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Riina, i simboli mafiosi e la morte dignitosa

La morte più dignitosa che possa fare Totò Riina è quella di spirare nel letto dove si trova ora. Non è in carcere ma in una stanza ospedaliera iper blindata. Garantire le cure al peggior criminale malato – e Riina va considerato tale – è un dovere, un obbligo, un diritto per chi si ritrova in condizioni di salute precarie. Ma il discorso poi si apre e si chiude qui. Si è fatta grande letteratura sulla pronuncia della Cassazione in merito alla decisione del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che aveva respinto la richiesta dei legali del boss dei boss per un differimento della pena (Riina ha una manciata di ergastoli e si trova in regime di 41 bis) o in subordine una detenzione domiciliare. La Cassazione, in punta di diritto, si è espressa su una questione universale “il diritto di ognuno ad avere una morte dignitosa” e sul particolare ha rimandato indietro al Tribunale di Sorveglianza quel diniego alla richiesta dell’avvocato di Riina, “consigliando” di motivarlo meglio. D’accordo che di 41 bis prima o poi in questo Paese se ne dovrà parlare e non in termini folcloristici come è stato fatto finora: da una parte gli iper garantisti e dall’altra i forcaioli. In un dibattito che si trasforma sempre più spesso in rissa. Ma questa è una parentesi e per chiudere: il 41 bis va contestualizzato sul profilo criminale di chi ci è finito e sulla storia della lotta alla criminalità organizzata e il grado di emergenza, elevatissimo, tra gli anni ’80 e ’90. Quello però che non mi convince in tutta questa storia – nonostante io sia da sempre un convinto garantista – è l’enunciazione di un concetto che va a sbattere inequivocabilmente con la simbologia mafiosa. In molti hanno detto che sarebbe una vittoria dello Stato sulla mafia permettere a Riina di trascorrere i suoi ultimi giorni (quanti saranno? Potrebbero essere anche mesi o anni) nel letto di casa. Perché sarebbe affermare una superiorità. Il problema però è un altro: nonostante la carta d’identità, nonostante la malattia sempre più aggressiva, Totò Riina rimane comunque un simbolo. Un simbolo del male, certo. Ma sempre un simbolo è. Per i vecchi mafiosi ma anche per qualche picciotto. E permettere al boss dei boss, la mente (in compartecipazione o no, non è questo ora il punto) e il braccio della stagione più sanguinaria della storia d’Italia, di morire nel proprio letto, è invece un’evidente dichiarazione di debolezza. Nella simbologia mafiosa – e la simbologia non è assolutamente per Cosa Nostra una minuzia – se un boss muore nel proprio letto significa che ha vinto. Ha vinto contro i suoi nemici, tra chi lo voleva morto di morte violenta, quindi ammazzato, e chi lo voleva in cella. Allora meglio fermarsi un attimo a riflettere. Qui non è questione di essere più o meno garantisti e né tantomeno di vagheggiare l’idea di una pena di morte. Qui, la questione è una sola: ci sono le condizioni perché Riina possa morire dignitosamente dove si trova ora, quindi senza che sbiadisca il marchio di quei duecento cadaveri e di quelle cinque stragi? Ci sono, perché attualmente si trova in quella stanza iperblindata di ospedale che magari – se proprio vogliamo essere ultragarantisti e perfino un po’ populisti, in senso buono ovviamente – a molti detenuti in condizioni ben peggiori e per reati meno gravi non è stata concessa. Riina deve morire lì dove si trova ora. E’ comunque l’unica morte dignitosa che può avere e soprattutto rispettosa nei confronti dei parenti delle vittime delle stragi mafiose. Ogni altra apertura con un boss che non ha mai rinnegato di esserlo è cedimento e debolezza da parte dello Stato.

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Libri/67 Cento giorni (da sindaco) a Palermo

