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Libri/72 Un Paese al crepuscolo

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Questa è la recensione sul libro di Nicola Barilli “Italia in autunno” uscita sabato 14 gennaio sul settimanale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno), “Il Piacere della lettura”

barilli

Non sembra esserci consolazione in Italia in autunno, il primo romanzo del bolognese Nicola Barilli (Pendragon editore, 219 pagine, 15 euro). E di per sé non è che sia un male che tutto ciò accada in un’opera letteraria, soprattutto quando questa prova a raccontare un passato prossimo che rischia di essere, purtroppo, un eterno presente. Da cui diventa impossibile scappare. Al centro della scena c’è Andrea Montini: una compagna, un dottorato, lo status di precario cognitivo in un Paese, l’Italia, che non è più in grado di sognare. Per Andrea la rimozione non esiste. Su di lui aleggia sempre l’ombra di Sergio, l’amico della tardoadolescenza, scomparso (non morto). E d’improvviso, in quella metà dei primi anni Duemila, gli iniziano ad arrivare delle lettere anonime. Ada, la sua compagna, è invece la stabilità: equilibrata, granitica, sicura e con un posto di lavoro a tempo indeterminato. L’inquietudine di Andrea vaga in quel viaggio della speranza che molti giovani italiani intraprendono convinti che all’estero possa esserci la loro effettiva autodeterminazione, anche perché spesso alle soglie dei trent’anni non si sono mai realmente staccati da casa dei genitori. Andrea a Berlino scopre un altro mondo che diventa comunque uno sguardo privilegiato sul mondo che ha lasciato: l’Italia con tutte le opportunità negate a chi cerca di realizzare anche solo metà del proprio sogno. E’ un romanzo di formazione sì, ma con la certezza che “formarsi” non è più possibile. E crescere pure. Ma Andrea arriverà a una resa dei conti con la propria vita, le proprie relazioni, le proprie aspirazioni. E uscire indenne da lì sarà per lui la vera linea d’ombra verso la maturità.

Nicola Barilli

Italia in autunno

219 pagine, 15 euro, Pendragon editore

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Libri/21 Perché Berlusconi ha vinto

vent'anni dopo

 

 

Finito di leggere questo saggio di Piero Ignazi (“Vent’anni dopo. La parabola del Berlusconismo”, 144 pagine, 13 euro, il Mulino editore) in un’associazione d’idee – che ora non mi sembra poi così audace – mi sono venuti in mente gli Ustmamò e Nanni Moretti. La band emiliana del giro di Giovanni Ferretti e soci, perché in “Filikudi” cantava “Ah cos’è l’eternità se gli anni ottanta erano tanto tempo fa”. Si provava a rimuovere quello che comunque non era già più rimovibile. Gli anni ottanta non hanno fatto altro che accelerare il crollo verticale della fiducia nei partiti in Italia (l’antipolitica parte da lì e Berlusconi inizialmente ne attinge a piene mani) e hanno in qualche maniera inaugurato in maniera talvolta rozza l’estetica del corpo in politica. Che fosse la Milano da bere, i nani e le ballerine poco importa per le sensazioni provate leggendo questo saggio. Tra l’altro basterebbe pensare a ciò che in quegli anni succedeva negli Stati Uniti con l’avvento al potere di Ronald Reagan, ex attore prestato alla politica per i repubblicani. Ed è da lì, facendo un discorso squisitamente politico, che prende forma e consistenza quel neoliberismo che verrà poi geneticamente modificato all’inizio del Terzo Millennio, provocando danni ben peggiori di quelli che aveva già provocato negli anni ottanta. Insomma il primo successo elettorale di Berlusconi nel 1994 parte da molto lontano. E non necessariamente da un link – come ci si ostina talvolta pervicacemente a credere – con Bettino Craxi. Craxi era molto più politico di Berlusconi e non è riuscito a fare quello che riuscirà al suo successore. Per ora fermiamoci qui, con gli Ustmamò, e con il loro tentativo in canzone di rimuovere ciò che non è più rimovibile, perché comunque lo spirito degli anni ottanta era già così abbondantemente entrato in circolo da non uscirne più.

