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Libri/71 Le otto montagne e il senso della libertà

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Nella mia vita non esistono né Emma né Bruno. Però, nel giro esatto di otto anni, da autunno ad autunno, non mi era mai capitato di rimanere attaccato a un disco e a un libro, così come è successo con l’esordio discografico di Bon Iver “For Emma, forever ago”, e col romanzo di Paolo Cognetti “Le otto montagne”. Non ci sono affinità tra le due opere. Forse, cercando bene, magari qualcosa spunta fuori. C’è invece, un desiderio d’immedesimarsi, fino quasi a scomparire nei protagonisti. Che poi siano gli autori – perché entrambe sono due opere autobiografiche – poco importa. C’è quella necessità di rivedersi in loro che è come riconoscere un po’ le proprie imperfezioni. Ma senza correggerle, tenendosi tutto il pacco, coi propri errori. L’Emma di turno, forse, sarà passata anche nella mia vita. Ma quello che mi colpì in quel disco fu la pervicace intenzione di chiudere col mondo fino ad allora conosciuto e rifugiarsi nei boschi del Wisconsin, a tagliare legna. Justin Vernon, prima di diventare Bon Iver, riuscì a farci un disco sopra “For Emma forever ago”, in cui traspare malinconia, solitudine, l’abbandono della donna (Emma, appunto) ma anche un paradossale quanto benefico compiacimento nella situazione che è appena mutata, perché è l’unica occasione per fare i conti con se stessi e (forse) riconoscere di essere diventati adulti. E così è anche con il Pietro, protagonista del libro di Cognetti, e il suo amico Bruno. Otto anni dopo il disco di Bon Iver ho provato le stesse identiche sensazioni: avrei voluto essere a Grana, il paesino sotto il Monte Rosa, in cui tutto comincia e dove non è detto che tutto finisca (nessuna operazione di spoileraggio). Anche in questo caso, leggendo questo libro, si ha l’occasione, così è successo a me, di riprendersi in mano la propria vita. Altri ritmi. Se c’è una concezione del vivere slow – che non significa però polleggiare, ma anche spaccarsi la schiena coi tempi dilatati, in quello in cui si crede, nel lavoro cui ci si appassiona e non viene considerato solo ed esclusivamente come una fonte di reddito – quella concezione va ricercata in quel Bruno montanaro, per sua stessa definizione e consapevolezza, con cui Pietro stringe un’amicizia che è un legame ben più solido di uscite assieme, telefonate a intervalli regolari e perfino senso d’appartenenza. E’ amicizia. Ecco, leggendo questo libro, si riesce forse anche a definire il concetto di purezza. Perché è puro il rapporto tra i due: non c’è nessuna perdita d’innocenza improvvisa, anche perché entrambi diventeranno grandi, per quel concetto di maturità che è solo ed esclusivamente introiettare il mondo reale in cui viviamo, forse anche troppo tardi. E’ un romanzo che oltre a essere scritto bene – ma Cognetti in questo è una garanzia – che parla anche di tome, di salami, di bicchieri di rosso e di birre. Cose vere. Roba che è come se toccassimo con mano – e questo sembra un particolare irrilevante ma non lo è, è merito dello stesso Cognetti – mentre stiamo leggendo il libro. Non so se la reazione alla lettura di “Otto montagne” sia una diretta conseguenza della voglia di evadere dal proprio mondo reale, soffocante come quando Pietro racconta del padre e di quanto fosse fagocitato dalla città, Milano: “Certe notti mio padre non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio”. Forse l’esigenza di evadere c’è ma in fondo la letteratura e i romanzi in particolare servono anche a questo.

