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Libri/73 Come ti cucino un noir

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Nelle letture di questo inizio 2017 mi sono imbattuto nel colonnello Arcieri (con colpevole ritardo) in “Non è tempo di morire” di Leonardo Gori (Tea edizioni) e nel maggiore Annibale Canessa ne “La seconda vita di Annibale Canessa” di Roberto Perrone (Rizzoli editore). In quest’ultimo caso – visto che si tratta di un esordio almeno nel giallo tout court per Perrone – è stata una piacevole sorpresa. In entrambi i romanzi si scava a piene mani nel passato del nostro Paese, in quelli che – mai definizione, almeno dal punto di vista televisivo, fu così geniale – sono i misteri d’Italia. Ma ecco la prima differenza rispetto ad altri libri, anche gialli, che erano ambientati negli anni della cosiddetta “Strategia della tensione” o ancora tout court, in quelli che, forse frettolosamente, sono stati definiti “Anni di piombo”: non c’è nessun intento dietrologo, non c’è la volontà dei due autori – che tra l’altro non so nemmeno se si conoscano – di fornire al lettore un’altra versione. Dietrologia, fatti più in là dunque. E questo è un ottimo aspetto. Perché sia l’Arcieri sia il Canessa si ritrovano a indagare – nel contesto della strage di Piazza Fontana (nel primo caso) in quello più ampio e mai definito del terrorismo rosso – su due vicende private. Tra l’altro “Non è tempo di morire” è proprio ambientato in quel dicembre 1969. Mentre il romanzo di Perrone si muove a ritroso dal presente al passato, con dei flashback significativi. Che cosa accomuna poi i due protagonisti? Entrambi sono in pensione. Arcieri che non è nuovo nei libri di Gori – proprio per questo dicevo sopra ci arrivo con colpevole ritardo – è un colonnello dei carabinieri che ha lavorato nei servizi segreti e che per limiti d’età si è ritirato a vita privata. E’ un ultrasessantenne che ha trovato una compagna, francese, conosciuta in una precedente missione. E ora ha preso una trattoria a Firenze che gestisce con degli improbabili soci che nessuno penserebbe di vedere lavorare fianco a fianco a un ex carabiniere. Un ex carabiniere che non si risparmia – anche se lui giura di aver chiuso – le frequentazioni di salotti bene e infatti la sua amica, più cara, è nobile e anche lei è ormai con tutti i due piedi nella Terza Età. Gli chiede un favore: far luce sulla scomparsa (o morte?) del figlio di una sua amica. La nipote di quest’ultima signora non si è ancora fatta una ragione che suo padre possa essere morto dentro la Banca nazionale dell’Agricoltura quel 12 dicembre del 1969. Niente, comunque, è come sembra. Ad Arcieri il compito di muoversi tra le mefitiche puzze di servizi deviati – che rischiano di portar fuori strada anche il lettore – e una vicenda così privata che si innesta in un contesto con i contorni tutti da definire. Lui farà i conti con il suo passato, vecchie conoscenze, ma alla fine raggiungerà la verità. Senza dimenticare l’attività della sua trattoria.

Trattoria in un posto bellissimo della Liguria, a due passi da San Fruttoso, che è il buen ritiro di Annibale Canessa. Lui  che è stato un uomo di punta della lotta al terrorismo. Vicino, vicinissimo al generale. Attenzione, non bisogna farsi prendere dal solito gioco di ritrovare nei personaggi romanzati del libro il personaggio in carne e ossa dell’epoca. E’ assai probabile che esistesse un vero Canessa e non è dato a sapersi a chi si sia ispirato Perrone e questo rende la cosa più affascinante. Perché è facile scovare nel generale Verdi, il generale Dalla Chiesa. Ma si rischia di andare comunque fuori strada. Perché il libro fa battere immediatamente la faccia a Canessa contro il suo passato. Che poi è un passato privato, privatissimo. Canessa lascia la Liguria per Milano, quando suo fratello – con cui non parlava da più di trent’anni – viene ritrovato morto ammazzato assieme a un vecchio irriducibile brigatista che aveva ottenuto il regime di semilibertà. Sia detto per inciso: Canessa junior, la vittima, era un movimentista all’epoca, nemmeno probabilmente un fiancheggiatore. Si era fatto però qualche mese di carcere perché arrestato durante una retata. E a proposito di quella retata e del concetto di rete, senza fare troppo spoiler sul romanzo, ecco la via per capire come un eroe della lotta antiterrorismo, come Canessa senior, decida di ritirarsi a vita privata, subito dopo aver arrestato la primula rossa più pericolosa, quel Petri che trent’anni dopo troverà steso sul selciato a fianco di suo fratello Napoleone. Già, a questo punto, l’intreccio dimostra tutta la sua consistenza ed è un invito a non perdersi come andrà a finire. Quattrocento pagine che, come nel caso del libro di Gori, non squarciano con chissà quali rivelazioni o analisi di pura dietrologia i misteri d’Italia e i tanti buchi neri della storia più recente del nostro Paese. E vista la passione di entrambi, sia di Arcieri sia di Canessa, per la cucina; nei due libri ci sono gli ingredienti giusti per godersi due ottimi noir.