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Cento giorni a Palermo. Sono quelli di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un cadavere eccellente. Lo uccise la mafia in quel settembre del 1982 in via Carini, cinque mesi dopo l’omicidio di Pio La Torre che era appena tornato in Sicilia per fare il segretario del Pci. Il 1982 è anno fatidico: stanno cambiando gli equilibri di potere all’interno di Cosa Nostra. I Corleonesi, spargendo sangue su sangue, si avviano a sbaragliare il campo dagli avversari, la cosiddetta vecchia mafia. Due anni dopo però, 1984, ci sono altri cento giorni che quanto meno fanno discutere. Sono quelli di Giuseppe Insalaco da sindaco. Le date sono importanti e Bianca Stancanelli nel suo libro “La città marcia” (Marsilio editore) le mette in fila, perché potranno sembrare solo coincidenze, però sono coincidenze che non vanno sottovalutate. Insalaco, uomo di fiducia dell’ex ministro dell’Interno Franco Restivo, è chiacchierato. Democristiano, è considerato vicino al boss Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, icona della vecchia mafia e principale delegato a gestire i rapporti con la politica, che verrà spazzato via dalla furia sanguinaria dei corleonesi. Ma chi è questo Insalaco che riesce a diventare sindaco per un partito ultrachiacchierato, il partito di Salvo Lima e Vito Ciancimino, il partito dove i ras sguazzano e mettono il becco su ogni singola virgola? Insalaco si fa notare per la discontinuità che imprime immediatamente in quello che sarà il suo brevissimo mandato. Cominciando dagli appalti e arrivando, in occasioni pubbliche, a pronunciare la parola mafia fino ad allora termine pressoché impronunciabile. Finirà travolto da un’inchiesta giudiziaria (per cui andrà anche in carcere per qualche mese) ed estromesso dalla politica, maldigerito dal partito, tanto da ritrovarsi a fare il rigattiere. Ma nel 1984 c’è anche il pentimento di Tommaso Buscetta (pochi mesi dopo la fine del mandato di Insalaco) – attenzione alle date appunto – e ci si avvia a istruire il maxiprocesso che inizierà nel 1986 ma si fonderà proprio sulle dichiarazioni del pentito. Quando Insalaco ormai è solo un rigattiere, nel gennaio del 1988, a una manciata di giorni dalla conclusione del maxiprocesso, viene ucciso in un agguato a colpi di pistola, mentre sta per salire nella sua auto. All’inizio l’omicidio viene considerato come un’opera di balordi, solo anni dopo si scoprirà che a ordinare la morte di Insalaco è stato Totò Riina. La Stancanelli nel suo libro, da vera cronista (è stata inviata de L’Ora di Palermo, prima di fare altrettanto a Panorama), ricostruisce tassello dopo tassello, tutte le anomalie, i misteri e la storia di un delitto che, a tutti gli effetti, nonostante Insalaco fosse ormai da quattro anni un ex politico, va annoverato tra i delitti politici. E riesce a restituire al lettore il clima mefitico e di sangue dell’epoca. D’altronde il titolo del libro è di per sé eloquente e alquanto azzeccato “La città marcia”. Di quanto sia marcia quella Palermo lì, Insalaco ne ha maggiore contezza nel momento in cui diventa sindaco e prova a inaugurare una stagione nuova – prima ancora della primavera palermitana di Orlando – che provi a rompere col passato e soprattutto coi legami finora in essere per lucrare sugli affari e perseverare nel potere. Finirà male per lui l’esperienza amministrativa e finirà ancora peggio quattro anni dopo, quando ci rimetterà la vita. Di fronte alla ricostruzione della Stancanelli e a questo libro, utilissimo per provare a far luce su un delitto fin troppo dimenticato e tutt’altro che secondario, però resta la domanda di come si sia fatto molto poco, se non nulla, per decifrare immediatamente i contorni di quel fatto di sangue. Che si portava dietro alcuni aspetti inquietanti e che non sarebbero dovuti passare così inosservati o addirittura sottovalutati, come il cosiddetto memoriale di Insalaco, su cui all’epoca si fece molta letteratura, ma senza rendersi conto che se non era la chiave di volta del delitto, quanto meno era un buon indizio per capire che l’ex sindaco di Palermo non poteva essere stato ucciso in un regolamento di conti tra rigattieri. Perché, con gli elementi in possesso ora e andando in qualche maniera a ritroso, in quegli anni lì una parte di Palermo iniziava seriamente a ribellarsi alle cosche. Una parte significativa, magari non maggioritaria, ma rappresentata da società civile e da politici, come Insalaco, che avevano visto in faccia il potere del male. Segnali eloquenti dell’intenzione di scoperchiare il sistema della città marcia ma che dovranno attendere altri lutti, altro sangue e altri cadaveri eccellenti, prima che si concretizzino in quella che sarebbe stata definita la “nuova resistenza”.