Il rapporto col padre poi: difficile, litigioso, divisivo fino a rendersi conto, tornando solo per un istante al mondo reale, che Pietro quando il padre è morto ha 31 anni, la stessa età di quando suo papà era diventato genitore. Il che necessariamente non significa assolutamente nulla. Non è una traduzione di fallimento. Ma è una presa d’atto, inevitabile, su come quella sia ormai un’età da adulto, almeno anagraficamente. Perché non vuol dire di essere diventati automaticamente grandi. Sarà poi il papà a lasciare a Pietro l’eredità più grande e significativa e a tracciargli un possibile cammino o un sentiero, proprio come si fa in montagna. E quel sentiero riporterà di nuovo e inevitabilmente a Bruno, all’amico di sempre, conosciuto quando erano appena adolescenti, e che cerca anche lui di diventare grande, senza perdere la purezza di montanaro. In tutto questo il mondo reale torna ogni volta a chiedere il conto, anche perché (appunto) non si è più bambini. Ma di fronte alla consapevolezza di  essere ormai cresciuti e di dover badare a se stessi da soli (anche se Bruno l’ha sempre fatto), c’è anche nella sconfitta e nel dolore un senso di libertà, a tratti malinconico, che solo la montagna e le (otto) montagne sono in grado di dare.

Paolo Cognetti

Le otto montagne

Einaudi editore, 208 pagine, 18,50 euro

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Libri/69 Il Paese dimenticato

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“Italian game”. Non mi ricordo come mi sono imbattuto per la prima volta nel blog di Ivan Carozzi, ma ricordo che nel giro di qualche giorno è diventata una droga. In “Italian game” Carozzi ha raccolto con certosina pazienza ritagli di giornale degli anni settanta e ottanta, pieni di vicende di cronaca nera. Dalle più grandi ed eclatanti, il caso Moro o il delitto Pasolini, a quelle più ordinarie, ma non meno significative (purtroppo), le innumerevoli morti di eroina. Raccontarle su qualsiasi dispositivo digitale provoca un certo effetto, tutt’altro effetto si prova quando si vede la materialità di quelle storie che, in quel periodo, poteva essere rappresentata solo dalla carta di giornale. Così quando è uscito per Einaudi “Teneri violenti”, il romanzo di Carozzi, l’ho comprato a scatola chiusa. Ho letto le note di copertina per capire immediatamente che quel lavoro fatto negli ultimi anni da Carozzi diventava ora un romanzo. E che quella distanza, siderale e di conseguenza significativa, tra materialità e immaterialità del Paese reale, il nostro, sarebbe stata ulteriormente amplificata. Il protagonista del romanzo – anche se il nome viene citato solo in un’occasione e neanche a farlo apposta, si chiama Ivan – è un precario che si ritrova a lavorare come redattore per un quiz televisivo. Redattore costretto a immergersi in un sconfinato archivio per cercare notizie uscite tra il 1970 e il 1985, da utilizzare per il quiz.

Per il protagonista quell’immergersi nell’archivio diventa un’ossessione, magnifica nella sua azione. Ma non c’è un’alienazione e nemmeno una risposta alla Bianciardi. Perché quando si parla di Milano, d’industria culturale, d’immersione lavorativa da sprofondare quasi nell’alienazione, il rischio è perdersi nei paragoni con Bianciardi (sia detto per inciso Carozzi ha fatto l’identico viaggio: dalla Toscana a Milano). Ma il protagonista non cerca di fuggire dal presente, cercando di scappare nel passato. Però descrive in maniera quasi perfetta l’immaterialità della Milano in cui vive e lavora, dove WhatsApp sembra l’unica via alla socializzazione e, anche, al sesso. Non c’è nessun effetto nostalgia. Perché non è vero che l’Italia di allora fosse migliore e meno violenta. Forse, vista l’età precoce (se si prende per buono il Dopoguerra come nuovo inizio), sicuramente era più innocente. Quanto meno compromessa. Però è altrettanto vero che i rapporti personali, senza nessun fine giustificatorio, erano diversi: costruiti su un’intimità cercata e difficile da conquistare, ma una volta conquistata, sacra. E l’ora senza pari, per dirla col celebre slogan del Campari, per capire quanto rimangono distanti (e perfino inconciliabili) le due Italie, rimane sempre la stessa: le 19. L’ora dell’aperitivo.

