Afterhours “Posso avere il tuo deserto”: “Puoi pensare che andrà senza un’azione. E la verità passi lasciando il posto alla ragione”. Il deserto di Viola non è più arido. La rivoluzione sentimentale – visto che questo libro non è un giallo ma vale la pena di leggerlo non per sapere come finisca ma per provare a sperimentare sulla propria pelle che cosa significhi fino in fondo conoscersi se stessi – si completa. Scoprirlo è un viaggio comunque affascinante.

 

Viola Ardone

Una rivoluzione sentimentale

Salani editore, 264 pagine, 14,90 euro

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Libri/24 Marcobi, un commissario a Napoli: il ritorno al passato per la verità

La mia recensione sul libro di Massimo Galluppi “Il cerchio dell’odio” (Marsilio editore) uscita domenica 31 agosto su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

galluppi

 

Hegel non c’entra nulla. O forse sì. Quello che colpisce in Raul Marcobi, il poliziotto protagonista del romanzo di Massimo Galluppi “Il cerchio dell’odio” (Marsilio editore), è il metodo, inteso come percorso per raggiungere la verità. Che non è assoluta, ma è essenziale per spiegare chi ha ucciso un sinologo di fama internazionale come Bruno Canalis. Si pensa inizialmente a un delitto passionale. Ma Marcobi allarga presto gli orizzonti dell’indagine e il cerchio si stringe su quello che Canalis è stato prima di diventare prof universitario. Si procede a ritroso nel tempo, la Napoli degli anni ‘70, i gruppi di estrema sinistra, convinti maoisti con rimandi inevitabili alla storia della Cina e ci si imbatte in quello che sembrava un caso chiuso e che si tramuta in un cold case: l’omicidio di un compagno di Canalis, frettolosamente derubricata come un’esecuzione da parte di estremisti di destra. Marcobi scava tra presente e passato finché non arriverà in Francia. E tutto diventerà più chiaro. Raul Marcobi ha tutte le caratteristiche (passioni comprese: dal sax al cibo) per diventare un classico cui affezionarsi.

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“Lei deve dire signor Prefetto”. Così lo Stato umilia il prete anticamorra

IL MIO ARTICOLO USCITO OGGI SU QN (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

Matteo Massi
DON MAURIZIO è il parroco di Caivano. Ma non dice solo messa. In quella terra lì, a metà strada tra le province di Napoli e Caserta, c’è bisogno di molto altro. Caivano, tra l’altro, rientra nella Diocesi di Aversa, quella di don Peppino Diana che la camorra nel 1994 ammazzò per la sua lotta contro il potere oppressivo e sanguinoso dei clan. E don Maurizio Patriciello da anni combatte contro i camorristi ed è in prima linea contro i roghi tossici di rifiuti nel Napoletano. Chi non aveva ancora avuto modo di conoscerlo, l’ha fatto con un video che da almeno due giorni fa il giro del web. È un video «rubato» di una riunione a Napoli dove l’arroganza del potere viene declinata nella sua forma più offensiva per chi ogni giorno combatte nelle terre di frontiera. don Maurizio è letteralmente aggredito dal prefetto di Napoli, Andrea De Martino. La sua colpa aver chiamato soltanto «signora» il prefetto di Caserta, Carmela Pagano. Un appellativo irrispettoso, per De Martino, quando ci si trova di fronte a un prefetto. E quindi alle istituzioni. Quelle istituzioni cui spesso don Maurizio, come molti altri che sono in prima linea, si è appellato invano. Senza ricevere uno straccio di risposta.
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NEL VIDEO che ha provocato una vera e propria sollevazione popolare contro il prefetto di Napoli, Don Maurizio prima si mostra sorpreso, poi imbarazzato. Vorrebbe fare il suo intervento nella riunione. Vorrebbe raccontare della discarica di amianto tra Napoli e Caserta. Vorrebbe raccontare che quei roghi di rifiuti tossici infestano la sua terra che non è poi soltanto la sua, ma dei fedeli che ogni domenica vanno a messa e di tutti gli altri che a Caivano ci vivono. Ma niente, De Martino sbraita. E chi filma quello che sta succedendo si lascia perfino scappare un «Signori si nasce» che non sembra certamente rivolto al prefetto.
Le polemiche dilagano. Andrea Ceccherini, presidente dell’Osservatorio Giovani-Editori, non risparmia critiche. «Da anni tentiamo di valorizzare l’educazione civica dei giovani, con la nostra iniziativa del Quotidiano in classe. Il messaggio che da quel prefetto arriva ai ragazzi, ovvero ai cittadini di domani, fa cadere le braccia. Ora chi ha sbagliato deve scusarsi pubblicamente. Se questo non avverrà, le istituzioni intervengano». Ceccherini intende portare il caso nelle scuole: «Inviteremo i docenti a discutere della distinzione tra cittadinanza e sudditanza, e metteremo a disposizione quel video che documenta un esempio negativo su cui riflettere».
Roberto Saviano, l’autore di «Gomorra», chiede le «immediate dimissioni di De Martino o quanto meno le scuse». Ma niente scuse, il prefetto si limita a parlare di «un incidente di lavoro davvero spiacevole». E Don Maurizio nella lettera inviata al prefetto per chiudere la questione scrive: «Io alla mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del Clan dei Casalesi. Se una cosa mi addolora è constatare che tante volte è proprio la miopia delle istituzioni, la pigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici a incrementare la sfiducia in tanti cittadini».

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