 

Bianca Stancanelli

La città marcia

Marsilio editore, 270 pagine, 16 euro

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Libri/62 C’era una volta l’antimafia

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La quarta di copertina dice già tutto. E non è – fidatevi – uno specchietto per l’allodole. E’ l’innesco giusto per leggere un libro corrosivo – questo sì politicamente scorretto ma nel senso giusto non in quell’aberrazione che abbiamo metabolizzato così tanto da non far più caso alla sua trasformazione in insulto e sfottò – che incide su un tema dibattuto. Ma sempre comunque poco dibattuto. E’ un libro, come dice il titolo, “Contro l’antimafia”. Scritto da uno, Giacomo Di Girolamo, che la mafia – anche se non spara più – la vede tutti i giorni con i propri occhi. E che ormai da una manciata d’anni dalla sua trasmissione radio dileggia l’ultimo (forse) boss dei boss Matteo Messina Denaro: “Matteo, dove sei?”. E infatti, anche questo libro si gioca tutto su un dialogo immaginario con Messina Denaro in cui Di Girolamo racconta con uno stile caustico ma comunque secco e preciso come il movimento antimafia stia perdendo inevitabilmente la propria essenza. Ecco, la quarta di copertina: “Sono nato un sabato di maggio del 1992. Da allora ho sempre lottato da una parte. E adesso è proprio quella parte che mi fa paura”. De Girolamo riesce a mettere nero su bianco quello che è un po’ il sentimento di una generazione – la sua, la mia – che ha perso la sua innocenza in quei due mesi del 1992 tra maggio e luglio. Le due stragi, Capaci e via D’Amelio, la voglia di reagire. Di mettersi in movimento. Le lenzuola bianche stese dalle finestre di Palermo. Quella “nuova resistenza”, così come giustamente l’etichettò Antonino Caponnetto che diede forza e coraggio anche a lui che aveva detto, dopo la morte di Borsellino, “è finito tutto”. La reazione a quelle due stragi – ancora tutte da chiarire tra mandanti ed esecutori – fu fortissima in tutto il paese. E senza esagerare per gli adolescenti di allora si creò una vera e propria coscienza civile. Energie che furono ben incanalate. Tanto che il movimento antimafia riuscì a incidere anche sulla politica, sulle leggi: basti pensare alla legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati ai boss (1996) che partiva da quella norma sulla confisca pensata e voluta da Pio La Torre e firmata poi dal ministro dell’epoca Virginio Rognoni (era il 1982). Ecco, ma poi dopo la metà degli anni novanta, che cosa è successo? Di Girolamo lo racconta portando degli esempi concreti: dalle assemblee obbligate in tutte le scuole col magistrato sotto scorta alla costituzione parte civile delle molteplici associazioni antimafia in processi anche lontani migliaia di chilometri dalle sedi delle stesse associazioni. Ecco che la testimonianza dell’essere antimafia è diventata rito, un rito talvolta fine a se stesso, quando addirittura business e nel frattempo si sono create delle vere e proprie icone. Molte si sono bruciate da sole. Basti pensare alla svolta della confindustria siciliana vanificata però da inchieste che hanno messo in discussione proprio quelli che si erano (auto)definiti testimonial dell’antimafia. E in tutto questo, piccolo particolare da non sottovalutare, la mafia pur non sparando più come prima, pur non facendo scorrere così tanto sangue come negli anni ottanta dei mille morti di Palermo, ha continuato a prosperare, proseguendo a fare i propri affari. Ecco perché per quanto possa essere indigesto a molti, questo libro è necessario. Tra l’altro Di Girolamo riesce nell’impresa, tutt’altro che facile in casi come questi, di non fare di tutta un’erba un fascio. Ma una considerazione a come si è ridotto il movimento antimafia non è più rinviabile. Soprattutto per quelli che ci hanno speso energie, sentimenti e speranze.

Giacomo Di Girolamo

Contro l’antimafia

Saggiatore, 242 pagine, 17 euro

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I maniaci dell’antimafia

“Vibrante protesta”. Il tono di Fabrizio De André nel pronunciare la frase nel finale de “La domenica delle salme” è irriverente. Ma col passare del tempo – e soprattutto riascoltandola ora – quella frase suona come una previsione azzeccata. Anche per la cosiddetta antimafia. Era il 1990 e le stragi della calda estate palermitana del Novantadue non erano ancora arrivate. Nessun avvisaglia. Come non ci si sarebbe mai aspettati una reazione così veemente, popolare e coinvolgente all’orrore provocato dai due attentati, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e i loro agenti di scorta. Visto che l’omertà sembrava allora una regola di vita.