Ivan Carozzi

Teneri violenti

Einaudi editore, 160 pagine, 17 euro

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Libri/66 La sostanza del male è ad alta quota

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La buona stampa di cui ha goduto prima ancora della pubblicazione rischiava di essere uno specchietto per allodole: troppo bello per essere (davvero) troppo bello.  Così non è “La sostanza del male” di Luca D’Andrea, autore esordiente almeno nel campo noir. Bello dunque, ma non bellissimo. I diritti del libro, per la cronaca ordinaria, sono stati venduti in venti paesi.  Il protagonista ha un nome, anzi un cognome letterario: Salinger. E’ un autore televisivo americano che ha sposato un’altoatesina e ha deciso di trasferirsi con lei, per un periodo, in Alto Adige. Ecco, uno dei meriti di D’Andrea: lavorare una terra, l’Alto Adige appunto, contestualizzandoci una crime story che è poi un cold case, riuscendo quindi a raccontare la parte oscura di una regione da cartolina. Tra l’altro, a livello molto incidentale, riesce, visto che il triplice delitto risale a trent’anni prima (metà Ottanta del vecchio secolo, per capirsi), anche a  raccontare il clima politico-sociale di quell’epoca, in cui le distanze tra quella terra e l’Italia erano molto più lontane delle centinaia e centinaia di chilometri da stradario, viste le mire separatiste di alcuni gruppi (anche terroristici) locali. Detto ciò, sarebbe stato fin troppo facile, anche narrativamente parlando, per D’Andrea puntare deciso su una crime story che attingesse proprio alle bombe sui tralicci dell’epoca.

Invece, sceglie di raccontare un fatto di sangue che ha sconvolto la piccola comunità tanto che nessuno da anni ne parla più. L’ha completamente rimossa. O almeno così crede. Perché tra gli occhi che videro trent’anni prima tutto quel sangue, ci sono anche quelli del suocero di Salinger. E così Salinger si imbatte per caso, origliando, su questa storia. E in maniera ossessiva non riesce più a staccarsene. Tra l’altro prende, anzi dovrebbe prendere, antidepressivi per curare i postumi di un incidente in montagna di cui era rimasto vittima, mentre cercava di lanciare un nuovo programma per la tv americana dedicato ai soccorsi in Alto Adige (una sorta di real time). La scrittura di D’Andrea è molto nervosa e ricca di riferimenti musicali (basti pensare ai Kiss che ritornano spesso) e crea quindi la giusta dose di suspence nel lettore. E quando tutti i pezzi del puzzle sembrano essersi rimessi a posto per far luce sul fatto di sangue di trent’anni prima, il lettore ha l’impressione che le oltre cento pagine che mancano alla fine del libro siano del tutto inutili. Invece, senza fare del bieco spoileraggio, non sarà così. Anche se la parte migliore del libro rimane sicuramente quella centrale, soprattutto per il ritmo narrativo, piuttosto serrato. L’unica ammenda: troppo fortunato il Salinger nel vedersi dischiudersi davanti a sé, con così tanta facilità, tutti i vari incastri di una storia vecchia di trent’anni di cui nessuno parlava più. Insomma, il bandolo della matassa si dipana fin troppo semplicemente. E poi spesso risultano fin troppo manieristiche delle soluzioni alla Stephen King (si vede che l’ha letto parecchio e l’apprezza, ma d’altronde sarebbe difficile sostenere il contrario). Complessivamente il contesto geografico (l’Alto Adige) e il cold case sono due ottimi inviti alla lettura – non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di tutta quella pubblicità di cui (legittimamente) ha goduto – ma manca qualcosa dal punto di vista letterario (una complessità maggiore) e anche una cura dei dettagli più puntigliosa nella costruzione dei personaggi e delle vicende che loro hanno vissuto o si (ri)trovano a vivere.