E veniamo a Nanni Moretti. C’è una scena de “Il Caimano”, non quella che gli antiberlusconiani esaltano sempre, ossia il finale fuori dall’aula giudiziaria che, salvo per le molotov, nei toni e nelle parole non si è rivelato molto dissimile da quella che poi sarebbe stata la realtà. La scena che mi è venuta in mente, leggendo il libro di Ignazi e prima ancora l’altrettanto significativo saggio di Massimiliano Panarari “Egemonia sottoculturale” (mai titolo fu più azzeccato per descrivere cosa è successo in questo ventennio berlusconiano e vedremo poi perché), è interamente girata in macchina, quando Jasmine Trinca, la giovane regista, Silvio Orlando, il produttore spiantato, tentano di proporre a Nanni Moretti, l’attore, la parte di Berlusconi in un film su Berlusconi. La risposta che Moretti dà, quando la giovane regista prova a far leva sull’impegno civile e sociale prospettando il rischio che Berlusconi vinca di nuovo, è disarmante e quanto mai azzeccata: “Berlusconi ha già vinto”. E la vittoria di Berlusconi è una vittoria epocale. Purtroppo anche nel modo di fare politica che ha inevitabilmente contagiato chi – e la dimostrazione di cosa sia diventato il Pd di Renzi, un altro partito del capo, è sotto gli occhi di tutti – l’ha affrontato in questi anni come avversario politico. C’è un paradosso però, che Ignazi spiega molto bene nel libro e che la Sinistra o quello che ne resta in questo paese, non è mai riuscita a mettere in evidenza: Berlusconi ha vinto, perdendo almeno tre sfide da quando si è dato alla politica. Tre fallimenti. Il primo: la costruzione di un grande partito liberal-conservatore come annunciò nel 1994 salvo poi cambiare rotta, evocando prima la Dc, subito dopo la sconfitta elettorale del 1996, e rifacendosi alla storica data del 18 aprile, poi dando sfogo a una deriva populista-nazionalista, andando più a destra anche degli eredi delll’Msi e trasformando di fatto il partito “in una formazione populista-patrimonialista con tratti carismatici”. Il secondo fallimento è quello della “modernizzazione del paese” che annunciò sin dall’inizio ma che non è stato capace di fare. Il terzo è quella rivoluzione liberale, un altro dei tanti proclami, fallita “per l’adagiarsi su interessi settoriali, corporativi e perfino personali visto il benefit politico di 2,1 miliardi di euro alle sue televisioni per tutti gli anni in cui è stato il governo”.  Gli errori del centrosinistra vanno ricercati allora nell’incapacità assoluta di fare battaglie sui fallimenti politici (e sono stati tanti ed evidenti) di Berlusconi e nell’adeguarsi invece a un dibattito politico sterile incentrato su una personalizzazione della politica sempre più sfrenata, adeguando toni e (purtroppo) anche lessico. Ecco il concetto di egemonia sottoculturale. Da frasi, definiamole pure idiomatiche, come “scendere in campo” o “mettere le mani nelle tasche degli italiani” che sono entrate di forza nel lessico comune del confronto politico. E che non ne sono ancora uscite. Ecco perché se il ciclo di Berlusconi al potere è finito, non si può dire altrettanto (purtroppo) del berlusconismo. Ignazi porta nel suo libro un esempio che dovrebbe fare riflettere soprattutto il Pd perché dimostra come la storia di questo partito sia nata male e sta continuando sempre peggio. Febbraio 2008, la caduta del secondo governo Prodi che il Pd fa poco o nulla per evitare e non sfrutta nemmeno quelli che sono i risultati evidenti derivati dal governo che ha sostenuto e che invece vengono offuscati da una campagna elettorale di Berlusconi feroce contro il governo accusato di ogni nefandezza e di aver messo le mani nelle tasche degli italiani (eccola qua la frase che va sempre dritta alla pancia dell’elettore) e di aver impoverito il Paese. Peccato che, come rileva Ignazi nel suo libro, prima delle elezioni del 2008, tutti i dati economici erano positivi: Pil in crescita, tasso di disoccupazione più basso dagli anni Novanta, il deficit passato dal 3,4 al 1,9% con una spesa pubblica ridotta e grazie a maggiori entrate. Eppure le elezioni le vince Berlusconi. E poi si sa com’è andata a finire.

 

 

 

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Libri/12 Doppia ossessione a sinistra

