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Libri/78 American Horror History

La mia recensione sul libro di Massimo Teodori “Ossessioni americane” uscita sul settimanale di Quotidiano Nazionale, “Il Piacere”, il 30 settembre

 

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Vigilia dell’ultimo Ferragosto, Charlottesville (Virginia), gli Stati Uniti si risvegliano bruscamente dal torpore estivo. Sulla scena i suprematisti bianchi. Sembravano estinti, fagocitati dal lato oscuro della storia americana e invece eccoli di nuovo. Non è stato questo, di certo, l’innesco per l’ultimo libro di Massimo Teodori “Ossessioni americane” (Marsilio editori). Ma non si può certo negare che da una parte i suprematisti bianchi e la marcia di Charlottesville e dall’altra la questione razziale di un anno e mezzo prima con città che bruciavano, come la Los Angeles del 1992, hanno intaccato quella reputazione di società aperta che gli Stati Uniti, con molta difficoltà, hanno provato a costruirsi sin da quando sono nati. Così Teodori nel suo ultimo libro ha deciso di affrontare la questione, affondando lo sguardo sulle radici degli Stati Uniti e su quel lato (così) oscuro che contrasta in maniera evidente con il tanto sbandierato (ma forse fuori tempo massimo) “American dream”: la possibilità che ognuno – senza alcuna distinzione di ceto e provenienza geografica – possa puntare al punto più alto. Stesse possibilità per tutti. Un sogno che rischia di diventare un incubo, di fronte a una realtà che sembra aver fatto un deciso downgrade come dimostra la marcia di Charlottesville e le polemiche annesse e connesse. Soprattutto sulla figura di Donald Trump, il presidente americano eletto a novembre, l’irregolare repubblicano che sconquassa con le sue uscite il suo stesso partito. Teodori parte proprio dall’elezione di Trump per dire che l’affanno con cui gli analisti di qualsiasi colore e convinzione hanno avuto per provare a spiegare quella vittoria inaspettata poteva essere risparmiato, andando a rileggersi la storia degli Stati Uniti. Cosa che viene fatta in questo libro: perché il passato aiuta a capire meglio il presente. Perché i suprematisti che hanno marciato a Charlottesville non sono nati ieri. E nemmeno il cosiddetto populismo americano che non sembra conoscere distinzione di provenienza, a sinistra come a destra. Così “America first” non è un’invenzione di Trump suggeritagli dal suo consigliere Bannon. Ma ha un suo fondamento storico. Era il vessillo dei nazionalisti e isolazionisti nel diciannovesimo secolo, utilizzato nel 1940 dal comitato contro la guerra, con esponenti della destra antisemita e della sinistra comunista, guidato da Charles Lindbergh. Altro esempio: le accuse all’establishment e al potere finanziario di Wall Street. Nel 1892 le stesse cose si potevano leggere nel programma del People’s party. O ancora, basta prendere in esame la storia e il curriculum di George Corey Wallace, il governatore dell’Alabama, quando gli Stati Uniti erano nel pieno della protesta giovanile, con le università occupate. Wallace cominciò come democratico liberal per diventare poi il più strenuo oppositore del “potere costituito” di Washington. E nel comizio conclusivo di una campagna elettorale disse: «Noi americani siamo un caposaldo degli aiuti all’estero. Dal 1946 il popolo americano ha dato 212 miliardi di dollari a tutti i paesi, dalla A alla Z, in giro per il mondo». Oltre quarant’anni dopo parole più o meno simili vengono pronunciate sempre più spesso – e non solo da Trump – negli Stati Uniti per chiedere più impegni economici (e anche di saldare i conti) ai paesi alleati per la Nato o per tracciare una linea di demarcazione dall’Unione Europea. Le ossessioni americane che vengono a galla ora, sono datate, come dimostra Teodori, che con un metodo quasi tassonomico (ma comunque legato alla storia degli Stati Uniti), classifica e identifica movimenti, spesso diventati partiti (perché anche il concetto di bipolarismo puro, Democratici e Repubblicani, viene messo in discussione): dai nativisti che erano anticattolici e antisemiti ai populisti, passando per isolazionisti e nazionalisti. Viene dipinto a tinte fosche un (retro)quadro degli Stati Uniti proiettato su un presente carico di incertezze per il ruolo che la Casa Bianca dovrà (o non dovrà) occupare sullo scacchiere internazionale. Ma lo stesso Teodori, americanista convinto e decisamente ottimista, confida che sia sempre quella democrazia liberale assunta a modello, non solo da Alexis Tocqueville, a far superare agli Stati Uniti questo momento così cupo. Perché carico di incertezze, divisioni e violenze.