C’è chi parlò all’epoca di fronte a queste mobilitazioni – e tra i primi fu proprio Antonino Caponnetto, ex capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo e padre del pool, dopo la disperazione di “ora è finito tutto” – di nuova resistenza. Ma ventiquattro anni dopo cos’è rimasto di quell’agire, di quel mettersi insieme, del portare in giro quelle testimonianze da reduci che sono state catalogate, senza fare troppo distinzioni, nell’Antimafia così come l’abbiamo conosciuta e come la conosciamo ora? Una domanda inevitabile di fronte alla caduta – l’ennesima – di un’altra delle cosiddette icone dell’Antimafia, Pino Maniàci, in attesa di vederci più chiaro comunque sull’intera vicenda. Quella di Leonardo Sciascia, pilotata dal titolo di Chiaberge nel famoso pezzo uscito sul Corriere della Sera (che fece infuriare Borsellino) sembra diventata profezia che si avvera? I professionisti dell’Antimafia esistono davvero? Con una patente da esibire, costruita a puntino, che garantisce immunità e prestigio. Ecco, provando a riannodare i fili del discorso, in questi ventiquattro anni si è persa propria la caratteristica principale che ne fece allora più che un movimento d’opinione, fossilizzato su posizioni e dogmi, un movimento vero e proprio. Capace di rappresentare una ribellione giusta e necessaria di fronte al disfacimento di quella che veniva definita Prima Repubblica, accelerato proprio dalle due stragi del Novantadue. Non era solo protesta, per quanto vibrante. Era agire, impegnarsi, tirare fuori le mani, “sporcarsele” in senso buono, perché, come diceva Don Lorenzo Milani, “se si hanno le mani pulite che senso ha tenerle in tasca”. E ora, purtroppo, quel movimento senz’altro composito, non riducibile a sigle, ma sicuramente personalizzabile (basti pensare alle personalità forti accreditatesi nel corso degli anni un ruolo nella lotta alla criminalità organizzata, mettendo spesso la propria bandierina), è diventato una triste rappresentazione di se stesso. Senz’altro autoreferenziale, in taluni casi più interessato alla partita Iva, a guadagnarsi il pane (non che sia un reato) e che ha finito inevitabilmente col perdere quella carica iniziale. Necessaria per un cambiamento reale. Una mancanza che ha determinato in qualche maniera lo stato attuale delle cose. E che ha lampeggiato sotto l’insegna della “vibrante protesta” che si apre e chiude nello spazio di 24-48 ore, buono per guadagnarsi comparsate in tv e, talvolta, candidature alle elezioni. Ecco perché la “vibrante protesta”, quando c’è, non è solo fine a se stessa, ma risulta persino grottesca. Ecco appunto che l’irriverenza, cui si faceva cenno all’inizio, con cui De André intona quella frase ne “La domenica delle Salme”, ha un sapore – anch’essa – di preveggenza. C’è stata la possibilità reale di cambiare questo Paese – non come vorrebbe e dice di fare ora Renzi – e quella possibilità è transitata nelle mani e nell’impegno di molti che dal ’92 hanno riempito strade, hanno messo mani e impegno. La sconfitta, purtroppo, è stata catastrofica, contestualizzabile agli inizi del Terzo Millennio (2001, il G8 di Genova fu un colpo micidiale, ma anche l’impotenza collettiva di qualche anno prima di fronte alla guerra dei Balcani ha avuto il suo bel peso) e ora, purtroppo, si continua a giocare con i soliti vecchi schemi. E come succede nel calcio, dove nonsi arriva più con il fiato, si arriva con il mestiere. E l’astuzia. Così è stato purtroppo anche per l’antimafia.

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Libri/53 I mille morti di Palermo

