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Libri/72 Un Paese al crepuscolo

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Questa è la recensione sul libro di Nicola Barilli “Italia in autunno” uscita sabato 14 gennaio sul settimanale di Quotidiano Nazionale (il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno), “Il Piacere della lettura”

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Non sembra esserci consolazione in Italia in autunno, il primo romanzo del bolognese Nicola Barilli (Pendragon editore, 219 pagine, 15 euro). E di per sé non è che sia un male che tutto ciò accada in un’opera letteraria, soprattutto quando questa prova a raccontare un passato prossimo che rischia di essere, purtroppo, un eterno presente. Da cui diventa impossibile scappare. Al centro della scena c’è Andrea Montini: una compagna, un dottorato, lo status di precario cognitivo in un Paese, l’Italia, che non è più in grado di sognare. Per Andrea la rimozione non esiste. Su di lui aleggia sempre l’ombra di Sergio, l’amico della tardoadolescenza, scomparso (non morto). E d’improvviso, in quella metà dei primi anni Duemila, gli iniziano ad arrivare delle lettere anonime. Ada, la sua compagna, è invece la stabilità: equilibrata, granitica, sicura e con un posto di lavoro a tempo indeterminato. L’inquietudine di Andrea vaga in quel viaggio della speranza che molti giovani italiani intraprendono convinti che all’estero possa esserci la loro effettiva autodeterminazione, anche perché spesso alle soglie dei trent’anni non si sono mai realmente staccati da casa dei genitori. Andrea a Berlino scopre un altro mondo che diventa comunque uno sguardo privilegiato sul mondo che ha lasciato: l’Italia con tutte le opportunità negate a chi cerca di realizzare anche solo metà del proprio sogno. E’ un romanzo di formazione sì, ma con la certezza che “formarsi” non è più possibile. E crescere pure. Ma Andrea arriverà a una resa dei conti con la propria vita, le proprie relazioni, le proprie aspirazioni. E uscire indenne da lì sarà per lui la vera linea d’ombra verso la maturità.

 

Nicola Barilli

Italia in autunno

219 pagine, 15 euro, Pendragon editore

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Mondiali 2014, il senso di Löw per gli Einsturzende Neubauten

Jogi e Blixa. Due vite parallele, innanzitutto. Ma se la Germania vince il suo primo mondiale da paese unificato (nel 1990 era ancora la Germania Ovest, l’unificazione sarebbe stata formalizzata il 3 ottobre, quindi dopo la finale di Roma contro l’Argentina), sicuramente bisogna tornare alla Berlino degli anni ottanta. Tutto nasce lì o quasi, anche per questa nazionale. Perché è lì che cambia in maniera inevitabile lo spirito del tempo. Su quella Berlino  che si trascinava fuori con fatica dal periodo dell’eroina e della creatività che aveva come due poli attrattori, almeno dal punto di vista musicale, David Bowie e Brian Eno (Lou Reed intitolò il suo concept album più bello, Berlin appunto, con il nome della città), si è scritto e detto molto. Geniale dilettanten oltre che a essere il nome primigenio degli Einsturzende Neubauten, era un festival (non solamente punk) che permetteva alle band di tutto il mondo (lo fecero anche gli italiani Ferretti e Zamboni prima di diventare Cccp) di esibirsi. Un geniale dilettante è Jogi, Joachim Low. Klinsmann lo chiamò per fargli da spalla, quando nessuno in Germania si ricordava di questo centrocampista avanzato che aveva trascorso la sua carriera da calciatore nell’anonimato più completo. Non poteva essere la controfigura di Klinsmann, visti i capelli corvini, era molto di più. E il tempo gli ha dato ragione. Proprio come un architetto cui non deve mancare la creatività ma nemmeno la coscienza di dare solidità alla sua creatura, ha costruito questo edificio calcistico. Neubauten. Quando Blixa Bargeld decise di finirla con l’essere solo “un geniale dilettanten”, fondò gli Einsturzende Neubauten, traduzione letterale: i nuovi edifici che crollano in contrapposizione con gli Altbauten, costruzioni premoderniste della vecchia Germania esaltate spesso e soltanto per la loro solidità. Ok, non è dato a sapersi se Jogi, il Low appunto, abbia mai sentito un pezzo degli Einsturzende Neubauten, anche se mi piace pensarlo assorto nell’ascolto di Blixa che sussurra per poi esplodere “Silence is sexy”. Il silenzio non ha mai accompagnato Low in questi otto anni dove è stato costretto solo a provare a consolarsi. E lui, forse giocandoci anche parecchio, l’ha sempre sottolineato: “Fare il ct della Germania mi ha rovinato la vita”. Da ieri sera probabilmente gliel’ha migliorata, perché finalmente ha vinto qualcosa (anche se per dovere di cronaca, qualche successo sparso qua e là, ma di poco conto, l’aveva ottenuto nella sua carriera di tecnico e comunque era lui l’allenatore dello Stoccarda che si conquistò parecchie simpatie con il trio d’attacco Balakov, il giovane Elber e Bobic).