Leonardo Gori

Non è tempo di morire

Tea edizioni

298 pagine, 14 euro

 

Roberto Perrone

La seconda vita di Annibale Canessa

Rizzoli editore

420 pagine, 19 euro

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Libri/25 Morte di un uomo felice: quell’indagine interiore, spietata e disarmante

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Avevo preparato questa recensione per raccontare il libro di Giorgio Fontana prima che vincesse il Campiello (e infatti non si fa cenno alla vittoria del premio letterario di sabato scorso) e la recensione è stata, ovviamente, superata dagli eventi. Devo ammetterlo: non conoscevo Fontana prima. Mi aveva intrigato e allo stesso tempo mi aveva fatto mantenere la giusta distanza la recensione entusiastica fatta da Benedetta Tobagi. Non sapevo se stavo per leggere l’ennesimo libro di memorie sugli anni di piombo o un romanzo che provasse  a raccontare le ragioni dell’odio di una stagione che il nostro Paese non è riuscito a chiudere definitivamente preso come era e (forse) come è ancora a cercare, appunto, quelle ragioni. Il libro di Fontana decide – coincidenza bella e anche disarmante – di raccontare il 1981, l’anno della sua nascita.
Ci si trova a maneggiare un romanzo intimistico (credo che questo sia l’aggettivo più azzeccato) che colpisce per i due livelli narrativi che lo scrittore decide di tenere il presente del magistrato e il passato del padre partigiano morto. Due livelli che viaggiano paralleli. Convergenze parallele, abusando forse di un termine diventato (ahinoi) arcinoto. Non mi voglio dilungare oltre perché qualsiasi ulteriore riflessione rischia di essere mediata dalla vittoria di Fontana al “Campiello”. 
Tra le tante carte che studia per disarticolare l’ultimo  feroce rigurgito degli anni di piombo, è il 1981, si insinua sempre il foglio più importante. Un bigliettino, un indizio. Anzi, una prova. La prova dell’amore di suo padre, Ernesto, Geppo il nome di battaglia, partigiano, morto in circostanze che lui stesso non è mai riuscito a sapere né a chiarire. Lui è Giacomo Colnaghi, trentasette anni, magistrato di punta della procura milanese nelle inchieste sul terrorismo. È il protagonista dell’ultimo libro di Giorgio Fontana, «Morte di un uomo felice» (280 pagine, Sellerio edizioni, 14 euro) che forma un dittico sui temi di giustizia col precedente «Per legge superiore». E Colnaghi è felice  anche se all’apparenza sembra così solo in quel monolocale milanese (la famiglia è a Saronno) in cui ha scelto di vivere  per seguire meglio le sue inchieste. La narrazione di Fontana si alterna tra il passato – la ribellione del babbo di Giacomo, l’Ernesto, e la sua cieca fiducia che ci sarà un mondo migliore (ma che lui non vedrà mai) – e il presente in cui il magistrato è immerso e una fiducia anch’essa cieca in un mondo migliore da costruire, ma con una fede incrollabile nella giustizia democratica  figlia di quelle che sono state (anche) le lotte del padre. Colnaghi è assetato di conoscenza: vuole sapere di suo padre che, fondamentalmente, non ha mai conosciuto (ha solo quel biglietto per «Giacomino» che il padre prima di morire è riuscito a fargli recapitare) e vuole capire che cosa spinge i brigatisti alla lotta armata. Ma soprattutto vuole capire fino a che punto  la giustizia che lui amministra — e in cui lui crede ciecamente — può interrompere quell’eterna voglia di vendetta.  Un’indagine interiore. Spietata e disarmante. E comunque mai cupa. Anzi vitale anche di fronte alla morte.
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