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Berlinguer e Berlusconi. Le due ossessioni della Sinistra. O semplicemente a sinistra. Francesco Piccolo le racconta molto bene – pur non convidendo alcune sue considerazioni storico-sociali, ma è il suo romanzo di formazione – nel libro “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi editore, 272 pagine). E la divisione del libro in due macro-capitoli (io e Berlinguer, io e Berlusconi) è centrata su quello che ha vissuto – il participio passato è voluto – la Sinistra nel paese. Da una parte l’ultima icona, il leader buono e morale e  soprattutto l’incapacità di dare un seguito a quella storia (e a quel senso di appartenenza e a quella condivisione di valori)  che lo stesso Berlinguer aveva già provato a deviare, con il compromesso storico (pura strategia, allora, un modo di evitare l’isolamento per non continuare a essere etichettati come i nipotini di Stalin, in attesa di lanciare quell’eurocomunismo che non sarebbe mai arrivato). Ecco, la distanza da quel Pci, stella polare della Sinistra allora, fermatosi a quel comizio del 1984 è ormai siderale da un concetto di Sinistra che diventa difficile da spiegare ora, provando a raccogliere stracci e cocci che sono volati in trent’anni e non soltanto per la svolta della Bolognina. Piccolo non sbaglia, quando parla nel suo libro del misurare la purezza e di guardare con un sano snobismo gli altri che poi sarebbero quelli che votano Berlusconi come una sorta di forma mentis a sinistra. Ma al di là della considerazione, la Sinistra non è riuscita affatto a capire il paese reale, quello che avrebbe dovuto rappresentare, ragionando o con strumenti e arnesi ormai vecchi o pensando come fine ultimo, alla vittoria elettorale che tutto giustifica anche alleanze che assomigliano a zuppe inglesi. E qui, entra inevitabilmente la seconda ossessione: Berlusconi. Il nemico, il male assoluto, ma un modello da seguire invece per indirizzarsi su una politica che diventa solo personalizzazione, in cui bisogna scegliere il leader forte da far “scendere in campo” (e anche nel linguaggio l’egemonia culturale, si fa per dire ovviamente, di Berlusconi è evidente). Un’ossessione quella per  Berlusconi così forte tanto da decidere di giocare con l’identico mazzo di carte che ha imposto lo stesso Berlusca, senza provare a divincolarsi da una politica che non può essere solo spettacolarizzazione o leaderismo. Il libro di Piccolo, intimo nel raccontare il suo percorso che appare non così ortodosso nella Sinistra o in quella che vorrebbe essere anche senza mai prendere tessere ma partecipando a iniziative (editoriali e non) ascrivibili a quel brodo di cottura, è un utile spunto di riflessione su quello che non esiste più nella rappresentazione politica in questo paese (la sinistra appunto) e che ormai da tempo (troppo) è in cerca di autori. Quell’autore non può essere Renzi, per storia personale e per idee. Ma la prospettiva di essere arrivati al punto in cui l’elettore di sinistra non ha più la possibilità di scegliere nemmeno il meno peggio (proprio perché né il Pd e né Sel, ormai fin troppo subalterno tanto ormai quasi da non riuscire più a smarcarsi dal macropartito dell’ex sinistra, possono essere considerati tali) è addirittura inquietante.

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Libri/11 L’immortale concetto di Stato contro l’immorale concetto di Stato

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Stato contro Antistato. Il (vero) bipolarismo di cinquant’anni di storia democratica del nostro paese. Sandra Bonsanti lo racconta nel suo libro “Il gioco grande del potere” (ChiareLettere edizioni, 256 pagine). La mafia, la P2, il terrorismo, i servizi deviati: l’Antistato assume facce, idee e spesso anche armi per ribaltare una democrazia costruita con fatica attorno alla carta costituzionale. E non è conflitto d’interesse il riaffermare quella strenua e necessaria difesa della costituzione, che esce nitidamente dalle pagine della Bonsanti, e che si incrocia inevitabilmente con l’altro impegno che la giornalista e deputata (ormai in pensione) porta avanti con l’associazione “Libertà e giustizia” da anni in prima linea per la tutela della Carta stessa. E’ un libro che non aggiunge molto a chi, minuziosamente e con certosina pazienza, ha letto storie, testimonianze di un passato ingombrante per l’Italia che continua ad affiorare sempre nel presente con o senza Berlusconi. Ma è un libro scritto con passione e con una dose, legittima e giustificata, di civetteria, rivendicando il ruolo del giornalista: non perso dietro al flusso continuo di agenzie e breaking news, ma disposto a mettersi in gioco per ricostruire il sempre intricato puzzle di questo paese. E così nel libro la Bonsanti racconta i suoi faccia a faccia con Licio Gelli o Francesco Cossiga (solo per citare due esempi) e il confronto quotidiano – alla ricerca della verità – con la sterminata serie di misteri d’Italia. Ha visto da vicino il potere e l’ha anche raccontato. Una massa abnorme, ma avvolgente. Quel potere che non è monopolio dei politici, anzi è in grado di rivelare una politica eterodiretta da chi detiene realmente il potere. E poi ci sono immagini che finiscono per rimanere impresse nella mente, dopo la lettura del libro. Una su tutte: maggio 1992, Giovanni Falcone mentre  mangia un gelato durante un incontro con la Bonsanti. Poche settimane prima della strage di Capaci. Un’immagine vera, perfino dolce e inevitabilmente malinconica. Un’immagine però, di un uomo solo, isolato (la Bonsanti racconta nel libro le bordate che riceveva da tutte le parti anche dai presunti amici perché la scelta di andare a Roma, secondo i suoi avversari, era finalizzata a diventare ministro dell’Interno) che sta per andare incontro alla morte. Stato contro Antistato, il concetto morale dello Stato contro quello immorale. Un bipolarismo che non è cessato e che chiede di non abbassare alla guardia, soprattutto in un’era come questa che, non a torto, è stata definita di postdemocrazia.