Tornando alle vite parallele di Jogi e Blixa – e soffermandosi i secondi necessari, sembrerà una forzatura, per notare qualche affinità estetica, non tanto nelle stazza, quanto nei capelli (corvini di entrambi e con un ciuffo, ma un po’ più imbiancati quelli del cantante degli Einsturzende Neubauten) e al taglio delle giacche di buona fattura (anche se Jogi lascia spesso la giacca in panchina) – non si può non notare come quello di Jogi sia stato un percorso per affrancare la nazionale tedesca dal modello che negli anni è stato cucito addosso alla Germania di squadra solida, ma poco dedita allo spettacolo. D’altronde, almanacchi alla mano, la Germania storicamente non ha mai avuto, per fare confronti tipicamente italici, né un Rivera né un Baggio. I veri numeri dieci tedeschi si contano sulle dita di una mano e, diciamolo, l’aspetto fisico ha sempre prevalso su quello tecnico, perché non si diventa creativi, ci si nasce. Low comunque, ha costruito il suo complesso con certosina pazienza e qui deve ringraziare quello che è successo negli ultimi trent’anni a Berlino, soprattutto lì, nel cuore di Kreuzberg, ma anche altrove. Un Paese che è riuscito ancor prima della riunificazione a migliorare (talvolta, non senza difficoltà) accoglienza e rapporti con chi ha scelto di viverci per poter sopravvivere, senza azzerare o ridimensionare passioni, credenze, abitudini e soprattutto creatività. Un paese così è un paese che ha già vinto. Ecco che da almeno quattro anni si parla di una Germania, intesa come nazionale di calcio, multietnica. La Germania dei Boateng, dei Khedira, degli Ozil e dei due là davanti, Klose e Podolski. che si parlano in polacco. Low oltre ad assemblare una squadra, le ha dato anche un gioco. Non è la nazionale di Low, come gli Einsturzende Neubauten non sono il gruppo di Blixa Bargeld, perché Blixa ha convogliato le sue esperienze (dai Bad Seeds con Nick Cave ai progetti da solista) nel suo progetto, rendendolo appunto solido (altro che edifici che crollano) e irripetibile.  E gli altri degli Einsturzende hanno fatto altrettanto, proprio come si fa in una squadra di calcio, dove ognuno porta il suo contributo. A cominciare da quell’Alexander Hacke che, grazie all’aiuto di Fatih Akin (il regista de “La sposa turca”), ha trasformato in un film-documentario (“Crossing the bridge”) il suo viaggio alla scoperta della musica turca. Un’apertura a 360 gradi che va ricercata proprio nello spirito di quel tempo, anni ’80, di una Berlino pulsante che evitava accuratamente di avere un atteggiamento dispotico, soprattutto dal punto di vista culturale, per aprirsi alla conoscenza di chi arrivava nella capitale tedesca solo per divertirsi, visti gli innumerevoli clubbini, o per cercare un lavoro. Questione di cultura appunto e ora di fronte al successo di una nazionale, assemblata da Blixa-Low, un neubauten con tedeschi di ormai terza generazione (perché il padre di Ozil è nato in Germania), non si può non applaudire  una creazione solida, efficace ed esteticamente bella, che si prende pure qualche rischio come ha dimostrato la finale con l’Argentina di ieri sera. Verrebbe da dire, se non fossimo italiani e confidando che qualcosa del genere accada prima o poi anche per il nostro calcio, suonacela ancora Jogi.

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