 

 

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Libri/71 Le otto montagne e il senso della libertà

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Nella mia vita non esistono né Emma né Bruno. Però, nel giro esatto di otto anni, da autunno ad autunno, non mi era mai capitato di rimanere attaccato a un disco e a un libro, così come è successo con l’esordio discografico di Bon Iver “For Emma, forever ago”, e col romanzo di Paolo Cognetti “Le otto montagne”. Non ci sono affinità tra le due opere. Forse, cercando bene, magari qualcosa spunta fuori. C’è invece, un desiderio d’immedesimarsi, fino quasi a scomparire nei protagonisti. Che poi siano gli autori – perché entrambe sono due opere autobiografiche – poco importa. C’è quella necessità di rivedersi in loro che è come riconoscere un po’ le proprie imperfezioni. Ma senza correggerle, tenendosi tutto il pacco, coi propri errori. L’Emma di turno, forse, sarà passata anche nella mia vita. Ma quello che mi colpì in quel disco fu la pervicace intenzione di chiudere col mondo fino ad allora conosciuto e rifugiarsi nei boschi del Wisconsin, a tagliare legna. Justin Vernon, prima di diventare Bon Iver, riuscì a farci un disco sopra “For Emma forever ago”, in cui traspare malinconia, solitudine, l’abbandono della donna (Emma, appunto) ma anche un paradossale quanto benefico compiacimento nella situazione che è appena mutata, perché è l’unica occasione per fare i conti con se stessi e (forse) riconoscere di essere diventati adulti. E così è anche con il Pietro, protagonista del libro di Cognetti, e il suo amico Bruno. Otto anni dopo il disco di Bon Iver ho provato le stesse identiche sensazioni: avrei voluto essere a Grana, il paesino sotto il Monte Rosa, in cui tutto comincia e dove non è detto che tutto finisca (nessuna operazione di spoileraggio). Anche in questo caso, leggendo questo libro, si ha l’occasione, così è successo a me, di riprendersi in mano la propria vita. Altri ritmi. Se c’è una concezione del vivere slow – che non significa però polleggiare, ma anche spaccarsi la schiena coi tempi dilatati, in quello in cui si crede, nel lavoro cui ci si appassiona e non viene considerato solo ed esclusivamente come una fonte di reddito – quella concezione va ricercata in quel Bruno montanaro, per sua stessa definizione e consapevolezza, con cui Pietro stringe un’amicizia che è un legame ben più solido di uscite assieme, telefonate a intervalli regolari e perfino senso d’appartenenza. E’ amicizia. Ecco, leggendo questo libro, si riesce forse anche a definire il concetto di purezza. Perché è puro il rapporto tra i due: non c’è nessuna perdita d’innocenza improvvisa, anche perché entrambi diventeranno grandi, per quel concetto di maturità che è solo ed esclusivamente introiettare il mondo reale in cui viviamo, forse anche troppo tardi. E’ un romanzo che oltre a essere scritto bene – ma Cognetti in questo è una garanzia – che parla anche di tome, di salami, di bicchieri di rosso e di birre. Cose vere. Roba che è come se toccassimo con mano – e questo sembra un particolare irrilevante ma non lo è, è merito dello stesso Cognetti – mentre stiamo leggendo il libro. Non so se la reazione alla lettura di “Otto montagne” sia una diretta conseguenza della voglia di evadere dal proprio mondo reale, soffocante come quando Pietro racconta del padre e di quanto fosse fagocitato dalla città, Milano: “Certe notti mio padre non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio”. Forse l’esigenza di evadere c’è ma in fondo la letteratura e i romanzi in particolare servono anche a questo.