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Dalla coccoina alla bicicletta di Bartali: ma l’estetica non basta più

Filippo Panseca, a Pantelleria, forse se la sta ridendo di gusto, o forse no, di fronte al bombardamento estetico della Leopolda. Lui era un maestro. Nel 1981, congresso del Partito Socialista a Palermo con Craxi che preparava l’arrampicata a Palazzo Chigi, fece costruire e innalzare un garofano rosso alto quindici metri. Il significante – per utilizzare termini tecnici – aveva la sua importanza anche allora. Ma il significato, ossia i contenuti, aveva la precedenza. Panseca si è divertito e si è portato sulle spalle una valanga di critiche (anche estetiche, perché qualcuno si è azzardato a definire le sue opere kitsch) con appellativi tipo “architetto del potere” e via discorrendo. Nel 1989 fece costruire una riproduzione del muro di Berlino al congresso del Psi a Rimini. Erano gli anni del gigantismo di Craxi. Ma l’estetica veniva ricondotta sui giusti canali. Anche se poi si votava il Psi della Milano da bere che sarebbe finita in malo, malissimo modo. Tutto forse è cominciato lì. O forse no. Di certo la personalizzazione della politica, proprio in quegli anni, ha avuto inevitabilmente il calco del solo leader al comando nel Psi (dal 1976 al 1992, fanno qualcosa come 16 anni), alternativo e allo stesso tempo “consociativo” con la Dc. Di Berlusconi e delle calze messe davanti alle telecamere prima dei suoi videomessaggi, non vale la pena discutere. Berlusconi ha vinto perché è riuscito a trasformare il dibattito politico nell’aut aut del capo: o con me o contro di me. Dall’altra parte e qui arriviamo ai giorni della Leopolda, non si è fatto nulla se non inseguire quel modello, testando, come se ci si trovasse in un qualsiasi laboratorio per gli esperimenti, leader e leaderini. E così il Pd di Veltroni sognava un’Italia a pane e nutella e spargeva in lungo e largo l’effetto nostalgia rispolverando la coccoina (strategia di marketing avviata tempo prima con l’Unità diretta dallo stesso Veltroni che regalava gli album storici delle figurine di calcio Panini).  Ma manteneva ancora, per quello che poteva essere possibile, un aggancio al simbolo del Pd non così unificante e nemmeno capace di instillare emozioni e ancora peggio incapace di regalare esempi mitici da seguire: come avrebbero poi ampiamente dimostrato i 101 con il loro voto contro Prodi, uno dei fondatori del partito. Perché gira e rigira bisogna tornare proprio lì a quello che è successo nello scorso aprile. Freudianamente parlando, è stato (metaforicamente) ammazzato il padre, tagliando definitivamente gli ultimi germogli del partito novecentesco: vertici, classi dirigenti, base tutte legate e tenute insieme da un simbolo. Alla Leopolda,  al di là delle dichiarazioni di circostanza di Renzi per giustificarsi dopo le critiche di Cuperlo, non c’era nemmeno un simbolo del Pd. Eppure Renzi si candida per guidare il Pd. C’è qualcosa che non torna o che, invece, torna benissimo e in maniera molto netta. E quasi scientifica. E’ l’ultimo passo per completare quella personalizzazione della politica anche nel Pd che ha ormai deciso di giocare con le stesse carte di Berlusconi (e per questo non deve più stupire quel governo delle larghe intese).  La Leopolda più che un think tank, sembra una fiera dove il marketing più spinto con scelte estetiche così smaccate (il microfono da crooner, anni ’50, la bici di Bartali che l’ha fatta ai nazisti tedeschi, salvando gli ebrei, ha vinto il Tour de France e così ha salvato l’Italia con quel successo da un colpo di stato) dice di puntare su di lui: Matteo Renzi. Quello che dovrebbe essere l’uomo giusto per dare una direzione diversa alla politica e anche al Pd. Peccato, che in tutto questo manchi la politica appunto. La grande assente. Non si può scegliere un candidato-segretario-premier solo sull’effetto “piacione”, bombardando il messaggio con scintillanti computer con la mela che valgono l’equazione: li uso e quindi sono creativo. E probabilmente anche bello e fico. La personalizzazione di un partito (il Pd) incapace di intercettare il malcontento della gente sulla politica più in generale, è alla sua fase conclusiva. Completarla, mettendo Renzi al centro di tutto, non darà quelle risposte che ci si attendono. Nonostante l’estetica della speranza che gioca sulla mozione degli affetti del nostro passato e che prova a scuotere gli italiani con (altri) slogan urlati. Ma sempre slogan sono, come ci ha tristemente abituato l’ultimo ventennio politico. Perché su quella tavola lì, alla Leopolda, a esempio, c’è una bottiglia d’acqua senza marca. Di quelle bottiglie in cui si infila l’acqua pubblica. E le politiche di Renzi come quelle del Pd più in generale in giro per l’Italia, non sono mai apparse come strenui difensori dell’acqua pubblica, così come è stato stabilito da un referendum e confermato dalla Corte Costituzionale. Anche questa è estetica e non può essere sottovalutata. Soprattutto da chi chiede un cambiamento davvero radicale delle politiche in questo paese. E non sarà mai intercettato dal Pd. Con o senza Renzi al comando.