Antonio Calabrò li ha contati. Uno a uno, fino ad arrivare a mille. Alcuni – cadaveri eccellenti – li ha visti riversi a terra, crivellati di colpi, sulle strade di Palermo. Palermo come Beirut, così titolò all’epoca L’Ora (era il luglio del 1983), il giornale per cui Calabrò lavorava, dopo l’autobomba nel cuore della città che uccise Rocco Chinnici, il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Quello che per primo aveva capito che la regola era “follow the money”, segui il denaro, per combattere in maniera efficace la mafia. E in effetti la mutazione criminale di Cosa Nostra arriva proprio quando l’organizzazione diventa una vera e propria holding con le mani che affondano nel sangue. Perché capire la guerra di mafia, quella che va dal 1981 (con l’omicidio di Stefano Bontade) fino al 1986, all’inizio del maxi processo, significa anche capire quello che è successo dopo a Palermo. Nell’altra terribile estate, quella del 1992 – a distanza di sette anni da quel 1985 in cui furono uccisi i migliori investigatori (Ninnì Cassarà e Beppe Montana) in circolazione – in cui morirono oltre a Falcone e Borsellino le “speranze dei palermitani onesti” come dissero all’epoca. Ecco Calabrò ci racconta con la perizia certosina del cronista, i mille morti che portarono i Corleonesi a prendere il sopravvento sulle altre famiglie e a gestire nel terrore e nel sangue Cosa Nostra che nel frattempo aveva frantumanto le ultime regole d’onore (un eufemismo, ovviamente), puntando tutto sulla costruzione di un impero finanziario e di potere inattaccabile. Almeno fino al maxi processo. Sono passati trent’anni da quando nell’aula bunker di Palermo sfilarono per la prima volta  i boss della mafia che avevano perso l’aura dei capi, degli intoccabili ed erano diventati degli imputati qualsiasi. Quel maxi processo, costruito tassello dopo tassello nell’estate del 1985 in trasferta obbligata all’Asinara da Falcone a Borsellino, fu il più duro colpo per l’organizzazione criminale, fiaccando le sue certezze di essere appunto intoccabile. Ecco perché la ricostruzione di Calabrò della guerra di mafia è utile a capire ancora meglio quello che sarebbe successo dopo, dove, pur nel dolore per le stragi, è riuscita a crescere una coscienza antimafia collettiva che prima non c’era mai stata. Gli anticorpi necessari per contrastare il potere mafioso e le sue infiltrazioni sul territorio.

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Antonio Calabrò

I mille morti di Palermo

256 pagine, 18,50 euro

Mondadori editore

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Libri/44 La ballata dei morti di mafia

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Due luoghi, altrettante ossessioni. Da una parte lo stadio La Favorita, ribattezzato da anni “Barbera”, dall’altra il monte Pellegrino col Castello dell’Utveggio posto sul promontorio, quello che Goethe ne “Il suo viaggio in Italia” definì il più bello del mondo. Ma che in questo libro di Pietro Melati e Francesco Vitale (“Vivi da morire”, Bompiani editore), come ci ricorda anche la storia, è un luogo carico non di mistero, ma di misteri. Basti pensare alla strage di via D’Amelio e alla tesi che il telecomando dell’autobomba fu azionato da lassù. A trecento metri sul livello del mare. I due luoghi che riproducono altrettante ossessioni (si parte con i lavori di ristrutturazione della Favorita per Italia ’90) sono l’innesco narrativo di quella che può definirsi, in tutto e per tutto, una ballata dei morti di mafia. Ma il ‘cuntu’ è di Colapesce, figura mitologica, metà uomo e metà pesce, che vive negli abissi e che da laggiù sorregge la colonna per evitare che la Sicilia sprofondi. In questa ballata tra i gradini dello stadio sfilano i protagonisti di un’estate maledetta, quella del 1985, che non ha nulla da invidiare, in quanto a sangue, a quella del 1992 con le due stragi. E così c’è Ninni Cassarà, 200 colpi di kalashnikov i killer corleonesi gli esplosero contro per assicurarsi che non riuscisse a sopravvivere, che si confronta con Erminio Favalli, ala del Palermo. Entrambi bravissimi nei loro rispettivi ruoli, commissario e calciatore; entrambi tutt’altro che disposti a farsi mettere i piedi in testa, a reagire. A essere, quando c’era necessità, anche politicamente scorretti. O ad assomigliare a un ‘malacarne’ come scrivono nel loro libro Melati e Vitale.  L’esecuzione di Cassarà davanti agli occhi della moglie che l’attendeva per il pranzo si porta inevitabilmente dietro quelle di Beppe Montana, altro commissario (della ‘Catturandi’) che fu ucciso prima di lui, e di Lillo Zucchetto, la spalla di Cassarà, sempre in sella alla sua Vespa che guardò negli occhi il boss. Non c’è retorica – e il rischio, purtroppo, è sempre quello quando si parla di mafia e antimafia – in questo libro, si intuisce invece una grande conoscenza della storia e dei personaggi. A dimostrazione che Melati e Vitale hanno consumato le suole delle loro scarpe, andando avanti e indietro, davanti ai cadaveri della guerra di mafia e nell’aula bunker dove si svolgeva il maxiprocesso. E poi ci sono Biagio e Giuditta, i due studenti morti nell’incidente davanti al liceo classico Meli, falciati dall’auto blindata “impazzita” che trasportava a bordo Paolo Borsellino. Era già l’autunno del 1985 e il maxiprocesso alle porte. Dopo sarebbero arrivati l’articolo di Leonardo Sciascia (1987, “I professionisti dell’antimafia”) – c’è anche lo scrittore in questa ballata – e un clima sempre più avvelenato a Palermo che sarebbe sfociato in un vero e proprio tentativo di delegittimazione nei confronti dei protagonisti di quella stagione che portò alla Norimberga della mafia. Ancora un anno e si ricorderà il trentennale del maxiprocesso. Intanto Melati e Vitale ci restituiscono, in questo libro che è anche una ballata civile, non solo gli eroi conosciuti ma anche i personaggi dimenticati e ai dimenticati è dedicato un ultimo capitolo. Due sole inesattezze: il luogo di nascita di Rostagno (Torino, non Trento) e in una frase in cui si rincorrono Ciampi e Scalfaro, proprio nelle pagine iniziali, sfugge agli autori un successore riferito a Scalfaro rispetto a Ciampi (fu il contrario invece). Ma è un libro che va letto. Un modo diverso – ma efficace – di raccontare mafia e antimafia