Il rapporto col padre poi: difficile, litigioso, divisivo fino a rendersi conto, tornando solo per un istante al mondo reale, che Pietro quando il padre è morto ha 31 anni, la stessa età di quando suo papà era diventato genitore. Il che necessariamente non significa assolutamente nulla. Non è una traduzione di fallimento. Ma è una presa d’atto, inevitabile, su come quella sia ormai un’età da adulto, almeno anagraficamente. Perché non vuol dire di essere diventati automaticamente grandi. Sarà poi il papà a lasciare a Pietro l’eredità più grande e significativa e a tracciargli un possibile cammino o un sentiero, proprio come si fa in montagna. E quel sentiero riporterà di nuovo e inevitabilmente a Bruno, all’amico di sempre, conosciuto quando erano appena adolescenti, e che cerca anche lui di diventare grande, senza perdere la purezza di montanaro. In tutto questo il mondo reale torna ogni volta a chiedere il conto, anche perché (appunto) non si è più bambini. Ma di fronte alla consapevolezza di  essere ormai cresciuti e di dover badare a se stessi da soli (anche se Bruno l’ha sempre fatto), c’è anche nella sconfitta e nel dolore un senso di libertà, a tratti malinconico, che solo la montagna e le (otto) montagne sono in grado di dare.

Paolo Cognetti

Le otto montagne

Einaudi editore, 208 pagine, 18,50 euro

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Balcani, l’autoritratto con guerra: quell’umorismo nero tra libri e cinema

 

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Il mio articolo sulle guerre balcaniche tra film e libri uscito il 19 novembre su “Il piacere della Lettura”, il settimanale culturale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno). 

ALL’EPOCA le ferite erano ancora fresche e l’orrore ancora vivo negli occhi. Non era passato nemmeno un decennio dalla fine dell’ultima guerra dei Balcani e Danis Tanovic, regista bosniaco (ma con doppia cittadinanza, ha anche quella serba), disse: «La lingua parlata dai Serbi, dai Croati e dai Bosniaci è di fatto la stessa. Oggi i Serbi la chiamano serbo, i Bosniaci bosniaco e i Croati croato. Ma quando parlano si capiscono perfettamente tra loro». Il suo film “No man’s land”, la terra di nessuno, nella primavera del 2002 aveva appena vinto il premio Oscar come miglior opera straniera, ed era la rappresentazione plastica dell’incomunicabilità.

UN BOSNIACO e un serbo si ritrovano a condividere gli stessi metri quadri col serio rischio che una mina, su cui è adagiato il corpo di un soldato ferito, possa esplodere. «Chi ha iniziato la guerra?». Voi, esplode il bosniaco Ciki e il serbo Nino replica: «Voi». Che si possa raccontare la più grande tragedia umana in Europa e la più grande guerra dopo la Seconda guerra mondiale, con una commedia amara, in cui il grottesco prende il sopravvento, in cui si gioca e si scherza sulle vite e sul loro scarso, scarsissimo valore, sembrava un’impresa impossibile allora. Eppure quelle ferite a più di vent’anni di distanza dall’assedio di Sarajevo, dal genocidio di Srebenica, rimangono ancora aperte. Pochi mesi fa i serbo-bosniaci sono andati a votare per un referendum che chiedeva il riconoscimento del 9 gennaio come festa nazionale e quel 9 gennaio è una data che ancora fa tremare le vene: ventiquattro anni fa ci fu la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza della repubblica serbo-bosniaca dalla Bosnia. Quella repubblica che qualche mese dopo sarebbe stata presieduta da Radovan Karadzic, condannato all’inizio dell’anno dal tribunale dell’Aja per genocidio. Sono passati più di vent’anni dalle guerre balcaniche, eppure la narrazione, che non passa necessariamente solo per i libri di storia, non si è mai interrotta. Una narrazione coi toni spesso del tragicomico come i registri di un’opera letteraria o cinematografica prevedono.

