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Libri/70 Milano (non) è la verità

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Oltre trecento pagine filate. Che filano via anche, alla lettura,  piuttosto bene. A scriverle è l’eminenza grigia di molti scrittori di casa Feltrinelli, ove Alberto Rollo ha fatto il direttore letterario fino a poco tempo fa. Il suo primo romanzo si intitola “Educazione milanese”. Titolo di per sé programmatico. Perché quella di Rollo è un’educazione milanese: lui a Milano è nato, ha vissuto e continua a viverci. Dopo la lettura – e non c’entra nulla “X Factor” – ecco che s’insinua un vecchio pezzo degli Afterhours. Anche Manuel Agnelli nelle sue canzoni ha raccontato la trasformazione della sua città, prendendo spesso come spunto gli architetti (“Gli architetti sono qua, hanno in mano la città” in “1.9.9.6”). In questo romanzo che trae una forte ispirazione da almeno due foto di Gabriele Basilico si parla anche di archistar e di quello che Milano è diventata o aspirerebbe a diventare. Il pezzo degli Afterhours che mi entra in testa però, subito dopo la lettura del libro di Rollo, s’intitola “L’inutilità della puntualità”. E c’è una parte che è ancora più significativa, Agnelli canta: “Quando la novità che rappresentate sarà finita, vi appellerete all’inutilità della puntualità”. E via il ritornello: “Milano non è la verità”. Che Milano sia o non sia la verità di questo Paese è ovviamente tutto da dimostrare. Di certo questo libro, costruito non dall’oggi al domani, non arriva puntuale nelle librerie. Sarebbe potuto arrivare molto prima e molti avevano consigliato Rollo di farlo. Però Rollo non arriva nemmeno fuori tempo massimo con questo romanzo che è un romanzo di formazione, il suo romanzo di formazione, con una lingua bella e a tratti appassionante, anche per determinate scelte linguistiche come quando scrive “lo schiaffo insaponato del passare di mano di potenti società finanziarie”. Un’eleganza assoluta nel descrivere il lato più oscuro degli affari di Milano. Una città che probabilmente, soprattutto ora, è ancora in cerca di se stessa. Di una propria identità ma che sembra aver perso lo smalto di un tempo: quando era capitale morale e anche culturale.  Quando era appunto la novità. Che sembra ora essere finita.

Ma è forse la prima parte del libro quella che colpisce di più. Rollo parla di un’educazione proletaria, partendo da come la città dalla fine degli anni Cinquanta si è trasformata. E di come anche la sua adolescenza sia intrisa di quell’educazione proletaria, anche per merito del padre. Nessuna nostalgia ma un modo per raccontare come i quartieri di Milano, la Bovisa ad esempio, siano cambiati, ma anche come siano riusciti in passato a dare grandi energie, non solo fisiche, alla stessa città. E’ un ritratto appassionato di Milano perché calato su se stesso e sulla propria crescita. Certamente, non mancano le tensioni, i cortei e le speranze che dal Sessantotto in poi si sarebbero trasformati in grande illusione. Manca quasi totalmente invece, la Milano da bere, e non è un difetto anzi. Fin troppo raccontata ed enfatizzata nei suoi effetti. Ma il salto temporale che riporta al presente non è assolutamente azzardato. Alla fine, come lo stesso Rollo scrive, questa città l’ha voluto. Un figlio desiderato di una famiglia che era arrivata dal sud (Lecce per l’esattezza). Ma possono sentirsi così i milanesi di oggi? E la Milano post Expo che ha completato la sua mutazione genetica da capitale morale un tempo, pre Tangentopoli, a capitale della moda, dell’effimero (nell’ormai abusata definizione di società liquida), anche in quegli stessi quartieri dove un tempo si produssero saperi, avanguardie e occupazione (e spesso diventati oggetto di una sfrenata archeologia industriale o solamente culturale), come accoglierebbe ora quei suoi figli di seconda generazione?

 

Alberto Rollo

Un’educazione milanese

318 pagine, 16 euro, Manni Editore

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Libri/69 Il Paese dimenticato