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La decadenza da Milan

L’unica cosa palese, finora, è che questa squadra qui è mediocre. E non per il pareggio in extremis col Torino. Quello è solo l’ultimo episodio. Ed è anche l’ennesimo indicatore di come Massimiliano Allegri possa fare anche il presidente del consiglio, oltre che l’allenatore del Milan, in questo paese. Ha scelto ormai da tre stagioni di governare l’esistente. Che significa più o meno: faccio con quello che passa il convento. E’ come quando un premier decide di fare una manovra e si guarda bene da scontentare gli organismi tecno-finanziari diventati ormai istituzioni che hanno imposto le regole del gioco. Il problema è che nel Milan di tecnico – il significato qui è puramente calcistico – c’è rimasto ben poco. Nemmeno la mozione degli affetti Kakà – pesantuccio e intermittente (anche troppo) come la più scontata delle luci per l’albero di Natale – riesce a scuotere dal disincanto il tifoso rossonero. Che di dichiarazioni di ormai supposta e arrugginita grandeur (le Champions in bacheca) così simili nella forma a quelle mai dimenticate dell’allora presidente del consiglio (ora solo presidente onorario del Milan e forse nemmeno più senatore) del tipo “dov’è la crisi? i ristoranti sono pieni”, ne ha gonfie le orecchie. Basta, guardiamo la realtà. Dura da digerire. Questo Milan qui come la versione di un anno fa può solo vivacchiare. Non osate sognare, perché non ve lo permetterà. Non ve lo permette il suo allenatore che preferisce (scaramanzia) voltare le spalle al rigore salva sabato sera trasformato da Balotelli. Un allenatore davvero che potrebbe fare il presidente del consiglio, così ostinato nel governare l’esistente da non rischiare nemmeno di guardare un po’ più in là. Provando a fare qualcosa che è nella storia del Milan. Quando Carlo Ancelotti, dopo essersi acclimatato sulla panchina rossonera, decise di giocare in contemporanea con tre trequartisti a centrocampo (Pirlo, Seedorf, Rui Costa, poi sarebbe arrivato Kakà) e due punte, alcuni pensarono che fosse pazzo. Come c’è la cosiddetta etica della responsabilità (“non si fa cadere un governo, perché ci sono da rispettare i conti”, “bisogna fare i sacrifici perché sennò finiamo fuori dall’Europa” e non si tratta di Champions) in politica, nel calcio c’è l’etica dell’equilibrio. Sfidare quelle leggi che la maggior parte degli allenatori si sono autoimposti è roba da coraggiosi. Da Don Chisciotte 1.0 era  ai tempi di Carletto (nell’attesa che arrivasse l’app da iPad per le formazioni). Ancelotti ci provò e il Milan anticipò il Barcellona e vinse di più di quelli che allora venivano definiti i Galacticos (il Real Madrid). Ora forse è chiedere troppo ad Allegri di avere almeno un terzo del coraggio dell’Ancelotti di allora. Anche perché lui non ha Pirlo: ops lo aveva, ma sosteneva che non gli servisse e in effetti, come è stato dimostrato ieri sera col Torino, molto meglio avere un De Jong davanti alla difesa che in linea di successione rossonera (ahinoi) arriva dopo Van Bommel. E Pirlo? Alla Juve, of course. Ma Galliani, nonostante tutto, si porta dietro (chissà se le referenze sono state mai aggiornate) l’etichetta di vecchia volpe del mercato. Certo, riprendere Matri che era cresciuto nelle giovanili del Milan, aveva fatto parecchi gol a Cagliari e diversi decisivi alla Juve, è proprio un bel colpo. Tra last minute e acquisti (presunti) low cost, il Milan ha scelto di non programmare, perseguendo la politica dell’emergenza nel mercato. Chissà, se solo fosse possibile saperlo, che rating avrebbe questo Milan qui. D’altronde non è proprio amante del rischio come il suo allenatore. Forse qualche BBB (che significa più o meno così, secondo Standard & Poor’s: “adeguata capacità di rimborso che però potrebbe peggiorare), evitando anche i meno, potrebbe strapparla. Se Balotelli è in giornata o serata, forse qualcosa di buono può anche uscire. Se Balotelli è preso nella morsa avversaria, le idee scarseggiano. E se ci sono, sono poche e assai prevedibili. D’altronde Montolivo non è Pirlo. Chi pensa veloce, gioca veloce. Non è una massima di Boskov. E’ quello che si pretenderebbe che ogni regista – basso o alto non importa, non è questione di centimetri – avesse. Nell’attesa di sapere se Berlusconi decadrà da senatore o meno. C’è da registrare la decadenza del Milan da Milan. Un tempo sinonimo di grande squadra.