DOPO Tanovic, qualche anno più tardi Emir Kusturica nel presentare il suo “La vita è un miracolo”, disse «non cominciamo a parlare di dimensione politica del film (lì c’era una storia di amore molto shakesperiana, come lo stesso Kusturica osò definirla, tra un serbo e una bosniaca prigioniera). Ho realizzato questo film dodici anni dopo la fine di tutto perché era necessaria una certa distanza estetica». Ma perché quelle guerre suscitano ancora così tanto interesse? Non è solo una questione di vicinanza chilometrica su quello che accadde dall’altra parte dell’Adriatico. Più probabile invece che sia un fatto generazionale per i trentenni e quarantenni di adesso. Tanto che lo stesso premier italiano, Matteo Renzi, ogni volta che vuole criticare l’Unione Europea, ricorda l’immobilismo dell’Europa di fronte a Srebenica. Allora la percezione della guerra fu reale – non plastificata e cotonata come la prima guerra del Golfo – perché vedere aerei che da Aviano passavano sopra le teste, da adolescenti, fa il suo bell’effetto.

COSÌ a vent’anni di distanza si prova ancora a raccontare da una parte l’immane tragedia umana, quel tanto sangue versato, una folle carneficina e dall’altra si mette in evidenza anche l’immobilismo di chi poteva provare a fermare quelle guerra ma non ci riuscì. In molti casi facendo la figura dei convitati di pietra. E due film, il già citato “No man’s land” e il più recente “A perfect day” (uscito lo scorso anno con un cast stellare da Benicio Del Toro a Tim Robbins), hanno messo in evidenza con un tono grottesco, ma necessario, proprio l’imbarazzo dell’Onu (il bosniaco di Tanovic chiama i caschi blu “puffi”) di fronte a quelle guerre. In particolare nel film con Del Toro, a guerra praticamente finita, gli operatori umanitari devono rimuovere un cadavere che rischia di contaminare le falde acquifere e trovare una corda nei paesaggi martoriati è un’impresa più difficile del previsto e viene fuori tutto l’impaccio dell’Onu, la sua difficoltà nell’agire e dare risposte. Come i lunghi negoziati post bellici avrebbero poi ampiamente dimostrato. Lo stesso impaccio che si registra a ogni checkpoint anche in “Amore, sesso e altre questioni di politica estera”, libro da poco uscito dell’inglese Jesse Armstrong (Fazi editore, 430 pagine). Qui un gruppo di giovani su un pulmino da hippy, si mette in viaggio per Sarajevo, dove vuole rappresentare uno spettacolo per la pace.

IL VIAGGIO dall’Inghilterra alla Bosnia sarà ricco di situazioni strampalate, comiche, mentre intorno i colpi di mortaio non si arrestano e i buchi nelle pareti delle case sono diventati crateri. Ma perché la commedia nera per raccontare quelle guerre balcaniche? Se sul genere – e in maniera più specifica sull’umorismo nero – si sono concentrate le riflessioni di intellettuali come André Breton e di scrittori come Thomas Pynchon, forse significa che il reale è così folle da spiegare e totalmente irrazionale (anche se ormai sono passati dei lustri) che solo con una dose massiccia di follia (necessariamente irriverente) nei personaggi di un romanzo, di un film o di una piece teatrale, si può raccontarlo.

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Libri/61 Lo spareggio calcistico: una questione di vita e di morte