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Libri/31 La Spoon River italiana: la verità è incisa sulle lapidi

L’intervista a Giacomo Di Girolamo, autore di “Dormono sulla collina” (Saggiatore edizioni, 1279 pagine, 24 euro), uscita domenica 11 gennaio sul Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

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I morti parlano. Ma non è detto che dicano la verità. Soprattutto quando devono raccontare quella collina che si chiama Italia. Giacomo Di Girolamo, 37 anni, ha scritto ‘‘Dormono sulla collina’’. Voluminoso lavoro, quasi 1.300 pagine, edito dal Saggiatore (euro 24) che si ispira inevitabilmente al classico della letteratura americana “L’antologia di Spoon River“ di Edgar Lee Masters e, ovviamente, al disco di Fabrizio De André “Non al denaro non all’amore né al cielo“. Si va dal 1969 al 2014. Si comincia, ovviamente, dalla strage di Piazza Fontana. In questo libro, infatti, parlano anche le bombe e le sorelle stragi che hanno costellato, purtroppo, la storia di questo Paese. Ma parlano anche “Canzonissima”, “Milleluci”, quando il prime time si chiamava ancora prima serata ed esisteva il varietà. E da quella collina parla anche Giuseppe Ungaretti, ma si illumina ancora d’immenso, anche se il premio Nobel non l’ha mai vinto e da lassù ha visto Montale vincerlo. Tra i tanti epitaffi nelle lapidi immaginarie di poeti, attori, calciatori e soubrette, c’è quello di Carlo Bo, 21 luglio 2001, che colpisce immediatamente. Perché chiama in causa la letteratura. «Era il luglio 1992 (subito dopo la strage di via D’Amelio, ndr). Il giornalista aveva un’aria spaesata. “Ma ha senso parlare ancora di letteratura di fronte a tutta questa violenza?”. “Certamente”, risposi. In un mondo minacciato, la letteratura dovrebbe essere una guida, non rifugio».
Questo libro è letterario, non sembra un’inchiesta, anche se prova a raccontare la storia d’Italia da tanti punti di vista, quelli dei morti, alcuni dimenticati. Com’è nato?
«È un libro su commissione. Il Saggiatore, per cui avevo scritto “Cosa grigia”, mi ha contattato, proponendomi di portare avanti questo progetto: raccontare la storia d’Italia, facendo parlare i morti. All’inizio ho pensato che fosse una cosa pazza e per questo stimolante. E ho cominciato».
Da che cosa ha iniziato?
«Dalla strage di Ustica che è il caso italiano per eccellenza. Sappiamo tutti che quell’aereo è stato abbattuto, ma non abbiamo le prove per dimostrarlo. E ho mandato il primo epitaffio. Un foglio bianco con la scritta interrotta: “gua…”. Che sono le ultime parole pronunciate dal comandante, registrate dalla scatola nera».
Ci sono diversi percorsi di lettura per questo libro, che spiega nelle ultime pagine, ma comincia dal 1969 e dalla strage di Piazza Fontana, perché?
«Perché è l’inizio di tutto. La bomba senza verità. Milano perde la sua verginità ed è anche l’inizio di un certo modo di fare giornalismo investigativo».
Se la strage di Piazza Fontana ha rappresentato la perdita d’innocenza per la generazione dei nostri padri, Capaci e via D’Amelio l’hanno rappresentata per la sua generazione?
«Senz’altro. Fino al 1992 nella mia scuola non si parlava di mafia. La coscienza di noi trentenni di adesso nasce proprio in quell’anno».
Chiudendo il capitolo mafia. Nel suo libro ci sono anche degli argomenti pop: con il commissario Cattani, il Continente scoprì che cos’era la mafia direttamente in tv.
«La Piovra è un sovvertimento del reale e della fiction. Nel libro ci sono vicini gli epitaffi di Sciascia, da sempre il mio modello e Cattani, ho scambiato volutamente le parole che i due pronunciano negli epitaffi. In quello di Sciascia c’è “sono qui’”che sono le ultime parole di Cattani nel film prima di essere ammazzato. E Cattani dice invece: “ce ne ricorderemo di questo pianeta”. Entrambi hanno contribuito a far conoscere che cos’è la mafia».
Lei sostiene che non esiste una prima o una seconda repubblica ma un prima e un dopo Giulio e infatti fa finire il suo libro, graficamente, con la morte di Andreotti, anche se poi continua con altri epitaffi.
«Volevo dare un segno e con la sua morte, checché se ne possa dire, finisce un’era».
Un tema più leggero: nell’epitaffio di Giacomo Devoto, autore del celebre vocabolario della lingua italiana, lo fa sperare che gli italiani imparino a scrivere qual è senza apostrofo.
«Abbiamo bisogno anche di questo».