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Non basta vincere: l’eterna ossessione del Pd

Qual è la novità del promesso leader-segretario-candidato premier del Pd e del centrosinistra? “Costruire un partito per vincere le elezioni”. Così, ha detto Matteo Renzi l’altra sera a Genova. La vittoria è l’ossessione – tutt’altro che magnifica – del macropartito di centrosinistra che continua a giocare con le regole imposte negli ultimi vent’anni. Chi vince, comanda. E gli altri si adeguano. E la vittoria finale giustifica tutto. Qualsiasi mezzo, qualsiasi alleanza, qualsiasi coalizione. Quella con cui vinse Romano Prodi nel 2008 andava addirittura dall’Udc a Rifondazione. Il programma, a quel punto, può essere anche un optional. E se ti chiedono che cosa hai intenzione di fare per l’Italia, basta adottare la vecchia strategia del calcio all’italiana, contenere i danni in trasferta e provare a ripartire in contropiede. Solo che questi contropiede, almeno negli ultimi tre lustri, non si sono mai rivelati efficaci. Anzi, hanno dato l’illusione del gol, quando spesso ci si trovava di fronte a un vero e proprio autogol. Il problema del Pd – inutile girarci attorno – è che non riesce più a rappresentare la volontà popolare, proprio perché la definizione del suo elettore è qualcosa di difficile quando c’è un partito che è un po’ progressista (il giusto che basta e spesso in maniera sbagliata, quando c’è da dichiararsi per lo sviluppo, che non può però essere risolto sempre, comunque e dovunque con la grande opera), un po’ liberal (quando c’è da dimostrarsi sì un po’ di sinistra, ma non troppo, il giusto per non passare da pericolosi “comunisti” che bandiscono il mercato), un po’ cattolici (ma anche qui con equilibrio, perché il cattolicesimo di base può essere pericoloso quando assume posizioni troppo estremiste). E allora che cos’è questo partito? Un esperimento di fusione a freddo riuscito in malo, malissimo modo. Che rischia di essere sempre più scollegato alla realtà, anche sui territori dove i suoi illustri avi hanno sempre rappresentato pienamente la volontà popolare. La crisi della forma del macro-partito è ormai evidente, ma è ancora più evidente l’incapacità di dare risposte alle domande fondamentali per meritarsi ancora di ricevere una delega in bianco. Come ha ampiamente dimostrato il Pd quando si è trovato tra le mani la responsabilità di provare a segnare una discontinuità con il passato – non espressamente berlusconiano (anche se principalmente, visto che negli ultimi vent’anni è stato per tre volte presidente del consiglio) – e non ha trovato di meglio che fare un congresso a cielo aperto con tanto di resa dei conti durante l’elezione del presidente della repubblica. E allora ricominciare col solito proclama “costruire un partito per vincere” non è forse la scelta migliore, anche dal punto di vista dialettico. Va (ri)costruito intanto un partito che decida innanzitutto a che cosa ispirarsi. Perché conta sicuramente la pratica, ma la teoria è tutto. E se non c’è una serie di valori condivisi in cui il popolo possa riconoscersi è pressoché inutile. E poi basta limitarsi a discutere di virgole, punti e virgola, su come provare a governare l’esistente, senza porsi nella posizione di dettare una vera agenda politica che sia comprensiva di quello che succede in questo paese. Che tenga conto di come molte vertenze in corso reclamino una loro rappresentazione a livello nazionale e sono vertenze che muovono proprio da quelli che dovrebbero essere valori condivisi per un partito che continua a dichiararsi di sinistra, anche se è ormai è diventato un suffisso da allegare senza rubare troppo spazio al prefisso che lo precede (centro): dalla difesa di un territorio (che passa inevitabilmente dalle tante battaglie in corso: No Tav, No Muos. No che non sono solo la negazione che ci si ostina a leggere, ma un modello diverso di partecipazione e anche di sviluppo) a un modello di rappresentanza e di conseguenza decisionale che sia legato, anzi aderente alla realtà (chi viene scelto per rappresentare un popolo, deve prendere decisioni coraggiose e non limitarsi a governare l’esistente senza pestare troppo i piedi a organizzazioni sovranazionali spesso diretta emanazione di poteri tecno-finanziari). Ecco, in tutte queste settimane, in tutte queste feste dell’Unità (ops Democratiche) nessuno ha avuto il coraggio di puntare l’indice dove andava puntato. Non è candidando Renzi – di cui l’elettore qualunque di centrosinistra per molte delle sue convizioni e per molte delle sue idee (e non ultimo per come sta governando Firenze) dovrebbe essere quanto meno diffidente – che si risolvono i problemi di un partito che è incapace di rappresentare la realtà e che ha smesso di profumare di sinistra da un po’ (e probabilmente anche di un centro dinamico senza scomodare l’abusato aggettivo riformista). Tornando al calcio, non serve un numero dieci (ed è tutto da dimostrare che Renzi lo sia) che vinca le partite da solo, ma serve un gioco di squadra, anzi prima ancora un’idea di gioco. Ecco, quello che manca un’idea di gioco. Non basta sapere che cosa non si vuole (e anche lì le idee non sembrano poi così chiare), ma anche che cosa si vuole e come lo si vuole. Tutto il resto, per ora, sono chiacchiere da Feste Democratiche.