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L’out on peligro è il colpo che non ti aspetti. La rimessa laterale con capriola incorporata per imprimere più forza al pallone che va scagliato a centro area. Una mossa da circo. La mossa della disperazione. E in uno spareggio quando si gioca tra la vita e la morte, non solo metaforicamente, è l’ultima speranza che rimane confidando che qualcuno si butti su quel pallone e lo spedisca in porta. Hector è un maestro dell’out on peligro ed è uno dei protagonisti dell’ultimo libro di Stefano Ferrio «Lo spareggio» (Nutrimenti editore). Forse è il protagonista cui ci si appassiona di più. Calciatore letterato – e qui scatterebbe d’imperio l’ossimoro – giramondo, un Chatwin del pallone e non solo perché è arrivato a giocare fino in Patagonia, ma con qualche inciampo professionale come una storia di scommesse in cui era rimasto coinvolto. Ormai a fine carriera, siede inizialmente in panchina nello spareggio che vede opposti i suoi biancoblù contro il rivale storico Castello: in palio c’è la promozione tra i professionisti. Ma per quella promozione bisogna solo vincere. Il libro è scandito dai novanta minuti, più recupero ovviamente, della partita in cui s’intrecciano le storie dei protagonisti. Oltre a Hector c’è Nicola, vecchio tifoso biancoblù, costretto a passare gli ultimi giorni della sua vita in un letto d’ospedale. Sa che l’aspetta la morte ma non finisce mai di ricordare lo spareggio, l’unico per lo scudetto nella storia del campionato di serie A, quello del 1964 tra Inter e Bologna, che è poi lo spartiacque della sua vita. C’è poi Angelo, imprenditore e tifoso con incarichi anche in società, combattuto tra l’andare a vedere la partita decisiva o cedere alle lusinghe di Beatrice Baggio, B. B. (iniziali assai evocative), l’amore della sua vita, mai ricambiato. Almeno fino a quel momento. Così sembra. E ancora c’è Tilde, cassiera dello stadio, anche lei cerca l’amore e soffre tra biglietteria e tribuna in questa sfida da punto di  «non ritorno».  Infine Sasha, il piccolo tifoso, costretto a rimanere a casa per assistere alla sorellina ammalata, proprio quando c’è la partita più importante della sua squadra del cuore. Questo libro di Ferrio fa apparire, alla fine del romanzo, meno abusata del solito quella frase che avremo sentito ripetere, spesso a sproposito, migliaia di volte:  il calcio è una metafora di vita. Almeno in questo libro è realmente così.

Stefano Ferrio

Lo spareggio

Nutrimenti editore

208 pagine, 15 euro

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Libri/60 Pablo, dongiovanni stretto tra donne e soldini

La mia recensione sul libro di Alessandro Banda “Io, Pablo e le cacciatrici di eredità” (Gaffi editore) uscita sul settimanale di Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) “Il piacere della lettura” del 16 luglio.

 

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FORSE Alessandro Banda, quando ha pensato al nome del protagonista del suo ultimo libro, gli è venuto in mente il Pablo di Francesco De Gregori. Certo è che il Pablo di questo romanzo – fratello del narratore – è personaggio assai irregolare che supera di gran lunga il concetto di anticonformismo. Nonostante venga da una famiglia di prof, il padre è insegnante (stesso mestiere dell’autore del romanzo che tra l’altro aveva già scritto “Il lamento dell’insegnante” e “Scusi prof, ho sbagliato un romanzo”), è completamente allergico alla scuola. Perché proverà tutti gli istituti, prima di abdicare. Ma destino vuole che l’unica occupazione stabile che riuscirà a mantenere sarà proprio all’interno delle mura scolastiche, come bidello. Un’opportunità nata da un compromesso storico: il padre anticlericale costretto a intercedere presso un prete per trovare un posto di lavoro al figlio che gli dà tante preoccupazioni. Questo Pablo però, vive la vita fino all’ultimo giorno. Erotomane con una certa predilezione per le signore tedesche, si farà ingabbiare almeno un paio di volte in matrimoni che falliranno. Finché non incontrerà Soppressa, nome che è tutto un programma (e anche in questo potrebbe venire in soccorso il rapporto del Pablo degregoriano con la moglie), con cui proverà a stipulare un contratto (incontri due volte alla settimana, vite in casa diverse), con la consapevolezza che quel contratto in qualche maniera si rivelerà capestro per lui. Ecco le cacciatrici di eredità del titolo “Io, Pablo e le cacciatrici di eredità” (Gaffi editore, 133 pagine, 15 euro). Per una storia che si sviluppa, in una permutazione di una vocale, tra Merano e Mirano, ove lo spirito irregolare di Pablo finirà sconfitto non tanto dalla morte in sé, ma dallo spirito del tempo, in cui i soldi o i “soldini”, anche quando sono pochi ma quantificabili in un appartamento minuscolo, vengono prima di ogni altra cosa. Scrittura lineare quella di Banda per una storia godibile che sembra di provincia, ma che in realtà parla a tutti.