 

Luca D’Andrea

La sostanza del male

Einaudi, 464 pagine, 18,50 euro   

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Libri/57 La madre di tutte le stragi

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Portella della Ginestra sembra (sempre) troppo lontana nella memoria. Tanto da diventare spesso una strage dimenticata. Nella storia dei misteri d’Italia, purtroppo, non ha lo stesso appeal per il lettore che hanno avuto e hanno tuttora le altre stragi. Ma se piazza Fontana viene da sempre considerata la perdita d’innocenza di un’intera generazione, non si può non credere che Portella della Ginestra non sia invece la perdita d’innocenza di una Repubblica, appena nata e reduce dalla Seconda Guerra Mondiale. Primo maggio 1947. Loriano Macchiavelli riporta tutto lì, nel suo ultimo libro “Noi che gridammo al vento”. Ma non è un libro che prova a ricostruire, tassello dopo tassello, i tanti depistaggi e tanti punti oscuri di quella strage. E’ molto di più, perché Macchiavelli con il suo “romanzare” dal particolare arriva al generale, definendo quello che rischia di non essere solo un’opinione: Portella della Ginestra è l’inizio di tutto, la madre di tutte le stragi, l’inizio (probabilmente) della stessa strategia della tensione. Ma in questo libro non troverete nessun vezzo da dietrologo. L’unico sguardo all’indietro, è a quel 1947. Macchiavelli ambienta il suo libro e lo contestualizza nel 1980 (l’anno di Ustica e della strage di Bologna), puntando forte su due figure femminili che si prendono la scena del libro, pagina dopo pagina: da una parte Francesca, Ceschina, figlia di un boss morto e diventata donna di fiducia, braccio destro di un capomafia, amico del padre. Dall’altra Stella che lascia Basilea e l’università per tornare in Sicilia. Il passato di entrambe è legato a doppio filo alla strage di Portella della Ginestra. L’intreccio è avvincente. Macchiavelli procede in questa sua trilogia delle stragi come aveva fatto in precedenza, lavorando molto sui personaggi, sui loro vezzi e sui cosiddetti pezzi grossi, quei personaggi che non sono puramente di fantasia ma che sono riconducibili inevitabilmente a personaggi reali dell’epoca. E poi i luoghi in cui il romanzo è ambientato. E’ evidente che sin dalle prime pagine che la descrizione dei paesaggi, dei sapori, degli odori sia frutto di sopralluoghi mirati e circostanziati. E infatti, per chi è stato in quelle terre, leggendo le pagine di Macchiavelli, c’è un’inevitabile empatia di ritorno che provoca piacere nella lettura e che comunque non è slegata dal giallo in sé. Senza dimenticare una serie di personaggi minori ma alquanto significativi, come Omero e il professore, che aiutano il lettore ad avere una rinfrescatina sui fatti dell’epoca. E’ proprio un bel romanzo. E questa volta, ancora di più che in Strage, la Sicilia come metafora, è ottimo elemento narrativo per capire che cos’è successo o che cosa non è successo negli ultimi 70 anni di storia italiana. Da Portella della Ginestra in poi.

 

Noi che gridammo al vento

Loriano Macchiavelli

Einaudi, 368 pagine, 19,50 euro

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Libri/12 Doppia ossessione a sinistra