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“Italian game”. Non mi ricordo come mi sono imbattuto per la prima volta nel blog di Ivan Carozzi, ma ricordo che nel giro di qualche giorno è diventata una droga. In “Italian game” Carozzi ha raccolto con certosina pazienza ritagli di giornale degli anni settanta e ottanta, pieni di vicende di cronaca nera. Dalle più grandi ed eclatanti, il caso Moro o il delitto Pasolini, a quelle più ordinarie, ma non meno significative (purtroppo), le innumerevoli morti di eroina. Raccontarle su qualsiasi dispositivo digitale provoca un certo effetto, tutt’altro effetto si prova quando si vede la materialità di quelle storie che, in quel periodo, poteva essere rappresentata solo dalla carta di giornale. Così quando è uscito per Einaudi “Teneri violenti”, il romanzo di Carozzi, l’ho comprato a scatola chiusa. Ho letto le note di copertina per capire immediatamente che quel lavoro fatto negli ultimi anni da Carozzi diventava ora un romanzo. E che quella distanza, siderale e di conseguenza significativa, tra materialità e immaterialità del Paese reale, il nostro, sarebbe stata ulteriormente amplificata. Il protagonista del romanzo – anche se il nome viene citato solo in un’occasione e neanche a farlo apposta, si chiama Ivan – è un precario che si ritrova a lavorare come redattore per un quiz televisivo. Redattore costretto a immergersi in un sconfinato archivio per cercare notizie uscite tra il 1970 e il 1985, da utilizzare per il quiz.

Per il protagonista quell’immergersi nell’archivio diventa un’ossessione, magnifica nella sua azione. Ma non c’è un’alienazione e nemmeno una risposta alla Bianciardi. Perché quando si parla di Milano, d’industria culturale, d’immersione lavorativa da sprofondare quasi nell’alienazione, il rischio è perdersi nei paragoni con Bianciardi (sia detto per inciso Carozzi ha fatto l’identico viaggio: dalla Toscana a Milano). Ma il protagonista non cerca di fuggire dal presente, cercando di scappare nel passato. Però descrive in maniera quasi perfetta l’immaterialità della Milano in cui vive e lavora, dove WhatsApp sembra l’unica via alla socializzazione e, anche, al sesso. Non c’è nessun effetto nostalgia. Perché non è vero che l’Italia di allora fosse migliore e meno violenta. Forse, vista l’età precoce (se si prende per buono il Dopoguerra come nuovo inizio), sicuramente era più innocente. Quanto meno compromessa. Però è altrettanto vero che i rapporti personali, senza nessun fine giustificatorio, erano diversi: costruiti su un’intimità cercata e difficile da conquistare, ma una volta conquistata, sacra. E l’ora senza pari, per dirla col celebre slogan del Campari, per capire quanto rimangono distanti (e perfino inconciliabili) le due Italie, rimane sempre la stessa: le 19. L’ora dell’aperitivo.

Ivan Carozzi

Teneri violenti

Einaudi editore, 160 pagine, 17 euro

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Quanta nostalgia di Beppe Viola

La mia recensione sul libro “Vite vere, compresa la mia” (edizioni Quodlibet) uscita sabato 2 gennaio 2016 su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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«Erano quasi le tre, si perdeva di già e non ci hanno dato un rigore». Scanzonata come ogni canzone di Cochi & Renato, “Cesarini”. Scanzonata come quella Milano lì che si allungava tra il bar Jamaica, di via Moscova, il Derby e la pasticceria Gattullo, il luogo dove Beppe Viola inventò l’ufficio facce, dove scommetteva se l’avventore del locale fosse milanista o interista. In una Milano che non era ancora da bere (fortunamente) ma in cui si beveva: bianchini e Campari, cui anche il Beppe Viola non si sottraeva. Una Milano che quella generazione lì – quella del Derby, dei ragazzi di piazza Adigrat come Jannacci e Viola – è riuscita a raccontare così bene da rendere nostalgici anche chi non ci ha mai vissuto o l’ha soltanto conosciuta, seguendo un particolarissimo filo rosso che si dipana da Bianciardi per arrivare appunto a Viola. E che comunque ha tra i riferimenti culturali il Linus di Oreste Del Buono. Quodlibet, casa editrice marchigiana, ha deciso così di (ri)pubblicare “Vite vere, compresa la mia”; gli scritti di Beppe Viola – che di professione faceva il giornalista sportivo in Rai, orgogliosamente redattore ordinario – apparsi sulla rivista di Odb dal 1977 al 1982. C’è tutto il mondo del Pepinoeu, come lo ribattezzò Brera nell’articolo che gli scrisse per salutarlo definitivamente. Ci sono pezzi spassosi e ormai celebri come “Lettera al direttore”. «Ho quarant’anni , quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo. Non ho mai rubato né pianoforti né sulle note spese. Non ho attentato alle virtù delle numerose signore e signorine che circolano al terzo piano. Vado a Londra, a spese mie, per imparare l’inglese. L’hanno fatto Marx e Mazzini, posso permettermelo anch’io». E fulminanti come il pezzo iniziale «Mio padre giocava ai cavalli, mio nonno a scopa». Il libro rispetto all’edizione originaria esce arricchito da un’introduzione di Stefano Bartezzaghi che precede la prefazione storica di Enzo Jannacci e che parla di come Viola sia stato capace di inventare il milanesco e di crearsi un suo stile, inimitabile, fedele solo a se stesso, tanto da dimostrare una coerenza anarchica.

 

 

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