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Riina, i simboli mafiosi e la morte dignitosa

La morte più dignitosa che possa fare Totò Riina è quella di spirare nel letto dove si trova ora. Non è in carcere ma in una stanza ospedaliera iper blindata. Garantire le cure al peggior criminale malato – e Riina va considerato tale – è un dovere, un obbligo, un diritto per chi si ritrova in condizioni di salute precarie. Ma il discorso poi si apre e si chiude qui. Si è fatta grande letteratura sulla pronuncia della Cassazione in merito alla decisione del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che aveva respinto la richiesta dei legali del boss dei boss per un differimento della pena (Riina ha una manciata di ergastoli e si trova in regime di 41 bis) o in subordine una detenzione domiciliare. La Cassazione, in punta di diritto, si è espressa su una questione universale “il diritto di ognuno ad avere una morte dignitosa” e sul particolare ha rimandato indietro al Tribunale di Sorveglianza quel diniego alla richiesta dell’avvocato di Riina, “consigliando” di motivarlo meglio. D’accordo che di 41 bis prima o poi in questo Paese se ne dovrà parlare e non in termini folcloristici come è stato fatto finora: da una parte gli iper garantisti e dall’altra i forcaioli. In un dibattito che si trasforma sempre più spesso in rissa. Ma questa è una parentesi e per chiudere: il 41 bis va contestualizzato sul profilo criminale di chi ci è finito e sulla storia della lotta alla criminalità organizzata e il grado di emergenza, elevatissimo, tra gli anni ’80 e ’90. Quello però che non mi convince in tutta questa storia – nonostante io sia da sempre un convinto garantista – è l’enunciazione di un concetto che va a sbattere inequivocabilmente con la simbologia mafiosa. In molti hanno detto che sarebbe una vittoria dello Stato sulla mafia permettere a Riina di trascorrere i suoi ultimi giorni (quanti saranno? Potrebbero essere anche mesi o anni) nel letto di casa. Perché sarebbe affermare una superiorità. Il problema però è un altro: nonostante la carta d’identità, nonostante la malattia sempre più aggressiva, Totò Riina rimane comunque un simbolo. Un simbolo del male, certo. Ma sempre un simbolo è. Per i vecchi mafiosi ma anche per qualche picciotto. E permettere al boss dei boss, la mente (in compartecipazione o no, non è questo ora il punto) e il braccio della stagione più sanguinaria della storia d’Italia, di morire nel proprio letto, è invece un’evidente dichiarazione di debolezza. Nella simbologia mafiosa – e la simbologia non è assolutamente per Cosa Nostra una minuzia – se un boss muore nel proprio letto significa che ha vinto. Ha vinto contro i suoi nemici, tra chi lo voleva morto di morte violenta, quindi ammazzato, e chi lo voleva in cella. Allora meglio fermarsi un attimo a riflettere. Qui non è questione di essere più o meno garantisti e né tantomeno di vagheggiare l’idea di una pena di morte. Qui, la questione è una sola: ci sono le condizioni perché Riina possa morire dignitosamente dove si trova ora, quindi senza che sbiadisca il marchio di quei duecento cadaveri e di quelle cinque stragi? Ci sono, perché attualmente si trova in quella stanza iperblindata di ospedale che magari – se proprio vogliamo essere ultragarantisti e perfino un po’ populisti, in senso buono ovviamente – a molti detenuti in condizioni ben peggiori e per reati meno gravi non è stata concessa. Riina deve morire lì dove si trova ora. E’ comunque l’unica morte dignitosa che può avere e soprattutto rispettosa nei confronti dei parenti delle vittime delle stragi mafiose. Ogni altra apertura con un boss che non ha mai rinnegato di esserlo è cedimento e debolezza da parte dello Stato.

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