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Berlinguer e Berlusconi. Le due ossessioni della Sinistra. O semplicemente a sinistra. Francesco Piccolo le racconta molto bene – pur non convidendo alcune sue considerazioni storico-sociali, ma è il suo romanzo di formazione – nel libro “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi editore, 272 pagine). E la divisione del libro in due macro-capitoli (io e Berlinguer, io e Berlusconi) è centrata su quello che ha vissuto – il participio passato è voluto – la Sinistra nel paese. Da una parte l’ultima icona, il leader buono e morale e  soprattutto l’incapacità di dare un seguito a quella storia (e a quel senso di appartenenza e a quella condivisione di valori)  che lo stesso Berlinguer aveva già provato a deviare, con il compromesso storico (pura strategia, allora, un modo di evitare l’isolamento per non continuare a essere etichettati come i nipotini di Stalin, in attesa di lanciare quell’eurocomunismo che non sarebbe mai arrivato). Ecco, la distanza da quel Pci, stella polare della Sinistra allora, fermatosi a quel comizio del 1984 è ormai siderale da un concetto di Sinistra che diventa difficile da spiegare ora, provando a raccogliere stracci e cocci che sono volati in trent’anni e non soltanto per la svolta della Bolognina. Piccolo non sbaglia, quando parla nel suo libro del misurare la purezza e di guardare con un sano snobismo gli altri che poi sarebbero quelli che votano Berlusconi come una sorta di forma mentis a sinistra. Ma al di là della considerazione, la Sinistra non è riuscita affatto a capire il paese reale, quello che avrebbe dovuto rappresentare, ragionando o con strumenti e arnesi ormai vecchi o pensando come fine ultimo, alla vittoria elettorale che tutto giustifica anche alleanze che assomigliano a zuppe inglesi. E qui, entra inevitabilmente la seconda ossessione: Berlusconi. Il nemico, il male assoluto, ma un modello da seguire invece per indirizzarsi su una politica che diventa solo personalizzazione, in cui bisogna scegliere il leader forte da far “scendere in campo” (e anche nel linguaggio l’egemonia culturale, si fa per dire ovviamente, di Berlusconi è evidente). Un’ossessione quella per  Berlusconi così forte tanto da decidere di giocare con l’identico mazzo di carte che ha imposto lo stesso Berlusca, senza provare a divincolarsi da una politica che non può essere solo spettacolarizzazione o leaderismo. Il libro di Piccolo, intimo nel raccontare il suo percorso che appare non così ortodosso nella Sinistra o in quella che vorrebbe essere anche senza mai prendere tessere ma partecipando a iniziative (editoriali e non) ascrivibili a quel brodo di cottura, è un utile spunto di riflessione su quello che non esiste più nella rappresentazione politica in questo paese (la sinistra appunto) e che ormai da tempo (troppo) è in cerca di autori. Quell’autore non può essere Renzi, per storia personale e per idee. Ma la prospettiva di essere arrivati al punto in cui l’elettore di sinistra non ha più la possibilità di scegliere nemmeno il meno peggio (proprio perché né il Pd e né Sel, ormai fin troppo subalterno tanto ormai quasi da non riuscire più a smarcarsi dal macropartito dell’ex sinistra, possono essere considerati tali) è addirittura inquietante.

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Libri/6 La nostra vita è la storia che ci raccontiamo

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Subito una citazione. Doverosa, giusta, necessaria. Julian Barnes scrive e lo fa a dire al protagonista del suo romanzo “Il Senso di una fine” (Einaudi edizioni, 17,50 euro), Tony Webster: “La nostra vita non è la nostra, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato”. Gira e rigira, nonostante il colpo di scena finale del romanzo (un po’ forzato, ma l’attesa era stata comunque creata a dovere), al termine della lettura di questo libro si fanno i conti proprio con questa frase appena citata. Che cos’è o meglio che cos’è stata la nostra vita, almeno nel bilancio che è costretto a fare dall’inaspettata rivoluzione degli eventi il protagonista del romanzo? Ho letto questo libro in un paio di giorni e l’ho iniziato subito dopo aver terminato “Limonov”. “Limonov” è la vita, decisamente romanzata, di un uomo degli eccessi. Ma Limonov in persona sarebbe riuscita a scriverla e a raccontarla così se quella biografia fosse stata un’autobiografia? Gli ci voleva uno scrittore, anche se lui Limonov è uno scrittore. E la citazione iniziale torna prepontemente. Solo quando ci troviamo a riflettere, magari a colpi di nostalgia, sul nostro passato, su quel vissuto che magari a intermittenza torna nel presente, che ci poniamo il problema: ma abbiamo davvero vissuto così come la stiamo raccontando la nostra vita? Tony nel libro scopre, piano piano, facendo i conti col passato, con il primo amore, con le amicizie andate, come la sua vita sia stata qualcosa di ben diverso da quello che ha raccontato o solamente creduto negli ultimi 40 anni. Non c’è niente di eccezionale in questo libro e nemmeno di sensazionale, ma la citazione iniziale si insinua e non ci abbandona, rimestando sul nostro vissuto e sulle convinzioni che fino, a un attimo prima, avevamo.