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Libri/55 I legami di sangue oltre il sacro e il profano

La mia recensione sul libro di Marcello Fois “Ex voto” (Minimum Fax) uscita sabato 26 marzo sulle pagine di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino -La Nazione-Il Giorno)

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Ci sono due città nel mondo in cui si venera la Madonna dell’Arco. Una – è facile – è Napoli, l’altra è Adelaide, in Australia. Marcello Fois nella sua short story “Ex voto“ parte proprio da quella che può considerarsi una ricerca antropologica e ci costruisce una storia. Mariarca, Tony (ma in Italia si faceva chiamare Antonia) e Jenny sono le tre protagoniste femminili di questo libro, rappresentanti di tre diverse generazioni. Tony è la madre di Jenny e protegge fin troppo la figlia (ancora bambina in un corpo ormai da adolescente), è una presenza ossessiva, lei è una tipa ruvida che va allo scontro con sua mamma Mariarca, cui non ha mai perdonato di essere stata la causa del loro addio all’Italia. Ma perché da Napoli si sono trasferite in Australia? In realtà non si sono proprio trasferite. Sono state costrette ad andarsene. Mariarca con la sua famiglia (il marito sempre accondiscendente, figura d’equilibrio, che rimane spesso nell’ombra) se ne è andata, perché ormai per lei era diventato impossibile vivere in quell’appartamento, ereditato dal padre, senza essere additata tutt’altro che benevolmente come una strega. Ed ecco l’altro aspetto del libro legato alla venerazione della Madonna dell’Arco: tradizione mistica assolutamente da rispettare (così la pensa Mariarca) o inutile superstizione fuori dallo spazio e dal tempo che può portare solo guai (è il pensiero di Tony). Mariarca paga proprio quella sconfinata devozione per la «Madonna dell’Arco». Così almeno sembra. Ma il passato – che Tony costantemente ha sempre cercato di rimuovere – dopo anni si srotola di nuovo davanti alla figlia della devota Mariarca, quando un suo cugino le chiede di montare un video sulla processione della «Madonna dell’Arco» di Adelaide. E quel video con la processione che, a denti stretti, Tony passa in rassegna è un po’ la nemesi della sua vita e di quella della madre, anche lei iperprotettiva nei confronti della figlia tanto da difenderla fino a mettere in gioco se stessa (ed è qui la vera ragione, si scoprirà, dell’addio all’Italia). Il ritmo narrativo è blando all’inizio ma poi diventa sempre più incalzante quando ci si avvicina alla resa dei conti. Che per Tony diventerà l’occasione per capire che sua figlia finalmente è cresciuta. E che i legami di sangue, alla fine, prevalgono sempre.

Marcello Fois

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Minimum Fax, 101 pagine, 14 euro

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David, il profeta apocalittico. Cinque giorni con Foster Wallace