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Addio Pd, ora la prima repubblica è finita davvero

Vent’anni. Dall’hotel Raphael al teatro Capranica. Forse, ieri, è davvero finita la prima repubblica. Per vent’anni ci siamo ostinati a chiamarla seconda repubblica identificandola con il partito personale, quello di Silvio Berlusconi. Ma era soltanto un’illusione. Quella che abbiamo vissuto fino a qualche ora fa era solo l’appendice, brutta e infetta della prima repubblica. E l’elezione bis di Giorgio Napolitano al Quirinale non è che una conferma. Non c’entrano i dati anagrafici in tutto questo. C’entra invece un modo di fare politica che è diretta emanazione della generazione precedente. Solo che i predecessori, anche senza occupare tv e i social network, erano più bravi. Ma non è una questione di nostalgia e nemmeno di farsi uscire dalla bocca frasi del tipo “aridateci er puzzone” o “si stava meglio quando si stava peggio”, è il momento invece di riflettere sulle forme della rappresentazione della politica. Su una in particolare: il partito. L’unico partito che pur cercando di trasformarsi, cambiando sigle e simboli, ha ereditato (anche in questo caso l’anagrafe non c’entra) prassi e strutture dal passato (da Dc e Pci in una fusione a freddo fallimentare), segnando quindi una continuità con la cosiddetta prima repubblica è il Pd. Il Pd si è ufficialmente suicidato politicamente proprio con l’elezione bis di Napolitano. Non ha saputo capire la base e questa volta gli è stato fatale. La base appunto, concetto mutuato dal passato, ma che non ha più ormai una sua solidità. Perché l’organizzazione verticistica del partito è sotto accusa ormai da tempo. Perché i dirigenti non rappresentano nessuno. Perché il leader, caro o meno che sia, spesso non è percepito più come tale, non solo perché non riesce a scaldare piazze reali e virtuali, ma anche perché la distanza culturale dai suoi elettori (e quindi di scolarizzazione e specializzazione), si è ridotta moltissimo. Il segretario di allora, il leader di adesso, non è più un esempio “mitico” da seguire. Il Pd è andato a suicidarsi politicamente. Un suicidio eterodiretto? Non è dato a sapersi. Certo che fa impressione come Bersani, segretario e promesso presidente del consiglio, si sia lasciato sfilare nell’arco di poche ore il partito di mano, si sia fatto bruciare l’unico candidato presentabile (oltre a Rodotà, ma questo è un altro discorso). Romano Prodi sarà stato pure un candidato divisivo, ma lo era solo per il Pdl. Non poteva esserlo per il Pd e per il centrosinistra: è l’unico che ha fatto vincere il centrosinistra. Per due volte tra l’altro. Uno che univa quei valori di una proposta politica che è sempre più indefinibile per il Pd. Il Pd perso in correnti e correnticole, con una classe dirigente che ignora che cosa siano le Frattocchie o la chiesa di base, si è suicidato con le armi della prima repubblica: dai franchi tiratori, mai così tanti cinici e cattivi, alla smania di spartirsi i posti per un dopo che non è mai arrivato. Lascia in eredità però un precedente che non può passare inosservato: per la prima volta ci sarà un presidente della repubblica che farà due settenati. È vero: è stato eletto. È altrettanto vero che la nostra Costituzione non lo vieta, ma nemmeno lo esplicita. Resta il fatto che la sovranità di questo paese sembra limitata ora. Ed è un aspetto da non sottovalutare. La scelta del Pd di chiedere a Napolitano un ulteriore sacrificio non rappresenta i suoi elettori. E chi lo dice? Lo dicono le conseguenze di questo atto. E quello che succederà, salvo sorprese, nei prossimi giorni. Un’intesa piccola o grande che sia col Pdl (e almeno in questo caso Berlusconi non c’entra) non è possibile per chi ha scelto di farsi votare, puntando su una campagna elettorale in cui dal primo all’ultimo giorno si è cercato di far passare un messaggio diametralmente opposto a quello del centrodestra. Non un messaggio rigorosamente progressista o di sinistra (parola che produce ancora evidenti allergie all’interno del partito), ma comunque opposto a quello del Pdl. Quel Pd non rappresenta più gli elettori che l’hanno votato. Quella forma di partito lì è ormai trapassata. Forse con vent’anni di ritardo la prima repubblica potrebbe essere finita davvero. Ma quello che c’è all’orizzonte non è chiaro.