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Il corpo del romanzo al tempo (bastardo) di twitter

Ecco il mio articolo uscito oggi per Qn sulla pagina della Lettura

Matteo Massi

Lei, lui e twitter. Lei è Jennifer Egan, l’ultimo premio Pulitzer, anche se datato 2011, perché quest’anno non è stato assegnato e quindi lei è già entrata nella storia. Lui è Jonathan Franzen, l’ultimo romanzo “Libertà” è finito anche sul comodino di Obama e da qualche giorno è in libreria una sua raccolta di saggi, “Più lontano ancora” (Einaudi). Twitter invece se la gioca con Facebook nella sfida dei social network più utilizzati nel globo. Twitter unisce, ma nel caso dei due scrittori divide anche. E parecchio. La Egan non è schizzinosa nei confronti delle nuove tecnologie in generale. Ne “Il tempo è un bastardo” (Minimum Fax editori) che le è valso il premio Pulitzer appunto, costruiva l’ultimo capitolo come se dovesse mostrarlo in una lavagnetta luminosa ai suoi lettori. L’ha scritto, tanto per intendersi, con “PowerPoint”, uno dei programmi del pacchetto Office per le presentazioni. Ma non le è bastato. Qualche tempo fa il New Yorker, per cui ha scritto anche Franzen un ricordo bellissimo dell’amico Foster Wallace (scomparso quattro anni) disponibile solo su Facebook con polemiche annesse, l’ha messa alla prova: un racconto al tempo dei social network. E lei ha fatto la controproposta: una storia costruita con Twitter, con tanti “cinguettii” che non possono superare i 140 caratteri. Una prova di sintesi senza intaccare l’intreccio romanzesco. La Egan ha accettato la sfida e ha fatto qualcosa come un doppio “carpiato”, scrivendo quella che a tutti gli effetti sembra una spy story: “Scatola nera” (la traduzione italiana) che sarà pubblicata solo in formato digitale. Il suo editore italiano, Minimum Fax, una decina di giorni fa, con lo stesso sistema (i tweet) ha messo in rete la prima parte del libro. E sul web – ma non solo lì – si è scatenato un vero e proprio dibattito: dove finirà la letteratura? L’esperimento della Egan ha funzionato e anche i lettori italiani aspettavano, ogni sera (dopo cena), la loro dose giornaliera del racconto, facendo scivolare le dita su uno smartphone o un tablet o incollandosi davanti al monitor del computer. Franzen, per dirla alla Fornero, si è rivelato invece decisamente “choosy” (schizzinoso) nei confronti di quelle che vengono considerate le nuove frontiere dei libri. E soprattutto dei social network. Se sente parlare di twitter, tanto per restare in tema, ripete più o meno così: “Questa storia che siano caduti i regimi grazie alla ribellione su Twitter, mi fa ridere. Mi volete dire che prima di quel social network non era stato rovesciato nemmeno un governo?”. E non parlategli di e-book. Non ne fa una questione della perdita di “aura”, quella evocata da Walter Benjamin nella sua opera più famosa (“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”). Ma di permanenza che è poi è più meno lo steso concetto traslato su questo nuovo millennio. “Leggere un libro su un video ti dà sempre l’idea di poter modificarne il testo”. E questa sfida a distanza sembra davvero una questione anatomica: in gioco c’è il corpo del romanzo.  

 

 

 

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