Il mio articolo uscito oggi su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) per ricordare David Foster Wallace in concomitanza con i vent’anni di “Infinite jest” e l’uscita del
film “The end of the tour”
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È MORTO David Foster Wallace. Tredici settembre 2008, un giorno di ritardo rispetto all’avvenuto suicidio a Claremont, California, di fronte solo campi e colline. Lungo piano sequenza nella provincia italiana. Come è possibile che la morte di uno scrittore possa sconvolgere qualcuno a migliaia e migliaia di chilometri di distanza? È la stessa sensazione di rivivere ciò che si è già vissuto quattordici anni prima, quando con qualche giorno di ritardo, arrivò da Seattle la notizia che Kurt Cobain era morto. David Foster Wallace era nato a Ithaca, New York, il 21 febbraio 1962. Il sincero struggimento di fronte alla sua perdita – si è impiccato a 46 anni – è qualcosa di più di un culto che si fa cieca fede. E non c’entra la dinamica violenta della morte: suicidio, proprio come Cobain. Foster Wallace continua a essere un fenomeno di culto perché leggendolo (pur con innegabile fatica, basti pensare alle 1.400 pagine nella versione italiana di “Infinite Jest”), uno trova in lui una completa aderenza con la realtà che gli sta di fronte. Tanto più, ora, le sue prime opere: il romanzo “La scopa del sistema” (1987), i racconti della “Ragazza con i capelli strani” (1990) o “Brevi interviste con uomini schifosi” (1999), fino ai saggi di “Considera l’aragosta” (2006).
LA SCRITTURA che appare uno più contorti flussi di coscienza ha portato in molti a parlare della destrutturazione del romanzo e perfino dello scrittore. In realtà ha ragione la sorella di Foster Wallace, quando dice che suo fratello sembrava “solo” uno appena sbarcato da una navicella spaziale. Uno che nella sua (il)logica narrazione era riuscito a raccontare da apocalittico meglio di noi integrati quello che stavamo vivendo. Uno che, nel suo essere solitario, nel rinchiudersi nella sua stanza, era ben più radicato di quello che potesse sembrare nel contesto storico-sociale-sportivo in cui viveva. E che infine riusciva a vedere in anticipo quello che gli altri avrebbero visto solo con anni di distanza. Dall’esempio più banale del “teleputer”, citato in “Infinite Jest”, elettrodomestico che racchiudeva in sé computer, tv e telefono cellulare, a quello ben più concreto del tennis di Federer. Esperienza religiosa da sfiorare il misticismo. Quando Foster Wallace lo disse, parlando dei “Federer moments”, scrivendoci sopra un saggio, non si sbagliava. E infatti Federer, nonostante l’età, continua a giocare, non sempre riesce a vincere, ma è giustamente venerato per quell’idea di tennis in cui la tecnica deve prevalere sui muscoli, altrimenti addio spettacolo.
LE DIFFICOLTÀ nei rapporti interpersonali, le droghe, il ruolo sempre più importante del mondo dello spettacolo dei media e dell’intrattenimento, l’esasperata competizione sociale: c’era già tutto in “Infinite Jest” che ora ha appena compiuto vent’anni. E tra pochi giorni arriva nelle sale italiane “The End of the Tour”, il film tratto dal libro, uscito in Italia nel 2011 per Minimum Fax, “Come diventare se stessi”. La prima vera occasione in cui Foster Wallace si raccontò, lasciando intravedere anche i suoi lati oscuri. Una confessione frutto di un tour lungo cinque giorni con David Lipsky, giornalista di “Rolling Stone”, in giro per gli Stati Uniti, parlando di politica, letteratura, cinema, dipendenze e depressione. Per molti, la conoscenza di Foster Wallace è diventata devozione. Per la capacità che ebbe di raccontare gli Stati Uniti da posizioni irregolari, in un determinato momento storico di forte mutazione – indecifrabile per i più – non limitandosi a mettere in scena quel presente, ma provando a vedere quello che sarebbe successo più avanti nella trasformazione. Azzardando un paragone con il rock dei Radiohead, Foster Wallace è “Kid A”, il disco che nel suo incedere tumultuoso e straniante, e non solo per la capacità di osare, quando apparve nel 2000 era più avanti di tutto fino ad allora. Proprio come David.
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Quanta nostalgia di Beppe Viola

La mia recensione sul libro “Vite vere, compresa la mia” (edizioni Quodlibet) uscita sabato 2 gennaio 2016 su Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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«Erano quasi le tre, si perdeva di già e non ci hanno dato un rigore». Scanzonata come ogni canzone di Cochi & Renato, “Cesarini”. Scanzonata come quella Milano lì che si allungava tra il bar Jamaica, di via Moscova, il Derby e la pasticceria Gattullo, il luogo dove Beppe Viola inventò l’ufficio facce, dove scommetteva se l’avventore del locale fosse milanista o interista. In una Milano che non era ancora da bere (fortunamente) ma in cui si beveva: bianchini e Campari, cui anche il Beppe Viola non si sottraeva. Una Milano che quella generazione lì – quella del Derby, dei ragazzi di piazza Adigrat come Jannacci e Viola – è riuscita a raccontare così bene da rendere nostalgici anche chi non ci ha mai vissuto o l’ha soltanto conosciuta, seguendo un particolarissimo filo rosso che si dipana da Bianciardi per arrivare appunto a Viola. E che comunque ha tra i riferimenti culturali il Linus di Oreste Del Buono. Quodlibet, casa editrice marchigiana, ha deciso così di (ri)pubblicare “Vite vere, compresa la mia”; gli scritti di Beppe Viola – che di professione faceva il giornalista sportivo in Rai, orgogliosamente redattore ordinario – apparsi sulla rivista di Odb dal 1977 al 1982. C’è tutto il mondo del Pepinoeu, come lo ribattezzò Brera nell’articolo che gli scrisse per salutarlo definitivamente. Ci sono pezzi spassosi e ormai celebri come “Lettera al direttore”. «Ho quarant’anni , quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo. Non ho mai rubato né pianoforti né sulle note spese. Non ho attentato alle virtù delle numerose signore e signorine che circolano al terzo piano. Vado a Londra, a spese mie, per imparare l’inglese. L’hanno fatto Marx e Mazzini, posso permettermelo anch’io». E fulminanti come il pezzo iniziale «Mio padre giocava ai cavalli, mio nonno a scopa». Il libro rispetto all’edizione originaria esce arricchito da un’introduzione di Stefano Bartezzaghi che precede la prefazione storica di Enzo Jannacci e che parla di come Viola sia stato capace di inventare il milanesco e di crearsi un suo stile, inimitabile, fedele solo a se stesso, tanto da dimostrare una coerenza anarchica.