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Libri/18 Il volto oscuro del potere

La mia recensione sul libro di Valerio Aiolli “Il sonnambulo” (Gaffi editore, 254 pagine, 15,90 euro) uscito sabato 10 maggio su Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

 

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Matteo Massi
Il potere e la perdita dell’innocenza. Se esiste una data precisa per individuare quando la generazione dei trentenni e ultratrentenni di oggi ha perso l’innocenza, quella data è il 23 maggio 1992. Capaci, autostrada per Palermo, lì morì Giovanni Falcone. E da lì parte anche Valerio Aiolli per il suo ultimo romanzo «Il sonnambulo» (Gaffi Editore, 254 pagine, 15,90 euro). Un romanzo sul potere e l’ambizione. Un’ambizione sfrenata quella di Leonardo, manager di un’azienda pubblica con nomine (ovviamente) pilotate dal partito di riferimento che sta per fare l’ultimo passo per arrivare al gradino più alto: da direttore generale a presidente. Il contesto storico è quello del disfacimento della prima Repubblica che ha un’improvvisa accelerazione dopo la strage di Capaci che finisce col certificare la liquefazione del potere politico di allora. In tutto questo Leonardo, arrivista e ambizioso che cede solo a qualche attimo di umanità, si aggrappa alla giovane stagista (e questo potrebbe far pensare a una scappatella più o meno banale). Ma la relazione con la giovane Carla si rivela, in qualche maniera, per essere la chiave stessa del romanzo e del logoramento interiore del protagonista, indirizzandolo a un finale amaro per Leonardo. Sì, il potere logora anche chi ce l’ha.

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Libri/9 Rostagno e il suono di una sola mano