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Quelli che Beppe Viola è Beppe Viola

Quelli che sanno che Quelli che l’ha scritta il Beppe e l’ha cantata Jannacci

Quelli che hanno fatto quel mestieraccio, lo stesso del Beppe, per cercare di scrivere e di raccontare, da dio (solo come lui sapeva fare), le cose della vita. Ma non sempre ci sono riusciti

Quelli che avrebbero acceso un cero a qualsiasi divinità per avere delle invenzioni del tipo: “Sarei disposto ad avere 37 e 2 tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe”.

Quelli che non l’hanno mai conosciuto, ma sanno tutto di lui.

Quelli che si rivedono il video su YouTube dell’intervista a Gianni Rivera sul tram

Quelli che stringerebbero un patto col diavolo per avere un grammo della sua ironia e del suo sarcasmo

Quelli che accendono con fatica la Rai e qualsiasi altro canale tv, quando si parla di sport

Quelli che si sono stancati di sentire “la maledetta di Pirlo”, “la sciabolata morbida”, etc etc.

Quelli che, insomma, rimpiangono l’impareggiabile capacità del Pepineu, come lo chiamava Brera, nel raccontare una partita di pallone. Che poi non era mai solo una partita di pallone

Quelli che Brera ok, era il migliore, ma Beppe Viola non sfigurava di fronte al maestro

Quelli che vorrebbero con una qualsiasi macchina del tempo ripiombare in quella Milano lì, dove si andava in osteria col Beppe e si tirava fino a tardi e si stappavano parecchie bottiglie

Quelli che l’aperitivo è solo il Campari, altro che cocktail e magari nell'”ora senza pari” ti ritrovi a incrociare Bianciardi e  Mulas.

Quelli che quella Milano lì non esiste più

Quelli che sognano di avere un epitaffio come quello che Giuan Brera gli dedicò, ma che non l’avranno mai

Quelli che non capiscono perché domani, a trent’anni dalla morte, la Rai non trasmetta almeno un programma per ricordarlo

Quelli che ci sono rimasti male, un annetto fa, quando l’amico Jannacci si è dimenticato del Beppe in un’intervista al Corriere

Quelli che Beppe Viola è Beppe Viola e tutto il resto, giornalisticamente e non, è noia

Quelli che vorrebbero, se solo fosse possibile, che Pepinoeu scrivesse, ancora una volta, sul Milan improvvisamente “povero” di Berlusconi, sull’Inter multietnica di Moratti e sulla Juve della ritrovata grandeur, ma dello stile ormai dimenticato. O che soltanto raccontasse il tutto in  tv

Quelli che sono certi che non ci sarà, almeno per i prossimi tre decenni, un altro giornalista che si inventi una lingua come ha fatto lui nella sua piazza Adigrat

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