 

 

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Libri/49 Il mito Jordan va ancora a canestro

La mia recensione sul libro di Roland Lazenby “Michael Jordan-La vita” (66thand2nd editore, pagine 782 € 23,00), uscita sabato sulle pagine di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)

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Perfino la nuova Miss Italia si è tatuata Michael Jordan. E pensare che quando lui, il Mito, giocava e vinceva, lei non era ancora nata. Ma proprio perché uno diventa mito riesce a tramandare la sua fama alle generazioni successive. «Like Mike», essere come Mike, come recitava quello spot italiano. E Miss Italia si è tatuato sull’anca quel volo verso il canestro diventato in fretta icona quasi trent’anni fa. Un marchio di fabbrica per delle scarpe da basket che avrebbero portato nelle casse della Nike 150 milioni di dollari in tre anni. Mentre i Red Hot Chili Peppers dedicavano una canzone a Magic Johnson (un mito anche per Michael), i Chicago Bulls, la squadra di Jordan diventava la più invidiata di tutti. Proprio perché a trascinarla c’era lui. Creatura darwiniana – come racconta Roland Lazenby nella monumentale biografia («Michael Jordan, la vita», quasi 800 pagine, uscita per la casa editrice romana 66thand2nd) – cresciuta nelle sfide uno contro uno contro suo fratello. Quando i suoi coach dicevano che era già in grado di vincere le partite da solo. Non c’è ovviamente soltanto questo nella biografia di Jordan. Lazenby che ricostruisce in maniera maniacale la vita di “The Air”, prova a raccontare anche il lato oscuro del campione: le scommesse e l’irrequieta vita sentimentale.

 

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Libri/38 I dirimpettai dell’Italia (ir)reale

La mia recensione sul libro di Fabio Viola “I dirimpettai” (Baldini & Castoldi editore) uscita domenica 17 maggio sulle pagine di Qn-Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno)
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NON VICINI, ma dirimpettai. E ciò significa che basta una finestra per vedere quello che i dirimpettai combinano. O anche uno specchio. E questo di Fabio Viola può considerarsi un romanzo-specchio. Specchio di un’epoca ove l’effimero è al potere già da un pezzo. I due dirimpettai del narratore-voyeur sono un vecchio e un giovane, una coppia gay. Lui, l’anziano è un potente manager Rai. L’altro è un suo complemento. E infatti l’anziano non perde occasione per ricordarglielo. Con ferocia e con toni sprezzanti. Come a dirgli: «Ti ho creato io, tu non sei nessuno». Ci si innervosisce leggendo queste pagine pensando come i due finiscano con il trattare gli altri. A cominciare dalla domestica, anzi dalle domestiche che si chiamano sempre Dolores, un nome d’espiazione per lavorare in quell’attico che è superaccessoriato: dalla tv di ultima generazione alla palestra, passando per Ipad pronti a ricevere manciate di sditate per prenotare il weekend all’Argentario o il cocktail lounge delle vacanze estive in qualche resort.   E poi cene ipocaloriche a base di cruditè e un’ossessione per i vestiti e su che cosa faccia pendant. Nei ringraziamenti finali, l’autore racconta come i due personaggi siano nati su Facebook. E che ci abbia lavorato dal 2012. La distanza dal paese reale – nonostante quelle che potrebbero apparire delle esagerazioni o esuberanze narrative – non sembra essere tanta.
I dirimpettai 
Baldini & Castoldi editore
191 pagine, 16 euro

 

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