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Lacrime e sangue. E pelle d’oca quando divori il primo capitolo. Se c’è un coefficiente che misura come certe parole e certe storie si attacchino alle pelle più di altre, quel coefficiente è altissimo per “Il suono di una sola mano”. E’ il libro che Maddalena Rostagno – assieme ad Andrea Gentile – ha scritto su suo padre Mauro, un uomo dalle mille vite, l’ultima delle quali spazzata via barbaramente in un agguato. Un agguato mafioso. Era il 26 settembre 1988, sono passati esattamente quasi 25 anni, un quarto di secolo, eppure sussistono ancora delle ombre sull’omicidio di un uomo scomodo che aveva deciso di combattere la mafia e i rapporti con il potere – in quello che è stato definito il terzo livello in cui talvolta i confini svaniscono – in televisione. Una televisione locale di Trapani dove è cominciata l’ultima delle vite di Rostagno basata sull’impegno nella comunità Saman che si occupava del recupero dei tossicodipendenti con una politica e un percorso diversi dalle altre comunità (nessuna imposizione, solo la possibilità di avere un’opportunità, un’alternativa alle dipendenze) e su un giornalismo di denuncia. Non è stato facile per sua figlia Maddalena, come non lo è per tutte le figlie nell’assenza di un padre dalla figura piacevolmente ingombrante, riaprire ferite che non si sono mai totalmente chiuse. Maddalena ha elaborato il lutto e la sofferenza per vedere allontanarsi sempre di più quella giustizia che non è mai arrivata e che, salvo rarissime eccezioni, non ha provato nemmeno a individuare non tanto gli esecutori materiali dell’omicidio, ma le menti. Perché era chiaro a chi avesse scorso l’ultima vita di Mauro Rostagno che quello era un omicidio mafioso nell’esecuzione, ma che aveva quasi sicuramente “menti raffinatissime” come mandanti. E invece Maddalena si è ritrovata la madre (Chicca Roveri), accusata di favoreggiamento, accusa poi caduta. Comunque un altro colpo al cuore inferto all’adolescente Maddalena (aveva 14 anni quando suo padre fu ucciso), diventata nel frattempo donna e poi successivamente anche madre. Se ci si fa prendere dall’insaziabile voglia di etichettare, secondo i generi, questo libro sicuramente non si può bollarlo solamente come un libro di memorie, c’è qualcosa di più: è un romanzo di formazione che scorre in un’Italia che non riesce, nemmeno ora, a smarcarsi da un passato che resta pieno di cortine fumogene, nebbie e misteri. E la morte di Rostagno, a processo ancora in corso, è uno dei tanti misteri di questo paese che cerca ancora risposte. Risposte per Maddalena, per sua madre, ma anche per il figlio di Maddalena, il nipote che Rostagno non ha mai conosciuto. Certo, sarebbe bello se si potesse dare compiutezza a una frase, a quella frase che Rostagno amava sempre ripetersi: “Noi non vogliamo trovare un posto in questa società, ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto”.

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No Muos, una Crocetta sulla coscienza

Tra scienza e coscienza, almeno prevalga la coscienza. La coscienza di non regalare l’ennesimo territorio – tra l’altro per buona parte si tratta di una riserva naturale – a un’opera che nasce già impattante nella forma e con profondi rischi per la salute, nella sostanza. Il giro su se stesso, tutt’altro che da perfetto equilibrista, del governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, sul Muos, il super radar che dovrebbe (meglio sperare negli effetti benefici del condizionale) nascere a Niscemi, non può passare inosservato. Soprattutto per le motivazioni addotte dal governatore siciliano. C’è uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità che dice che i limiti sono rispettati e questo avrebbe convinto la Regione a revocare quella revoca (non è un gioco di parole, è l’Italia) alle autorizzazioni al Muos. Allora, nello studio si parla di limiti e di prevedibilità. Il che dovrebbe suonare già abbastanza strano, perché lo studio non essendo un dogma, qualche interrogativo, anche semplice nella formulazione, lo lascia, tipo: i limiti saranno rispettati, ma non è detto che il superradar faccia bene alla salute (se poi, non così distante, ci sono altre antenne) e  ancora, comunque, quel territorio lì sarà rovinato dal super-radar. Le giustificazioni (politiche, si fa per dire) farebbero ridere, se non facessero quasi piangere. C’è un governatore che è determinato nel governare solo l’esistente. Giusto per dimostrarsi “affidabile” con chi poi decide, perché quando paventa il default della Regione se i lavori non saranno terminati è più che altro la solita storiella – che si gioca sul campo dell’etica della responsabilità  come ogni qualvolta si annunciano misure restrittive per entrare nei parametri europei –  per giustificare determinate scelte, svuotando così completamente (ma solo formalmente, perché poi alla fine non se ne va nessuno) quelli che sono i palazzi in cui si dovrebbe realmente decidere. Tra l’altro Crocetta è stato eletto proprio perché in campagna elettorale – e anche successivamente – aveva assunto posizioni nette di contrarietà al Muos. Ora il giro su stesso che fa spavento, quando scarica tutto il suo disappunto su un movimento che, come molti altri in giro per l’Italia, rappresenta una base e un dissenso sociale forte e radicato sul territorio in cui Crocetta dovrebbe governare. Ma sembra non accorgersene e preferisce parlare di infiltrazioni mafiose e di violenze. Almeno nella seconda parte è l’altra solita storiella di italica memoria, ridurre tutto a un mero fenomeno di ordine pubblico, per oscurare il problema vero: il Muos che va a “colonizzare” un territorio con un impatto che non va sottovalutato e senza rispondere alla solita domanda, che spesso ci si dimentica di farci: ma alla fine questo Muos a che serve?

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